Le tre domande
Michele Ainis
Elegante esercitazione di stile nel racconto delle furbesche altalene dei governanti nell'ultimo venticinquennio e delle ragioni caratteriali che spingono il cittadino verso il si e verso il no. La Repubblica, 9 agosto 2016



È un'estate di studi e di tormenti. Niente vacanze, dobbiamo prepararci per l’esame. Quello d’autunno, quando verremo interrogati sulla riforma costituzionale: 47 nuovi articoli da mandare giù a memoria, commisurarli al loro testo originario, soppesarne danni e benefici, in ultimo rispondere con una crocetta sulla scheda del referendum. Promosso o bocciato, sia lui che ciascuno di noi. Ci vuole testa, insomma, ci vuole raziocinio. O no? No, i più risponderanno con il cuore. In ogni referendum conta l’argomento, ma conta soprattutto il sentimento.

E a sua volta quest’ultimo dipende dagli amori e dagli umori della società italiana, perennemente instabili e sbilenchi. Del resto, proprio la Costituzione ne è uno specchio. Nei primi anni Novanta, durante Tangentopoli, eravamo tutti giustizialisti; sicché ne cambiammo un paio d’articoli (79 e 68), per rendere più impervia l’amnistia e per ridurre le immunità parlamentari.

Alla fine del decennio ci risvegliammo garantisti, e allora toccò a un altro articolo (111), modificato per inocularvi le garanzie del «giusto processo». Sempre in quel torno d’anni, ci ubriacammo di federalismo: da qui la riforma del Titolo V, varata nel 2001 da un governo di sinistra. Adesso, viceversa, le Regioni ci sono venute a noia; così un altro governo di sinistra ha appena battezzato una riforma centralista.

Alti e bassi, come la popolarità degli uomini politici. E indubbiamente il referendum costituzionale verrà influenzato anche da questo, dall’affetto o dal dispetto che ognuno prova nei riguardi del Premier. Però i sentimenti in gioco sono altri, hanno a che fare con un grumo di passioni e di pulsioni individuali, interrogano il senso stesso del nostro stare al mondo. Difatti le domande capitali sono tre, come le cantiche della Divina commedia.

Primo: sei contadino o marinaio? Hai le scarpe piantate sulla terra oppure navighi per mare, senza radici, senza l’ancoraggio del passato? Giacché un mutamento radicale della Costituzione reca in sé una sfida, mette alla prova la tua capacità d’immergerti nel nuovo, di partire in viaggio per l’ignoto. Sai ciò che lasci, non sai quello che trovi.

Non si tratta dell’eterno scontro fra conservatori e innovatori: dopotutto ciascuno è l’uno e l’altro, ciascuno rinnova ogni giorno la propria vicenda esistenziale, però ciascuno vorrebbe conservare la sua mamma. No, qui è in ballo un temperamento, un’attitudine. O forse anche una stagione della vita, della nostra vita intima e privata: c’è un tempo in cui si costruisce e un tempo in cui si demolisce.

Secondo: ti senti orizzontale o verticale? La differenza tra il prima e il dopo di questa riforma è infatti la medesima che c’è fra una pianura e una montagna: questione d’altitudini, d’altezze. La pianura consiste nel paesaggio disegnato dai costituenti, con due Camere gemelle e un territorio popolato da una quantità d’istituzioni (centrali, regionali, locali), senza gerarchie precise, senza vincoli di soggezione.

La montagna svetta in solitudine dopo l’aratro dei riformatori. Via il Senato, che diventa un camerino della Camera. Via le Regioni, trasformate in megaprovince. Via le province, mentre altre riforme dimezzano i poteri intermedi (camere di commercio, soprintendenze, prefetture), non meno dei corpi intermedi (ha ancora un ruolo il sindacato?). Nel frattempo il comando s’accentra, si riunifica nel superdirettore della Rai o nei superdirigenti delle scuole. E nel Premier, ovviamente, al quale l’Italicum consegna un rapporto diretto, verticale, con il popolo. Tutto più semplice, però se soffri di vertigini magari ti viene un capogiro.

Terzo: sei ottimista o pessimista? Sta di fatto che la nuova Costituzione reclama un atto di fiducia, di speranza. Reclama, in altri termini, un mosaico di leggi d’attuazione, cui spetta completare l’intervento di chirurgia plastica, ma con il rischio di sfigurarle i connotati. È il caso, per esempio, della legge elettorale per i neosenatori (votati o cooptati?), da cui dipenderà la loro legittimazione, dunque il peso del Senato. È il caso dello statuto delle opposizioni, affidato ai regolamenti parlamentari. È il caso delle nuove tipologie di referendum: qui la riforma opera un rinvio al quadrato, prima a una legge costituzionale, poi a una legge ordinaria. Quanto tempo ci toccherà aspettare? L’altra volta trascorsero 22 anni fra la Costituzione del 1948 e la legge sui referendum del 1970; stavolta, chi lo sa. L’unico dato certo sta nella distinzione antropologica fra pessimisti ed ottimisti, scolpita in una battuta messa in circolo dalla burocrazia sovietica, ai tempi di Leonid Breznev. Un pessimista e un ottimista stanno in fila da ore dietro uno sportello. Dice il primo: «Peggio di così non potrà mai andare ». E l’ottimista: «Ma no, vedrai che andrà peggio».
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