La Consulta boccia la riforma Madia Renzi: «Perciò cambiamo la Carta»
Enrico Marro
Al di là del merito e dell'ira di Matteo per la "burocrazia", colpisce il fatto che gli autori della "riforma costituzionale" conoscessero così poco la Costituzione che pretendono di cambiare. Corriere della sera, 26 novembre 2016


Una doccia fredda sulla riforma Madia della pubblica amministrazione, all’indomani dell’approvazione in Consiglio dei ministri di un ulteriore pacchetto di decreti attuativi della stessa. Ma anche l’ennesimo contenzioso tra Stato e Regioni sul Titolo V della Costituzione, sulla cui modifica si pronunceranno tra l’altro gli italiani nel referendum del 4 dicembre. «La Consulta — ha detto ieri il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, commentando la sentenza 251 della Corte costituzionale — ha dichiarato parzialmente illegittima la norma sui dirigenti perché non abbiamo coinvolto le Regioni. È un Paese in cui siamo bloccati. E poi mi dicono che non devo cambiare il Titolo V. Siamo circondati da una burocrazia opprimente». Esultano invece le opposizioni, accusando il governo di non saper fare le leggi e di non rispettare le autonomie locali. Ieri sera è circolata perfino l’ipotesi di ritiro dei decreti Madia. Ma vediamo cosa è successo.

La riforma Madia parte con la legge delega 124 del 7 agosto 2015 che prevede una serie di decreti legislativi del governo per la sua attuazione. La Regione Veneto, guidata dal leghista Luca Zaia, ha impugnato nell’ottobre del 2015 la legge 124 davanti alla Corte costituzionale, accusandola di non rispettare il Titolo V che richiede su una serie di materie la legislazione concorrente tra Stato e Regioni. La delega infatti prevede che sui decreti attuativi del governo le Regioni diano solo un parere non vincolante. Alla fine, quindi, l’ultima parola è del governo. La Corte ha respinto i dubbi di legittimità costituzionale sollevati dal Veneto in materia di Codice dell’amministrazione digitale, perché materia riservata allo Stato, ma ha dichiarato l’incostituzionalità della legge delega negli articoli che riguardano altre materie, molto importanti, laddove la 124 prevede appunto che i decreti attuativi siano adottati dal governo sulla base di un «semplice parere, non idoneo a realizzare un confronto autentico con le autonomie regionali», anziché un «intesa» vera e propria, dice la sentenza. Le materie in questione sono quattro: 1) il «lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni», e quindi il decreto sui licenziamenti (i furbetti del cartellino) entrato in vigore a luglio, oltre che il testo unico sul pubblico impiego, il cui decreto non è stato però ancora emanato; 2) le società partecipate, il cui decreto è anche questo già in vigore; 3) la riforma della dirigenza; 4) i servizi pubblici locali. Per queste ultime due materie i decreti sono stati approvati in Consiglio dei ministri appena l’altro ieri.




Il problema è risolvibile per il testo unico sul pubblico impiego perché qui il governo potrà appunto ricercare l’intesa richiesta dalla Consulta nella Conferenza Stato-Regioni, prima di emanare il decreto. La situazione comincia invece a complicarsi sul decreto partecipate e su quello dei furbetti del cartellino, dove per evitare che essi siano impugnati e dichiarati incostituzionali, il governo dovrà firmare un’intesa con le Regioni da tradurre in un nuovi decreti, correttivi dei precedenti. Più difficile, infine, il problema degli ultimi due decreti (dirigenza e servizi locali) passati in Consiglio dei ministri giovedì. Madia dovrebbe chiudere una formale intesa nella Conferenza Stato-Regioni sui decreti prima della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Operazione che appare impossibile. Si tenterebbe allora un’altra strada: pubblicare in Gazzetta prima i decreti e poi la sentenza. A quel punto i decreti potrebbero essere corretti in un secondo momento, previa intesa con le Regioni. Se invece fosse pubblicata prima la sentenza, sarebbe impossibile non tenerne conto e i decreti non vedrebbero più la luce perché la delega al governo scade domani. Renato Brunetta (Forza Italia) avverte il presidente della Repubblica: «Che fa ora Sergio Mattarella? Firma un decreto con una legge delega dichiarata incostituzionale?».




Comunque vada, la sorte della riforma, almeno sulla dirigenza, appare segnata. Zaia esulta, mentre i 5 Stelle attaccano Renzi: «Svela il suo volto e arrogante. Vuole forse abrogare la Consulta?». No, dicono da Palazzo Chigi, le critiche sono rivolte a chi ha impugnato la riforma. Ma la sentenza ha riacceso lo scontro sul referendum. «Le sentenze si rispettano — dice Madia — ma se votiamo sì non ci sarà più la possibilità che una Regione blocchi il Paese». Intanto il settimanale Economist si divide e dopo l’editoriale per il No difende con un pezzo del corrispondente da Roma le ragioni del Sì. E Berlusconi dice che Renzi potrà governare anche se vincesse il No.



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