Non riduciamo il sapere a un utile d’impresa
Tomaso Montanari
«Federico Bertoni, docente di teoria della letteratura a Bologna, analizza la deriva di un sistema universitario in cui chi studia si è trasformato in un cliente.  Un manuale di volo notturno per gufi, ma anche una lettura strategica per capire (e provare a cambiare) il futuro del Paese» La Repubblica, 29 maggio 2016 (c.m.c.)



Perché l’università italiana, «un luogo di elaborazione e di trasmissione della conoscenza diventa uno straordinario concentrato di stupidità?». Sono queste le domande a cui risponde Universitaly.
La cultura in scatola (Laterza 2016), meravigliosamente scritto da Federico Bertoni, professore di Teoria della Letteratura a Bologna. Carlo Levi ha scritto che «se gli occhi guardano con amore (se amore guarda), essi vedono»: gli occhi di Bertoni sono pieni d’amore per l’università, ed è probabilmente per questo che la sua analisi è così lucida.

Il governo di Matteo Renzi ha annunciato la prossima uscita dell’università dal pubblico impiego, e dunque la sua privatizzazione. «Sarebbe solo la sanzione giuridica - osserva Bertoni - di qualcosa che di fatto è già successo»: «Le università non condividono il sapere con i cittadini ma propongono un’ offerta formativa ai clienti», gli studenti accumulano non conoscenze ma «competenze acquisite in una carriera», il loro apprendimento «si misura in crediti e debiti», le pubblicazioni scientifiche sono «prodotti della ricerca», e quando si annuncia che qualche ricercatore è finalmente uscito dallo schiavismo del precariato si dice che si è «investito sul capitale umano».

Insomma, «l’equazione subdola tra responsabilità (accountability) e contabilità (accounting) ha trasformato l’università in una customer oriented corporation» fondata su criteri e valori come «l’immagine, la qualità (nel senso di quality assurance), la competizione, la soddisfazione del cliente, gli indici di produttività ». L’analisi, documentatissima e implacabile, di Bertoni solleva una domanda di fondo: a cosa serve una università tanto schiacciata sulla monodimensione mercatistica dell’esistente da non riuscire a immaginare e a costruire niente di nuovo? Rinnegando la sua stessa ragione di essere - che è la produzione di senso critico - questa università sembra esistere solo per confermare il motto di Margaret Thatcher: «There Is No Alternative».

Come se ne esce? Riscoprendo, suggerisce Bertoni, i fondamentali della professione intellettuale. I professori non devono avere paura: possono prendere la parola, rifiutarsi di obbedire, non abituarsi alla degenerazione, rallentare il ritmo aziendalistico, smascherare le finzioni, giocare al rialzo nella qualità dell’insegnamento, insegnare il dissenso. Che è come dire che i professori devono fare il loro dovere: anche se non è il dovere a cui pensano i rettori e i ministri. Un manuale di volo notturno per gufi, ma anche una lettura strategica per capire (e provare a cambiare) il futuro del Paese.
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