Rinascere sempre, la lezione che viene da quei monasteri
Giorgio Boatti
«Il precedente dell’abbazia di Montecassino, di nuovo in piedi in soli dodici anni dopo essere stata rasa al suolo.Una sfida, per certi versi, analoga a quella che ora, dopo il terremoto, ci troviamo ad affrontare nell’Appennino, cuore e spina dell’intero Paese». La Repubblica, 31 ottobre 2016 (c.m.c.)



“Succisa virescit”. La scure del tempo l’ha colpita più volte: disastri e sciagure, terremoti e distruzioni belliche, ma la vecchia quercia che simboleggia l’Appennino, raffigurata nello stemma dei benedettini, non muore. Non morirà. “Tagliata ricresce”, promette il motto dei monaci di San Benedetto, e la quercia gemmerà di nuovo su crinali e vallate.

Gemmerà sulla catena montuosa che percorre tutta la penisola e fa da spina dorsale all’Italia. “Succisa virescit” e, quindi, sono certo che la badessa e le monache benedettine di via delle Vergini, a Norcia, appena dissipato il polverone delle macerie troveranno modo di riprendere, con silenziosa determinazione, il lavoro quotidiano — “Ora et Labora”, appunto — di sempre. Quello che, quando sono stato a trovarle, le vedeva occupate nell’orto curato con commovente perizia. E attorno alle arnie delle loro api, agli allevamenti dei conigli e dei pulcini.

Esattamente come, a pochi chilometri di distanza, risalendo lungo la provinciale 475 che va da Norcia a Preci, quando due estati fa sono capitato all’abbazia di Sant’Eutizio, ora ferita dal sisma, ho visto l’esiguo manipolo di monaci che allora vi risiedeva ospitare una quindicina di ragazzi arrivati dalla Francia per godersi le vacanze in quello scrigno di silenzio e di verde che è la valle Castoriana.

Ragazzi con la sindrome di down, accolti dai monaci in obbedienza al motto “Bussate e vi sarà aperto” ma, anche, all’impegno prezioso, spesso sottovalutato anche dai “decisori” pubblici, di abitare in questi monumenti sparsi per l’intera penisola non per difendere polverose reliquie ma per farli rimanere in vita.

Perché i monasteri, come tutti i centri storici delle “aree interne” d’Appennino, sopravvivono, anche ai terremoti, quando si è capaci di averne cura ma, soprattutto, se c’è un progetto per tenerli vivi. Quindi vissuti, e abitati, ogni giorno.

Del resto la promessa del “Succisa virescit” da oltre quindici secoli intreccia il destino dell’Appennino, di abitarlo e di farne una delle filigrane irrinunciabili della nostra memoria e cultura, col cammino dell’ordine fondato da San Benedetto che, proprio da Norcia, nel cuore dell’Umbria, muove i primi passi.
La basilica crollata a Norcia sotto le recenti, brutali scosse del terremoto, era stata costruita, dice la tradizione, sui resti della casa natale di Benedetto.

Da qui il fondatore del monachesimo occidentale era partito, assieme a Scolastica, sua sorella, per studiare a Roma ma, ben presto, inorridito per gli scandali, lascia la capitale. Si rifugia a Subiaco, nello Speco, la grotta dove per due anni si nega al mondo. Chi arriva lì, alzando gli occhi, vede un masso enorme che, da tempo immemorabile, resiste anche ai terremoti: sta minacciosamente a penzoloni proprio sopra gli edifici e sul giardino che li circonda. Al centro di un’aiuola c’è la statua di San Benedetto, le braccia alzate verso la roccia incombente e, accanto, la scritta: “Fermati o rupe”.

Il cammino di Benedetto si conclude a Montecassino, mentre i benedettini si spargono nei secoli successivi nel mondo intero (ora sono circa ventimila). Il monastero di cui Benedetto è stato il primo abate e dove è sepolto ha subito invasioni e assedi, incendi e crolli per terremoti. Più volte è stato distrutto. L’ultima volta nel 1944 quando gli alleati — che lì nella battaglia contro i tedeschi hanno perso migliaia di soldati — sotto pressione dell’opinione pubblica anglo- americana decidono di raderlo al suolo.

Convocano a pochi chilometri di distanza tutti i corrispondenti di guerra e, praticamente in diretta, danno il via al bombardamento a tappeto che riduce in macerie il monastero.“Succisa virescit”: una dozzina di anni dopo Montecassino è in piedi. Ricostruito con una tempestività che oggi sembra incredibile ma che dice parecchio sulla vitalità di un’Italia appena uscita dal conflitto e decisa non solo a rimettere in piedi la produzione industriale ma determinata a conservare e valorizzare il suo patrimonio culturale. Una sfida, per certi versi, analoga a quella che ora, dopo il terremoto, ci troviamo ad affrontare nell’Appennino, cuore e spina dell’intero Paese.


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