Bikini non è un costume da bagno
Giorgio Nebbia
Bikini è una piccola isola, un atollo corallino, che fa parte della Repubblica delle Isole Marshall, in mezzo all’Oceano Pacifico. Dopo la seconda guerra ... (segue)


Bikini è una piccola isola, un atollo corallino, che fa parte della Repubblica delle Isole Marshall, in mezzo all’Oceano Pacifico. Dopo la seconda guerra mondiale il governo delle isole Marshall era stato affidato agli Stati Uniti i quali le scelsero, proprio così lontane da altre terra abitate, per condurre le prime esplosioni sperimentali (i test) delle bombe atomiche che avevano costruito da poco; le prime due erano state lanciate sulle città giapponesi di Hiroshima il 6 agosto e di Nagasaki il successivo 9 agosto 1945. L’America visse “la bomba” come il successo tecnico-scientifico che aveva costretto il Giappone alla resa, risparmiando migliaia di vite di soldati americani che sarebbero morti se la seconda guerra mondiale fosse continuata. Ma soprattutto era un sussulto di orgoglio per un paese stanco per i sacrifici di guerra, in cui molte famiglie piangevano i soldati morti sui fronti dell’Italia, della Germania, del Giappone.

Un libro di Paul Boyer, Il pensiero e la cultura americani all’alba dell’era atomica, descrive tale atmosfera; una copertina del settimanale Life mostrava una fotografia dell’attrice Linda Christian definita “bomba anatomica. L’era atomica arriva a Hollywood”. Parole come “atomico” e “uranio” entravano nei fumetti, nelle canzoni, nei film, nella pubblicità. L’America appariva come il paese più potente, in grado, con la sua capacità scientifica a industriale, di guidare il mondo e di assicurare la pace.

Il quadro luminoso aveva alcune ombre; da una parte alcuni scienziati cominciavano ad interrogarsi sulla moralità dell’uso della bomba atomica e sulle conseguenze ecologiche della radioattività rilasciata da ogni esplosione atomica. Dall’altra parte si stavano raffreddando i rapporti fra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, alleata nella guerra contro la Germania ma così differente, col suo comunismo, dagli ideali capitalistici americani, e che era stata tenuta all’oscuro della fabbricazione della bomba atomica.

In queste condizioni i militari americani accelerarono in gran segreto gli sforzi per perfezionare le bombe atomiche e per costruirne altre; per controllarne l’efficienza e gli effetti distruttivi e ambientali occorreva effettuare delle esplosioni sperimentali e per tali test atomici furono appunto scelte le isole Marshall da cui furono fatti evacuare i pochi abitanti. Nella laguna dell’isola di Bikini furono trasportate molte decine di navi in disarmo fra cui la portaerei Oklahoma, che era stata danneggiata durante l’attacco giapponese a Pearl Harbor e la corazzata Prinz Eugen, orgoglio della marina nazista, catturata dopo la guerra.

Il 1 luglio 1946, settanta anni fa, un aereo sganciò sull’isola una prima bomba atomica; la chiamarono “Gilda” dal nome del film in cui appariva l’esplosiva bellezza di Rita Hayworth. La fotografia del lampo e della nube di polvere che si sollevava, come un fungo, sull’isola fece il giro del mondo; cinque giorni dopo uno stilista francese battezzò col nome di “bikini” un nuovo succinto costume da bagno che avrebbe avuto un successo mondiale.

L’effetto distruttivo dell’esplosione fu modesto: il 25 luglio successivo fu fatta esplodere una seconda bomba atomica, questa volta posta sul fondo della laguna, e l’effetto distruttivo fu un po’ maggiore; alcune navi affondarono, tutte furono contaminate dalla radioattività e rimasero inavvicinabili per molto tempo. La radioattività delle polveri lanciate nell’aria dall’esplosione atomica fu così elevata che il chimico Glenn Seaborg (premio Nobel nel 1951) dichiarò che quello di Bikini era stato "il primo disastro nucleare del mondo".

Le due esplosioni atomiche di Bikini, forse più ancora che quelle delle bombe atomiche precedenti lanciate sul Giappone un anno prima, rappresentarono una svolta storica: segnarono la nascita della consapevolezza dei pericoli nucleari e della contestazione ecologica e anche l’inizio del raffreddamento dell’entusiasmo americano e mondiale per l’atomo e la sua potenza. Si diffuse la paura che il segreto atomico finisse nella mani di altri paesi, e soprattutto dei sovietici, anche se molti in America ritenevano che un così importante segreto avrebbe dovuto essere reso accessibile a tutti, che avrebbe dovuto esserne vietata la costruzione e che mai più una bomba atomica avrebbe dovuto essere usata in guerra.

Intanto i rapporti fra Stati Uniti e Unione Sovietica si erano deteriorati al punto che nel 1948 i russi posero il blocco dei trasporti terrestri fra la Germania occidentale e la parte ovest di Berlino, circondata dalla Germania orientale comunista; la città isolata fu rifornita per un anno di cibo e carbone per via aerea. Era l’inizio della “guerra fredda”.

I militari americani accelerarono i perfezionamenti delle bombe atomiche come mostrarono i test del 1948 nell’atollo di Eniwetok, sempre nelle isole Marshall; ma intanto nel 1949 i sovietici avvertirono il mondo che anche loro avevano la bomba atomica. Si affacciava sulla scena un’arma ancora più potente, quella termonucleare, la bomba H, che gli americani sperimentarono per la prima volta nel 1952, 450 volte più potente di quella che aveva distrutto Hiroshima; tre anni dopo anche i sovietici fecero esplodere la loro bomba H.

E’ stata una corsa senza fine; oggi nel mondo ci sono 15.000 bombe termonucleari fabbricate da nove paesi e distribuite in molti altri paesi fra cui l’Italia. Uno dei film in cui erano immaginate le conseguenze umane e ambientali dell’esplosione su una città anche di una sola di tali bombe finiva con le parole: “Potrebbe succedere”. Per questo ricordiamo Bikini.

L'articolo è inviato contemporaneamente a La Gazzetta del Mezzogiorno
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