Il mestiere di Sindaco garante della comunità
Giuliano Pisapia
«Un patrimonio immateriale è l’“anima” dei nostri luoghi, del nostro territorio. L’unica incommensurabile ricchezza che il terremoto non ha potuto abbattere». La Repubblica, 1 novembre 2016 (c.m.c.)



Ventiquattro agosto. 26 ottobre. 30 ottobre, ore 7.41. È l’ultimo bilancio: oltre 150 Comuni colpiti, fino a 100 mila persone sfollate. Case, chiese, luoghi di lavoro, bar dove le persone si ritrovano, i negozi… tutto distrutto. Paesi che non ci sono più. Ma paesi che non possono, e non debbono, morire. Così vogliono le comunità locali, così vogliono i sindaci che le rappresentano. È umano, è comprensibile, ma è anche giusto. Perché in quei luoghi, oggi distrutti; in quelle piazze, oggi piene di macerie; in quelle vie oggi attraversate dal dolore, dall’angoscia, dalla disperazione e dalle lacrime ci sono i beni, i ricordi, la storia di intere famiglie, di intere comunità.

Qui vogliono restare, dicono i sindaci; qui vogliamo ritornare, dicono gli abitanti. Qui c’è la nostra storia, c’è la nostra anima. Qui, e hanno ragione, c’è il cuore del Paese più bello del mondo. Qui c’è il cuore dell’Italia.

Non sono più un sindaco. Ma mai come oggi mi sento ancora un sindaco. Il sindaco è scelto dai suoi concittadini. È uno di loro ma ha sulle sue spalle la responsabilità dell’intera comunità. Del suo bene. Del suo bene anche, e forse soprattutto, nel momento del male. Da cittadino, che è stato anche sindaco, comprendo quanto sia importante non perdere la memoria. E come sia altrettanto importante guardare, sperare, credere nel futuro. La vita deve riprendere qui. Qui dove l’esistenza non è la singola esistenza ma quella di una comunità intera. La vita sono le case, i negozi, le piazze, le chiese, gli uffici. Ma la vita sono soprattutto le relazioni tra le persone, il modo che hanno trovato per stare insieme.

Dunque l’obiettivo deve essere preservare tutto questo. Un patrimonio immateriale è l’“anima” dei nostri luoghi, del nostro territorio. L’unica incommensurabile ricchezza che il terremoto non ha potuto abbattere.
L’obiettivo è il faro verso il quale deve muovere l’agire. E non c’è dubbio che la direzione nella quale andare è quella di ricostruire ciò che è stato distrutto. Ad affermarlo non sono solo le ragioni del cuore. Sono anche le ragioni della ragione. Ma ora bisogna fare i conti anche con le ragioni della realtà. C’è in mezzo un passaggio doloroso, ma inevitabile e obbligato.

Non è possibile, con una terra che continua a ribellarsi, chiedere ora semplicemente di restare. C’è la necessità impellente di dare assistenza a chi non ha più la sua casa, il suo negozio, la sua scuola. La notte, già adesso, il termometro si avvicina agli zero gradi. Le tende non possono bastare. E a breve non sarà possibile costruire nemmeno delle casette di legno. C’è la necessità di sgomberare le macerie. Di verificare la stabilità degli edifici. È una parola orribile, ma per la sicurezza dei cittadini, per evitare nuovi danni, per superare la paura, c’è di mezzo un periodo di “esodo”.

C’è però un modo per accompagnare questo necessario distacco, questa triste separazione e per rendere evidente fin da subito che si tratta di un passaggio, non di una nuova, definitiva condizione. C’è un modo per tenere accesa ogni giorno la speranza che l’amatriciana non perderà la sua patria, che Castelluccio continuerà ad essere il paese delle lenticchie, che Norcia tornerà ad avere al centro la meravigliosa chiesa di San Benedetto.

Bisogna fidarsi dei sindaci, bisogna garantire che paesi temporaneamente abbandonati siano presidiati e che non si trasformino in terra di nessuno. Nel momento della demolizione già si ragioni sulla ricostruzione. Si mettano insieme le forze e le esperienze migliori del nostro Paese, si facciano progetti, programmi condivisi, tenendo conto delle soluzioni che i sindaci propongono.

E, nel frattempo, ai sindaci — ma, si sa, che il loro è un lavoro duro — tocca anche un altro compito. Siano, come già stanno facendo i portavoce dei loro cittadini, ma siano anche i garanti del rapporto con le altre istituzioni. Nelle decisioni quotidiane, nelle scelte che riguardano il futuro, le istituzioni, a ogni livello, abbiano come punto di riferimento i sindaci di quei paesi che non vogliono morire. E i primi cittadini non consentano che le loro comunità si disperdano. Trovino il modo — e i sindaci conoscono le realtà che amministrano e spesso conoscono anche uno per uno i loro cittadini, e dunque sanno come farlo — perché chi ha dovuto lasciare la propria casa possa sapere cosa sta succedendo nei luoghi che ha dovuto abbandonare.

Continuino, quando è possibile, a riunire, e unire, la propria comunità, a celebrare il patrono, a creare momenti di socialità e solidarietà. Facciano momenti di incontro, di informazioni, di trasparenza, dicendo la verità, anche quando si debbono fare scelte difficili che, come in alcuni casi avvenuti, possono portare anche contestazioni.

So bene quanto è difficile, quanto è doloroso, quanto, in alcuni casi, è anche rischioso però solo alimentando e rafforzando il rapporto di fiducia, e coinvolgendo i cittadini, è possibile porre le basi per non arrendersi alla rassegnazione, per non spegnere la speranza, per credere in un futuro possibile e per evitare che si spezzi il filo che lega ognuno al luogo in cui s’è svolta la sua vita.
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