TTIP, un dibattito poco democratico
Carlo Petrini
«La salute pubblica è competenza degli stati nazionali, Ttip e Ceta, occupandosi anche di cibo, rientrano pienamente in questo ambito, dunque materia quanto mai delicata e intrinsecamente “democratica”». La Repubblica, 4 luglio 2016 (c.m.c.)


La notizia della Gran Bretagna fuori dall’Europa unita è stata indubbiamente una doccia fredda per molti. È evidente che le istituzioni nate dal sogno di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Robert Schuman non riescano a intercettare il desiderio di futuro di una popolazione europea impaurita da quasi dieci anni di crisi economica, da un’emergenza migratoria alimentata da politiche poco lungimiranti e da un modello di welfare inclusivo ormai profondamente minacciato.

Come siamo arrivati qui? Lasciando da parte per un attimo le questioni strettamente economiche, che molto sono state trattate in questi giorni, credo che non si possa non tornare al tema centrale di ogni ordinamento politico e sociale: la democrazia e il coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni. Il progetto europeo è oggi sotto lo scacco della finanza: tutto si muove perché «lo chiedono i mercati» e troppo spesso i cittadini appaiono come accessori di meccanismi economici implementati lontano dagli organi di rappresentanza. L’economia deve invece tornare a essere un mezzo e non un fine.

Emblematico di questo il fatto che Juncker, a meno di una settimana dal voto britannico, si sia affrettato a ribadire che le trattative sui due accordi commerciali con Usa e Canada, il Ttip e il Ceta, continueranno senza battute di arresto e che sono questioni che riguardano l’Europa e non gli stati nazionali, dunque dal suo punto di vista non necessitano di ratifica da parte dei parlamenti.

Posto che si tratta di un’impostazione discutibile anche sul piano giuridico, dato che la salute pubblica è competenza degli stati nazionali e che Ttip e Ceta, occupandosi anche di cibo, rientrano pienamente in questo ambito, stiamo comunque parlando di due accordi che avranno un enorme impatto sulla vita degli europei, che modificheranno il quadro di ciò che si può o non si può fare e che incideranno su molti aspetti della quotidianità dei cittadini.

A fronte di questa rilevanza, poco o nulla è stato dibattuto in sede pubblica, i documenti sono stati segreti per molto tempo e solo a seguito della pressione della società civile iniziano ora ad essere resi pubblici, seppur ancora parzialmente. Non è questa l’Europa dei cittadini, e non è da questa Europa che possiamo ripartire.

Se rimuovere i dazi doganali e le tariffe può avere un senso per quanto riguarda manufatti e servizi, per ciò che concerne il cibo bisogna stare molto attenti, perché si parla di standard di qualità differenti, si parla di tutela di prodotti territoriali, si parla di parametri di sicurezza alimentare, si parla di metodi di produzione.

La ratio che anima Ttip e Ceta è quella di eliminare le barriere tariffarie e non tariffarie che rallentano o rendono costosi i commerci tra le due sponde dell’Atlantico. Ma che significa barriere non tariffarie? In sostanza si tratta delle normative, che con il Ttip e il Ceta dovrebbero trovare un terreno di armonizzazione per raggiungere standard comuni. Ma normative significa diritti e tutele per i cittadini, dunque materia quanto mai delicata e intrinsecamente “democratica”.

Armonizzare due approcci giuridici radicalmente differenti (gli Usa adottano il principio del rischio accettabile, gli europei quello di precauzione definito alla conferenza di Rio nel 1992) rischia infatti di determinare un livellamento verso il basso, ovviamente il tutto sempre in nome della facilità dei commerci.

Per fare un esempio, in Europa è necessario etichettare i prodotti che contengono organismi geneticamente modificati, norma che invece non vale per gli Stati Uniti. In un caso come questo, che significa armonizzare? E se invece parliamo di ormoni utilizzati nell’allevamento della carne, che in Europa sono vietati e oltreoceano no, come la mettiamo? Per non parlare delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine europee, che al momento confliggono con il fatto che in Canada e Stati Uniti è permesso produrre e vendere vini che recano in etichetta nomi come Champagne o Porto e addirittura Prosciutti di Parma, in cui la città emiliana è diventata marchio registrato.

L’elenco potrebbe continuare ancora a lungo, ma ciò che qui interessa è che, nella definizione dei criteri di trattativa, il coinvolgimento democratico è pari a zero: non c’è dibattito sui metodi, non c’è dibattito sul merito, non c’è nemmeno dibattito sull’opportunità o meno di siglare accordi di questo genere.

La maggior parte del cibo che produciamo, vendiamo e mangiamo è sicuro grazie all’Unione Europea e alle sue norme che, riguardando l’intera comunità senza smettere di operare ai confini nazionali, sono una garanzia per tutti.

Se dobbiamo rimettere in discussione queste conquiste, varrebbe almeno la pena saperlo e poterne discutere apertamente, documenti alla mano. Se così non è, a far implodere l’Unione non saranno stati né il voto britannico né la crisi economica, quanto una cronica mancanza di democrazia operativa che, alla prima occasione, come in Gran Bretagna giovedì scorso, si vede presentare il conto dai cittadini trascurati.
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