Le parole di un erede autentico del pci
Alfredo Reichlin
Le parole di un erede autentico del PCI: «Il Parlamento funziona male? Sì, ma solo il Parlamento è lo specchio del paese, è la casa di tutto il popolo “ricchi e poveri, borghesi e proletari”. Non è la privativa di nessuno. Solo una vittoria del NO può consentire di riaprire il discorso sul futuro dell’Italia». L'Unità, 30 settembre 2016

Ho molto esitato prima di decidere che tra due mali (quali sono come dirò i quesiti del referendum Costituzionale) credo che sceglierò quello che mi pare – dopotutto – il minore: il No. Mi rendo conto benissimo degli interrogativi che anche questa scelta apre.

Ma di che cosa stiamo parlando? Del Senato? Suvvia, è l’ininterrotto parlare, annunciare, promettere “rottamare” dello stesso Matteo Renzi che ci dice la verità. È su di lui che egli ci chiede ogni giorno più chiaramente di votare. Egli chiede un plebiscito. Non è chiaro? Questo è il punto, gravido di enormi conseguenze. Ed è questo che avverrà il 4 dicembre tra lo stupore e disappunto di tanti autorevoli custodi della Costituzione repubblicana.

Avverrà che milioni di italiani si scontreranno in modo lacerante e drammatico non sui buoni argomenti di Violante oppure su quelli di Rodotà (che essi ignorano) ma sul voto popolare e diretto del Capo del governo. Ponendo fine, così di fatto al regime parlamentare e all’attuale divisione dei poteri. E temo che un solco resterà e tutta la comunità nazionale già così divisa ne pagherà le conseguenze.

A me questo non sta bene. È chiaro?

Io ho preso le armi per dare all’Italia un Parlamento. Io ricordo i tanti che allora volevano un regime politico più “avanzato” nel senso di dare poteri più diretti al popolo (i CLN). E ricordo la risposta di Togliatti: no, il PCI vuole una repubblica parlamentare. E su ciò si fece la Costituzione. Il Parlamento funziona male? Sì, ma solo il Parlamento è lo specchio del paese, è la casa di tutto il popolo “ricchi e poveri, borghesi e proletari”. Non è la privativa di nessuno.

Di conseguenza ma c’è una preoccupazione altrettanto grande che domina i miei pensieri. È l’idea perfino angosciosa (che mai avevo avvertito così forte) che il destino dell’Italia, dell’Italia come comunità nazionale e come organismo statale rischia di non essere più nelle nostre mani. Basta un accenno ai fatti: la disgregazione in atto dell’unità europea, le guerre feroci che insanguinano le coste del Mediterraneo, la massa degli emigranti che preme sulle nostre coste; tutto ciò insieme alla sensazione che la grande scommessa di rilanciare lo sviluppo italiano bloccato da più di 20 anni (e certo non per colpe solo di Renzi) quella scommessa che Renzi si era illuso di vincere con la straordinaria energia del renzismo (un uomo solo al comando, chi non sta con me è contro di me, lo svuotamento del partito dei sindacati degli organismi sociali intermedi) mi pare fallita.

Siamo arrivati a un punto di svolta. Il problema non è tecnico-economico. È altamente, più che istituzionale, politico. Riemerge la sostanza storica del problema italiano. Tutti comunicano tra loro ma nessuno conta davvero, aumentano i disoccupati e meno del 50% degli italiani ha un lavoro. Di qui la necessità di porre su basi politiche, sociali e morali più ampie lo sviluppo del paese. È solo così che nel passato siamo usciti dalle crisi più gravi: le svolte giolittiane e il riconoscimento dei sindacati, il patto con Turati, l’ide a dell’Ulivo e l’accordo sulla scala mobile tra Ciampi e Trentin, per non parlare dell’unità nazionale del dopoguerra e la ricostruzione. Come non si capisce che questo è il problema principale? Di fronte a un paese che invecchia, non fa figli, non da più lavoro in patria alla nuova generazione? Non illudetevi amici che il problema è chi comanda. È invece con chi si comanda. Con o senza il proprio popolo. Popolo dico. Popolo vero, non opinione pubblica; sono due cose diverse.

Ecco perché considero disastroso questo referendum plebiscito. E contro il bisogno di una svolta in senso più comunitario e di ricostruire il patto tra gli italiani del Nord e del Sud. Ecco perché sono arrivato alla conclusione che solo una vittoria del NO può consentire di riaprire il discorso sul futuro dell’Italia. Il problema non è Renzi, un uomo che resta per me assai notevole e un amico. Egli può benissimo continuare a governare. È la partecipazione del popolo italiano, alla vita pubblica, che è ormai quasi inesistente. È il nostro modo di stare insieme. È il partito ridotto a puro servizio del Capo, tramite Serracchiani che non funziona.

Queste cose vanno dette anche alla sinistra. La quale deve ritrovare il senso vero della sua missione, che è quello di ridare voce al popolo italiano. Mi hanno commosso le facce di quel popolo meraviglioso che è apparso sugli schermi delle televisioni tra le macerie del terremoto. Perfino commovente nella sua forza d’animo, nel sentimento di sé e della sua terra, nel suo slancio solidale.

Qui sta la leva per l’innovazione. Sta nella straordinaria creatività del popolo italiano.
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