“Basta con le archistar libertine si torni a costruire per l’uomo”
Francesco Erbani
«A Mantova il progettista, storico e critico François Burkhardt “Dobbiamo lavorare non per narcisismo ma per i bisogni della gente”». La Repubblica, 10 settembre 2016 (c.m.c.)


Dalle certezze del mondo moderno, alle incertezze di quello postmoderno, François Burkhardt racconta quarant’anni di esperienze di architetto, di storico e critico, di direttore di grandi istituzioni culturali (dalla Kunsthaus di Amburgo al Centre Pompidou di Parigi) e di riviste ( Domus), di professore (a Lione, a Vienna, a Siena), e poi di curatore.

Ottant’anni, nascosti sotto un vistoso ciuffo (è nato a Winterthur, in Svizzera), questa mattina presenta al Festivaletteratura un volume che s’intitola proprio Dalla certezza alle incertezze e che la Corraini Edizioni ha affidato alle geniali cure grafiche di Italo Lupi (pagg. 270, euro 32).

È un bilancio, ma soprattutto una riflessione accorata sullo stato dell’architettura, su quanto la disciplina abbia smarrito la sua funzione sociale, a prescindere da modernità e postmodernità. Pur ispirandosi al pensiero di Jean-François Lyotard, Burkhardt lamenta la dissipazione dei precetti che, da Alvar Aalto in poi, hanno disposto l’architettura al servizio dei bisogni psicologici e materiali degli esseri umani.

«Nel 1960 andai in Finlandia per vedere gli edifici di Aalto», racconta Burkhardt, «e due anni dopo avrei potuto lavorare nel suo studio, ma dovetti rinunciare perché avevo già un impegno preso. Rimasi folgorato dal suo Sanatorio di Paimio, dai lavabi non rumorosi ai pannelli radianti a soffitto che riscaldavano solo i piedi del letto. Ecco cosa intendo per architettura che soddisfa bisogni».

È un’attitudine che non esiste più?
«Vedo prevalere nell’architettura di cui più si parla un concetto libertino del costruire, come se fosse un gioco o uno spettacolo. Un fare per sé e non per chi userà gli edifici. Godiamo di una grande libertà compositiva rispetto ai rigidi precetti del razionalismo, ma la libertà è usata male».

Nomi?
«Daniel Libeskind. È intelligentissimo, ma le sue architetture mi fanno tremare. Nel progettare musei, per esempio, manca il più elementare rispetto per la percezione delle opere. Lo stesso vale per i musei di Zaha Hadid. Non sono così i musei di Frank Gehry. E prenda poi gli allestimenti di Carlo Scarpa: la funzione a cui assolvono è quella di mostrare».

Da che cosa dipende questo atteggiamento?
«Da scelte culturali. Su tanta architettura, poi, pesa la preponderanza che hanno assunto i trust immobiliari. Esercitano un controllo completo e l’architettura reagisce poco, sembra non avere rispetto di sé e della propria moralità. Fino a qualche tempo fa ero convinto che il livello culturale non sarebbe stato toccato dall’invadenza del mercato. Mi devo ricredere».

Eccezioni?
«Renzo Piano o Alvaro Siza. L’architetto portoghese lo conosco dalla metà degli anni Settanta. Ho dedicato diverse mostre al suo lavoro. Persino nei tratti personali è l’opposto dell’archistar, silenzioso, paziente, persino lento. Si è misurato con l’edilizia sociale e ha messo al centro del progetto la partecipazione dei cittadini».

Un antidoto, secondo lei, al linguaggio internazionale, globalizzato, è il recupero di tradizioni costruttive locali.
«È un ragionamento che va fatto con cautela, altrimenti si sposano ideologie regressive. Quello che si definisce regionalismo in architettura è un serbatoio linguistico al quale attingere, ma senza idealizzazioni. Siza l’ha interpretato bene. E anche l’esperienza italiana è istruttiva. Sono tornato da poco al quartiere Tiburtino, a Roma, dove Ludovico Quaroni alla fine degli anni Quaranta ha realizzato un quartiere di edilizia popolare. È un insediamento che regge bene al tempo. Meno il borgo rurale della Martella, a Matera, sempre di Quaroni».
Nel sottotitolo del libro, i suoi 40 anni di attività sono legati all’artigianato. Per il quale lei auspica una rinascita.
«La mia prima formazione è di disegnatore edile. La teoria è arrivata dopo. Ora sto lavorando a Volterra a un progetto per rilanciare l’artigianato dell’alabastro. Purtroppo il design si è allontanato dalla manualità e dalla materia. È diventato un’operazione virtuale e attenta alle quantità. Nella simulazione digitale manca il controllo corporeo, che invece è essenziale per lo sviluppo della personalità».
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