Italian Trail: Regional Planning
Fabrizio Bottini
Circa un secolo fa, esattamente nel 1921, l'ambientalista Benton MacKaye pubblicava sul "Journal of the American Institute of Architects" il suo articolo... (segue)

Circa un secolo fa, esattamente nel 1921, l'ambientalista Benton MacKaye pubblicava sul Journal of the American Institute of Architects il suo articolo "An Appalachian Trail: A Project in Regional Planning", in cui si tracciavano le linee generali di un vero e proprio programma di sviluppo montano, disteso su tempi e spazi davvero inusitati. Lo spazio, innanzitutto, che copriva migliaia di chilometri di valli, crinali, altopiani di entroterra, dalla Georgia al Maine, mescolando ambienti e contesti certo di una certa omogeneità, ma anche molto diversificati sia dal punto di vista ecologico, che geologico, che insediativo e politico. E poi il tempo, perché la visione naturalistica ma contemporaneamente molto umana dell'esperto di parchi, sapeva certamente cogliere in una visione non banale né spalmata sulla contingenza. Forse il tratto più caratteristico del gruppo noto come RPAA – Regional Planning Association of America, a cui MacKaye faceva riferimento, era proprio quello di saper riconoscere i propri limiti, ma di collocare entro una visione assai generale quelli che di fatto non potevano essere che particolari progetti e prospettive.

Così si contestualizzavano ad esempio le idee di Clarence Stein per riformulare in senso spaziale seriale l'idea di «unità di vicinato» appena elaborata dal sociologo Clarence Perry (e poi sviluppata autonomamente dallo stesso Perry in vari studi), oppure quella rivoluzionaria e pericolosissima idea di «baccello cul-de-sac» di Henry Wright, che inizialmente pensata per adattare la città giardino all'era dell'automobile, ribaltando il concetto di affaccio stradale, riprodotta acriticamente all'infinito (fuori da qualunque piano, regionale o non regionale) sarebbe diventata il marchio infame dello sprawl ameboide. Anche le stesse visioni umanistiche generali di Lewis Mumford, dentro il filtro di questa cultura induttiva-deduttiva, assumevano quella diversa prospettiva, per nulla utopica e testimoniale, del programma applicabile via via nel tempo e nello spazio, col contributo di moltissimi soggetti. Il valore di un'idea di «semplice» sentiero montano sviluppato su alcune migliaia di chilometri di MacKaye, insomma, era proprio quello di saper proporre un contenitore assai adattabile, il cui successo possiamo verificare ancor oggi, quando il suo Appalachian Trail, vivo e vegeto dopo molti decenni, diventa sfondo naturalistico e identitario nazionale, tra nostalgici di Jack Kerouac alla ricerca di sé stessi nel servizio antincendio su montagne e torrette di avvistamento (la raccontava bene Kerouac quell'esperienza esistenziale nel suo Bums of Dharma), o politici alla ricerca di uno sfondo accattivante per i consensi spontanei, vedi Al Gore con Bill Clinton arrampicati da quelle parti nella loro seconda campagna presidenziale.

La visione del sentiero sui monti, quella in grado di ricomporre in un vero Piano Regionale anche azioni davvero minimali come un campo di esploratori, o il restauro di qualche rifugio d'alta quota o di un ponte, è la prospettiva in grado di leggere qualcosa di più generale, territori, soggetti, bisogni. Solo per fare un esempio di questi aspetti, si pensi che la sensibilità dell'ambientalista già negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale riesce a cogliere la formazione di quanto due generazioni più tardi il geografo Jean Gottmann chiamerà «Megalopoli Bos-Wash», e che sottende sia territorialmente che socialmente quell'arco montano nell'entroterra. Socialmente, perché già nell'auspicio del Journal of the American Institute of Architects, l'ambientalista individua un soggetto chiave: la montagna è il tempio del «tempo libero», ma l'America urbana delle grandi città pullula di gente con tempo libero in abbondanza, e si tratta dei disoccupati o inoccupati, o lavoratori precari con lunghi periodi di inattività. Non a caso si è citato sopra Jack Kerouac, sfaccendato che alterna le sue frequentazioni dell'ambiente poetico-studentesco di San Francisco, con periodi da volontario stipendiato nel presidio dei crinali. Una popolazione urbana che va a «urbanizzare sostenibilmente» un territorio che già di fatto è complementare a quello della megalopoli insediativa sulla costa.

Non possono non tornare in mente, queste esperienze e considerazioni, antiche ma ancora tanto vive, ripensando sia al recente dibattito sul ruolo degli immigrati e profughi nella società europea e italiana in particolare, sia a quello sui nuovi equilibri città-campagna, sulle aree interne più o meno depresse e abbandonate, e infine la contingenza ma non tanto contingente del terremoto (l'ennesimo) sulla dorsale appenninica. Si è giustamente – anche se sinora un po' convulsamente - parlato di edilizia antisismica, di meccanismi di finanziamento e incentivi, di piani urbanistici generali e attuativi, ma forse è sfuggito il senso di un dettaglio, che emerge solo nelle polemiche. Il dettaglio, che è e resta tale di per sé, è la quota di «seconde case per passaggio generazionale» escluse dai benefici fiscali dell'adeguamento antisismico. Un particolare che, osservato nello spazio, nel tempo, nei processi sociali e di sviluppo locale, apre una prospettiva assai diversa su cosa significhi o possa significare «ricostruire com'era dov'era», secondo lo slogan comunemente accettato. E già qualcuno ne parla, pur senza nominarla esplicitamente, di pianificazione regionale spalmata nel tempo, di idee di sviluppo che sappiano andare oltre il puro ripristino di travi tetti scuole ospedali, ponendosi la domanda: perché e per chi, restaurare un immenso territorio? E chi saranno i soggetti attivi di questo piano, esteso come minimo su più di un «passaggio generazionale», edilizio e non edilizio? Sono queste le dinamiche, urbane e territoriali vaste, in cui inserire idee non peregrine o localiste di rilancio o qualsivoglia ripopolamento, posti di lavoro innovativie qualificati dal contesto, vera messa in sicurezza fisica e sociale di areesinora sospese nel tempo, in attesa di ruolo e identità adeguata. In fondo,basta un colpo d'occhio all'analogia del rapporto fra zone montane einsediamento costiero, per capire che un Appalachian Trail italiano potrebbeessere a portata di mano. Basta lasciar spazio adeguato ai suoi protagonisti.
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