Perchè il Sudafrica contesta la giustizia internazionale
Roberto Toscano
Gli stati africani protestano: perché ve la prendete solo con noi, e non colpite anche i governi criminale del vostro mondo? La Repubblica, 25 ottobre 2016 (c.m.c.)



Il Sudafrica ha annunciato la propria intenzione di ritirarsi dalla Corte Penale Internazionale — Cpi, il Tribunale che dal 2002 è chiamato, sulla base del Trattato di Roma del 1998, a giudicare delitti di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. L’annuncio sudafricano è clamoroso, ma certo non inatteso.

Sono anni che la Corte è oggetto di pesanti accuse da parte di numerosi stati africani che l’accusano di discriminazione facendo notare che tutti gli otto procedimenti iniziati dall’Ufficio del procuratore della Cpi si riferiscono a paesi africani: Repubblica Democratica del Congo, Uganda, Repubblica Centrafricana, Sudan, Kenya, Libia, Costa d’Avorio e Mali, con il Burundi che, alla vigilia della formale apertura di un’inchiesta, ha avviato le procedure di uscita dalla Cpi.

Il Sudafrica non è sotto inchiesta, ma il Ministro della giustizia ha motivato la decisione con la contraddizione fra la giurisdizione della Corte e l’immunità di cui godono i vertici politici di qualsiasi paese.Siamo quindi in presenza di due diversi tipi di contestazione, che pure convergono nello spingere gli africani verso la rottura con la Cpi.

Opporre l’immunità dei vertici politici alla competenza della Corte significa svuotare il senso stesso del tribunale, istituito proprio per impedire che laddove si legge “immunità” quello che si pretende è l’impunità nei confronti dei crimini più atroci. Se è questo il problema, allora alcuni dei 124 paesi (africani e non) che hanno aderito alla Corte farebbero bene ad uscirne per semplice coerenza.

In Africa, poi — come e più che in altri continenti — dirigenti criminali sottopongono le rispettive popolazioni a repressioni massicce che hanno giustificazioni etniche o tribali, ma che di solito servono a coprire sistemi di corruzione ed esclusione, quando non di sterminio, come nel caso del genocidio del 1994 in Ruanda. In Africa non sono pochi quelli che vedono nell’esistenza della Corte una tutela per le popolazioni attraverso la deterrenza che la Corte può esercitare nei confronti di dirigenti sanguinari. Ma anche loro denunciano il macroscopico squilibrio fra l’attenzione riservata all’Africa e quella dedicata ad altri continenti, dove pure non mancano situazioni di gravissime violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario. Come ha detto un alto funzionario dell’Unione Africana, «Perché non l’Argentina? Perché non Myanmar? Perché non l’Iraq?»

Emerge ancora una volta la debolezza di un sistema internazionale al cui interno disuguaglianze a asimmetrie fanno perdere credibilità a norme e istituzioni che sarebbero necessarie a garantire un mondo meno feroce e ingiusto. A partire dall’esistenza in ambito Onu di paesi «più uguali degli altri» (i membri permanenti del Consiglio di sicurezza), sono troppe le situazioni in cui viene meno il criterio fondamentale che sta alla base del riconoscimento e del rispetto di regole comuni: «la legge è uguale per tutti».

Chi può sostenere che esista il diritto di sterminare il proprio popolo con un genocidio, e che i dirigenti responsabili di simili atrocità debbano essere coperti dall’immunità? E non si tratta solo di un obbligo morale, ma anche di razionalità politica, dato che sarebbe assurdo non vedere come queste colossali azioni criminali causino — dal terrorismo ai flussi di rifugiati — gran parte dell’instabilità globale.

Ma si può difendere un sistema che è forte con i deboli e debole con i forti?
E poi, se vogliamo parlare della Corte Penale Internazionale, faremmo bene a non limitarci a considerare la critica e il rigetto da parte dei paesi africani.

Faremmo bene a ricordare che gli Stati Uniti, che pure erano stati alle origini della sua fondazione e che avevano sottoscritto il Trattato di Roma durante la presidenza Clinton, non solo non l’hanno mai ratificato, ma — sotto la presidenza Bush — hanno preteso addirittura di cancellare la firma apposta a Roma. Perché? Perché hanno sostenuto che, date le proprie responsabilità mondiali, non potevano ammettere che non solo i propri dirigenti, ma anche i propri soldati fossero sottoposti a procedimenti che avrebbero potuto risultare inquinati da intenzionalità politiche.

Sotto Bush l’ostilità americana nei confronti della Cpi è arrivata all’approvazione da parte del Congresso di un meccanismo di sanzioni (la cancellazione dei programmi di aiuti militari) nei confronti dei paesi che non avessero accettato di garantire ai cittadini americani immunità nei confronti della giurisdizione della Corte Penale Internazionale. Con Obama Washington è passata dall’ostilità a una collaborazione sul piano pragmatico, ma rimane ferma sul principio che la Corte non potrà mai giudicare cittadini americani.

Non sono quindi solo gli africani a volersi sottrarre alla giurisdizione della Corte — una Corte la cui attuale debolezza è stata anche il frutto dei suoi errori (il peggiore, per un tribunale: due pesi due misure), ma che in realtà concerne il nodo fondamentale della politica: il problematico rapporto fra forza e regole.
La strada della giustizia internazionale è molto lunga, molto problematica, molto accidentata.
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