Il sindaco: «A Venezia i turisti mordi e fuggi pagheranno una tassa più alta»
Luigi Brugnaro
La grande abilità di Giuseppe Salvaggiulo, che ha intervistato Luigi Brugnaro, sindaco protempore di Venezia, é che lo ha completamente spogliato e lo ha costretto a rivelarsi come realmente è. Purtroppo per la città. La Stampa, 4 novembre 2016

L’eloquio torrenziale («ho un convegno a San Donà, c’è tempo solo per un’ultima domanda», poi parla per un’altra mezz’ora), la gigantesca spilla dei pompieri di New York sul rever della giacca («mi hanno fatto vigile del fuoco onorario»), una certa idea dell’economia («le aziende in crisi devono fallire, i soldi pubblici servono a portare qui le multinazionali»), lo stile da parón che un anno e mezzo da sindaco non ha scalfito («vivo in trincea con 800 milioni di debiti, grazie a quindici anni di sindaci filosofi e professori»). Nel giorno in cui la città celebra l’anniversario dell’Aqua Granda, l’alluvione del 1966, Luigi Brugnaro, l’imprenditore che con una lista civica appoggiata dal centrodestra ha espugnato Venezia, svela le sue idee su turismo, Unesco, urbanistica, sviluppo industriale. Con un messaggio per Renzi.

Il turismo di massa è l’emergenza?
«Tutt’altro. Ma qualcuno, invece di sviluppare altri settori, vuole uccidere il turismo che ci dà da mangiare».

Qual è la sua ricetta?
«Prima sviluppiamo l’industria. Tutto dipende dal porto. Gli armatori acquistano navi più grandi e il nostro non è in grado di accoglierle. Allora dico a Renzi: facciamo un patto per Venezia».

In che cosa consiste?

«Nel 2002 accettammo il Mose in cambio di uno sviluppo del porto. Non s’è visto nulla. Bisogna fare un nuovo porto offshore per le navi oceaniche. I cinesi sono pronti a investire 600 milioni di euro, ma vogliono certezze».

Che altro c’è nel patto?
«Un nuovo tracciato per le grandi navi da crociera, peraltro già usato in passato. E Porto Marghera».

Chiede soldi?
«Quelli della legge speciale, doverosi. Per il resto, soprattutto regole. I privati vogliono sapere quanto costano le bonifiche e cosa possono costruire. Con un’autorizzazione unica e tempi rapidi».

Il suo piano per Porto Marghera?
«Sul waterfront grattacieli fino a cento metri con terziario e residenziale, alle spalle una zona industriale, sui canali la logistica».

Quanti grattacieli?
«Quanti ne vogliono. L’area è grande, non c’è limite».

Com’è il suo rapporto con il governo?
«Io sono filogovernativo per natura. Aspetto una risposta in un rapporto leale».

Dunque migliore di quello con l’Unesco, che potrebbe mettere Venezia nella black list dei siti a rischio.
«Noi ospitiamo una sede Unesco e paghiamo le spese, solo negli ultimi anni 1,4 milioni. Eppure l’Unesco ci manda un aut aut da Istanbul. Io dico: i turchi li abbiamo fermati a Lepanto, se volete parlarci venite qui».

Ne fa una questione di galateo?
«No, di sostanza. Ci minaccia un’organizzazione che cambia i nomi ai luoghi sacri di Gerusalemme. Ignobile. Non accetto giudici e controllori, ma proposte. A casa nostra i conti li facciamo da soli».

L’Unesco propone di vietare le grandi navi da crociera.
«Le vietassero a casa loro. E i cinquemila posti di lavoro poi chi ce li dà, l’Unesco?».

Dell’ecosistema lagunare non si preoccupa?
«Le grandi navi non fanno male a nessuno».

Le maree bene non fanno.
«Le maree? Non dia retta agli estremisti».

Uscire dall’Unesco?
«Sarebbe ininfluente. È l’Unesco che si fa pubblicità con Venezia, non il contrario. È l’Unesco che va salvata, non Venezia».

Unesco a parte, sul turismo di massa bisogna fare qualcosa? Veniamo da un weekend con punte di 150mila turisti al giorno, tre volte i residenti.
«Tutti ci danno lezioni, allora io ho istituito una commissione pubblica. Chiunque ha proposte le consegni. Ora o mai più. Noi accoglieremo quelle condivisibili e faremo le nostre».

Qual è la base della discussione?
«I turisti non vanno demonizzati, sono persone come noi. Senza turisti Venezia muore».

Anche i turisti trash?
«I maleducati ci sono anche a New York, inevitabile che a Ferragosto qualcuno si tolga la maglietta. Lo multeremo».

Vuole il numero chiuso?
«La città è aperta a tutti, non la vieterò mai a nessuno. Ma il turismo mordi e fuggi non dà grandi benefici e crea costi per la città, va regolamentato».

Come?
«La tassa di soggiorno non basta per finanziare i servizi utilizzati dai turisti. Penso a un contributo, un obolo inversamente proporzionale al tempo di permanenza. Chi arriva e parte in un solo giorno paga di più, ogni giorno di pernottamento fa calare l’entità del contributo».

Vale anche per i passeggeri delle grandi navi?
«Certo».

Come si può applicare?
«Con un sistema di prenotazioni online e di addebito sui biglietti dei vaporetti, delle navi e dei treni».

Venezia rischia di diventare una città per ricchi.
«No, per chi la ama e non si accontenta di qualche ora tra Rialto e San Marco».

Perché avete venduto l’aeroporto del Lido a 26 mila euro?
«Perché l’aeroporto funzioni. Il Comune non può fare l’imprenditore. È la valutazione in bilancio. Nessuna speculazione».

E la privatizzazione del giardino Papadopoli?
«Ma quale giardino! Era un ricettacolo di tossici, una fogna. Abbiamo accettato una proposta dell’hotel vicino, che lo sistema e custodisce utilizzandolo in via esclusiva per dieci giorni l’anno. A costo zero per il Comune: un affare».

La chiamano “sindaco fuori dal Comune” perché non vive a Venezia ma a Mogliano Veneto, Treviso. «Lavoro 16 ore al giorno, non prendo stipendio, mi pago staff, auto, barca, viaggi, non ho conflitti di interessi, non ho bisogno di rubare. Solo il caffè che abbiamo bevuto è a spese del Comune. Dove risiedo sono c...i miei».
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