5 motivi per cui vincerà il No
Curzio Maltese
«La campagna per il Sì ha virato sulla logora strategia della paura, con profezie di cataclismi economici e piaghe bibliche in caso di vittoria del fronte opposto. Ma la paura di un futuro peggiore spaventa meno della paura di un presente già intollerabile». Huffington Post online, 27 novembre 2016 (m.c.g.)



Sono convinto da mesi che il No al referendum trionferà il 4 dicembre (Renzi è finito, fatevene una ragione). Non certo sulla base dei sondaggi, ai quali non credo e che mesi fa davano il No senza speranze, ma piuttosto osservando dati e fatti reali sotto gli occhi di tutti. Michael Moore sperava tanto d'essere smentito, io No.

1. Se i sondaggi non sono attendibili, esistono tuttavia i dati concreti dei voti espressi quest'anno. Al referendum sulle trivelle del 17 aprile scorso 13 milioni 300 mila italiani si sono presi il disturbo di andare a votare contro il governo per una consultazione poco più che simbolica.

È probabile che tutti costoro tornino a votare il 4 dicembre per una questione assai più importante e altri se ne aggiungano, visto che la percentuale di votanti sarà ben più ampia. Questo significa che la base concreta del No si aggira intorno ai 15 milioni di voti. Renzi deve dunque portare al voto oltre 15 milioni di Sì, impresa matematicamente improbabile.

2. Il coro dei media. La netta prevalenza delle ragioni del Sì sui media, l'endorsement implicito o esplicito di tutti i grandi giornali, la scandalosa faziosità governativa della Rai e quella meno sfacciata di Mediaset, tutto questo coro avrebbe costituito in altri tempi un enorme vantaggio. Ma non in questi, nei quali la credibilità dei media e il loro potere d'influenzare l'opinione pubblica sono prossimi allo zero. Il dilagare su giornali e tv del monologo auto elogiativo di Matteo Renzi produce ormai l'effetto d'ingrossare ogni settimana le fila del No.

3. Il tardo trasformismo di Renzi. La narrazione renziana è rapidamente invecchiata, come ha capito ormai anche il narratore, provando a cambiarla in corsa, ma tardi e male. Quando fu concepita la tenaglia fra riforma costituzionale e Italicum, che avrebbe consegnato al premier un potere immenso, Renzi veniva dal 41 per cento alle Europee ed era sicuro di ottenere un plebiscito, quindi ha personalizzato oltre misura la sfida. Con la progressiva delusione per gli scarsi risultati economici del suo governo, le minacce di dimissioni hanno smesso di essere tali, ma Renzi avrebbe dovuto comunque insistere sulla linea guascona.

Al contrario ha cercato di correggersi tornando democristiano, sorvola sulle dimissioni dal governo e non parla più di ritirarsi dalla politica. Per giunta ha ceduto sulla modifica dell'Italicum, «la legge elettorale più bella del mondo», quella che «tutti ci copieranno in Europa». In questo modo il Rottamatore ha perso il suo fascino principale, per rivelarsi il solito trasformista disposto a cambiare idea su tutto pur di rimanere attaccato alla poltrona. Per dirla con Marx (Groucho): «Questi sono i miei principi, signora. Se non vi piacciono, ne ho degli altri».

4. La paura non funziona più. Il fronte del Sì era partito bene, prospettando una serie di vantaggi in positivo agli elettori. Ma i più seducenti, il risparmio sui costi della politica e la maggior velocità decisionale, si sono persi per strada. L'abile mossa dei 5 Stelle di proporre durante la campagna robusti (e sacrosanti) tagli agli stipendi dei parlamentari, respinta dalla maggioranza, avrebbe procurato risparmi ben maggiori rispetto ai miseri 50 milioni l'anno del nuovo Senato calcolati dalla Ragioneria. Quanto alla rapidità, più veloci per fare che cosa?

La campagna per il Sì ha dunque virato sulla logora strategia della paura, con profezie di cataclismi economici e piaghe bibliche in caso di vittoria del fronte opposto. Ma, come testimoniato dalla Brexit e dalle presidenziali Usa, la paura di un futuro peggiore spaventa meno della paura di un presente già intollerabile.

5. Gli italiani votano con saggezza. Detto modestamente da uno che ha quasi sempre votato per i perdenti. I referendum però li ho quasi tutti vinti. Nel voto referendario gli italiani votano con saggezza, con più libertà e ragione. Ed è sicuro che di fronte a una riforma pasticciata e pericolosa, che stravolge un terzo della Costituzione "più bella del mondo" in cambio di una manciatina di risparmi, la ragione, la libertà e la saggezza impongano di dire No.

Poi si potrebbe discutere anche sulla saggezza degli italiani alle politiche, visto che per mezzo secolo i comunisti non avrebbe in nessun caso potuto guidare un paese dell'Occidente e il ventennio berlusconiano è stato in gran parte frutto degli errori del centrosinistra. Nelle due uniche occasioni in cui la sinistra ha trovato un progetto unitario e un leader consistente, Romano Prodi, il berlusconismo è stato sconfitto. Ma questo è un altro discorso.
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