Bombe sui curdi, scontro Usa-Turchia
Gianpaolo Cadalanu
«Washington avverte: “Il nemico è l’Is, ma in quella zona nel Nord della Siria non ci sono più jihadisti” La replica di Ankara: “Fanno pulizia etnica, li colpiremo ancora”». La Repubblica, 30 agosto 2016 (c.m.c.)

L’intervento turco in Siria rende inevitabile una resa dei conti o quanto meno una chiarificazione diplomatica “energica” fra Ankara e Washington. Le truppe inviate da Recep Tayyp Erdogan sono entrate profondamente dentro i confini siriani, e avanzano verso Sud affiancando i ribelli anti-Damasco. Ma la zona dove lo sforzo militare è maggiore, con carri armati, artiglieria e cacciabombardieri, è in realtà controllata dalle Forze democratiche siriane (Sdf), una coalizione che comprende le milizie curde dell’Ypg e che era stata sostenuta dagli Stati Uniti contro gli integralisti del sedicente Stato islamico.

 Quindi le vittime dei bombardamenti turchi — una quarantina, secondo le Ong siriane della zona — non sono uomini di Abubkar al-Baghdadi, ma militanti curdi. E il governo turco lo riconosce senza difficoltà, tanto che il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu accusa l’Ypg di voler realizzare una «pulizia etnica» nella zona e ammonisce i combattenti curdi perché si ritirino al di là dell’Eufrate.

Washington ha invitato l’alleato Nato a fermare l’offensiva, perché - ha detto Brett Mc-Gurk, inviato speciale della Casa Bianca per la lotta allo Stato Islamico - «questi scontri sono del tutto inaccettabili e fonti di seria preoccupazione ». A poco servirà anche il richiamo di ieri di Ashton Carter, segretario alla Difesa, perché l’azione militare turca si concentri sullo Stato islamico e non sulle forze Sdf. Ma lo stato delle relazioni fra Turchia e Stati Uniti non rende l’obiettivo particolarmente facile in questo momento. Anzi, è difficile non vedere nell’offensiva sul territorio siriano una sfumatura di provocazione da parte di Erdogan nei confronti dell’alleato americano, che non ha mostrato grande solidarietà nei giorni del tentato golpe e per il momento non sembra disponibile a estradare il presunto organizzatore, Fethullah Gülen.

Senza più troppi scrupoli verso l’atteggiamento dell’America, Erdogan sembra deciso a farla finita anche con i sogni dei curdi. L’attacco in profondità dovrebbe servire a ripulire la regione dai miliziani dell’Is, ma allo stesso tempo a evitare che siano proprio i curdi a riempire il vuoto nella zona accanto al confine turco. La prospettiva della nascita di uno Stato curdo è vista come inaccettabile dal governo di Ankara. La Turchia considera intoccabili i propri confini e dunque non accetta il rischio di una loro ridiscussione da parte della minoranza curda, che potrebbe essere tentata di “aderire” al nuovo Stato.

I fedelissimi di Erdogan hanno messo le mani avanti per evitare ogni ambiguità: «Nessuno ci deve dire quali terroristi possiamo combattere e quali no», ha detto il ministro degli Affari europei Omer Celik. E il premier Numan Kurtulmus ha sottolineato che le truppe turche non resteranno in Siria, «perché la Turchia non è un Paese di occupazione ».

Washington deve però evitare a tutti i costi una rottura grave con Ankara, tanto più adesso che Erdogan ha riaperto i canali di comunicazione con la Russia e con l’Iran. Così Barack Obama ha deciso di mettere sul piatto la sua credibilità personale in un incontro diretto con l’uomo forte di Ankara a margine della riunione del G20 alla fine della prossima settimana. Che questo basti a raffreddare l’irritazione del presidente turco, resta da vedere.

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