Dolce&Gabbana, gli errori del sindaco
Tomaso Montanari
Per tre giorni Napoli è stata ceduta alla ditta D&G che ha "occupato" l'intero Borgo marinaro e molti altri spazi pubblici chiusi agli abituali utilizzatori e riservati agli ospiti della ditta, Molti degli intellettuali locali compiaciuti o rassegnati, ma fortunatamente non tutti. La Repubblica, ed. Napoli, 14 luglio 2016

TRA i due modi che il Calvino delle Città invisibili propone per non soffrire in mezzo all’«inferno dei viventi » il più difficile è quello di «cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno: e farlo durare e dargli spazio». È un esercizio cognitivo e morale fondamentale: un esercizio cui è impossibile sfuggire quando si scruta ciò che succede a Napoli.

Ora la domanda è: il grande evento di Dolce e Gabbana come va letto? Come qualcosa che non è inferno (sembra l’opinione prevalente, anche se spesso la motivazione che la sorregge è un disarmato: «meglio di niente!»), o come un pezzo del solito, immutabile, eterno inferno? Sono convinto che la risposta giusta sia la seconda: ciò che abbiamo vissuto in questi giorni non è la promessa di qualcosa di nuovo, è l’ennesima manifestazione dell’abdicazione perpetua di questa città.

Cosa c’è, infatti, di nuovo nella circostanza per cui un signore si prende Napoli, la chiude, la nega ai cittadini stessi e ci costruisce un apparato effimero? L’unica novità, rispetto ai riti di antico regime, non è una bella novità: ora la festa non è neanche a sollazzo del popolo, ma a totale beneficio del marketing del moderno signore e padrone.

La gravità di ciò che è successo mi pare evidente soprattutto sul piano simbolico, e dunque su quello educativo: perché si è affermato con forza che la città non è dei cittadini. Il colmo lo si è raggiunto con la decisione gravissima di chiudere il Dipartimento di Scienze sociali della Federico II: una scelta che ben chiarisce la gerarchia simbolica dei poteri. Non c’è dubbio che gli studenti abbiano così ricevuto la più eloquente lezione di sociologia applicata della loro carriera: ma credo che i vertici del mio ateneo dovrebbero attentamente riflettere sul messaggio che si è, di fatto, mandato.

Nel complesso, questo evento ha ridotto ancora una volta i cittadini a plebe, legittimando così ogni disprezzo: perché un giovane diseredato di una qualunque periferia dovrebbe astenersi dal coprire di vernice i monumenti che compongono questo set privato? Le parole, e la loro carica simbolica, sono importanti: e cosa può fare un evento “esclusivo”, se non escludere? Escludere ancora un po’, in una città che ha, invece, bisogno di inclusione come dell’acqua.

Per Per quattro giorni Come ai tempi di piazza Plebiscito regalata alla Nutella, il sindaco de Magistris continua a confondere cittadini e spettatori, e – alla faccia della retorica dei beni comuni – si presta a far da comparsa in una kermesse che la Valente o Lettieri avrebbero applaudito nello stesso, identico modo. Già, perché il vero problema è l’omologazione culturale del pensiero unico: quella per cui, negli stessi giorni, Diego Della Valle chiudeva per una festa privata due ordini del Colosseo (quando un’assemblea sindacale, legale e annunciata, l’aveva fatto per sole due ore, Dario Franceschini e Matteo Renzi avevano scatenato un inferno mediatico) e Fendi si prendeva la Fontana di Trevi per una sfilata di moda sull’acqua, letteralmente calpestando il monumento. Di qualche settimana fa è, poi, la cena esclusiva organizzata da un negozio di moda su un ponte galleggiante sull’Arno a Firenze, riedizione iperbolica e ultraconsumistica della madre di tutte le privatizzazioni dello spazio pubblico: quella della cena della Ferrari che nel 2013 chiuse Ponte Vecchio per una notte, per decisione dell’allora sindaco Renzi.

Conosco l’obiezione a questa lettura. Napoli – si dice – ne avrebbe guadagnato «in immagine ». A questo rispondo innanzitutto che la prima immagine di Napoli ad essere importante è quella che viene trasmessa ai suoi stessi cittadini: e il messaggio per cui la città è di chi se la prende è un messaggio devastante.

Ma anche se si pensa all’immagine di Napoli di fronte al mondo, credo che il ragionamento sia profondamente sbagliato. Il risultato, si dice, è aver fatto passare il messaggio che «Napoli non è solo Gomorra ». Parole infelici: intanto perché tradiscono un inconfessabile fastidio verso chi denuncia, racconta, rappresenta Gomorra. E poi perché trascurano il risultato finale: e cioè che l’immagine di Napoli che ne esce è per metà Gomorra e per metà Luna Park. Tutto tranne che una città. E anzi un ircocervo mostruoso, che finisce con l’abbracciare, di fatto, la visione di un Oscar Farinetti: per cui l’unica prospettiva del Mezzogiorno è diventare «una grande Sharm el Sheik». Una predizione di qualche anno fa, nel frattempo divenuta sinistramente calzante: visto che la località egiziana è ormai ridotta a un’oasi per ricchi protetta da un esercito in armi.

Dunque, se davvero vogliamo «cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio» non è all’effimero circo degli eventi che dobbiamo guardare, ma a quanto questa città è capace di fare davvero per se stessa. Se – per non fare che un esempio – il lavoro straordinario della Fondazione Foqus ai Quartieri Spagnoli venisse raccontato con un decimo dell’enfasi e dello spazio riservati alle feste di Dolce e Gabbana non faremmo tutti un miglior servizio al corpo (e all’immagine) di Napoli?
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