Individualismo urbano postmoderno
Fabrizio Bottini
Tanto tempo fa, veniva individuato tra gli obiettivi delle politiche per la casa quello di raggiungere il traguardo, allora ambizioso, di un abitante per stanza.  ... (continua la lettura)

Tanto tempo fa, veniva individuato tra gli obiettivi delle politiche per la casa quello di raggiungere il traguardo, allora ambizioso, di un abitante per stanza. Obiettivo chiarissimo nelle sue finalità sociali, sanitarie, e più in generale urbanistiche come spiegava con notevole dettaglio e preveggenza quello straordinario opuscolo intitolato modestamente Cottage Plan And Common Sense, in cui molto sottotono Raymond Unwin delineava la propria versione di quello che una generazione più tardi si sarebbe detto «dal cucchiaio alla città». E citare proprio Unwin, il teorico del sobborgo giardino, anziché un apparentemente più congruo antenato dell'urbanistica razionalista, ha un senso preciso qui, dato che sarà proprio l'ambiente suburbano a raggiungere quel traguardo, seguito più tardi e in forme diverse dalla città-macchina industriale. Un abitante una stanza, ma anche per esempio un veicolo un passeggero, un prodotto specifico mirato ad ogni consumatore, più tardi con le ultime evoluzioni tecnologiche e organizzative una centrale di comunicazione per ogni individuo, o addirittura tendenzialmente una unità locale produttiva per ciascuno. Tutto comincia però, anche secondo studi sistematici di sociologia, con quella disponibilità inaudita della stanza personale, fin dagli anni della formazione: il ritratto dell'eremita da giovane.

Nella stanzetta personale messa a sua disposizione dall'evoluzione della casa familiare moderna, il bambino/bambina poi adolescente e magari anche giovane adulto, inizia a perseguire un proprio percorso esistenziale, secondo vaghi ideali un tempo inseguiti solo da pochi privilegiati, fra cui spicca la figura dell'eremita meditante. È in quel tipo di sottrazione consapevole e per nulla ostile, al trambusto e condizionamenti reciproci della «pazza folla», che si intravedono certe tendenze contemporanee, così diverse dalla solitudine dell'essere umano «solo al comando», che su quella folla più o meno numerosa vuole esercitare qualche tipo di potere: si tratti anche solo di quello del capofamiglia sui parenti e sulla casa. Così come l'eremita meditante solitario, anche altre figure del tutto storicamente accettate e consolidate esprimono, anche se in qualche modo part-time, la medesima aspirazione: il giovane o la giovane che «aspetta di sposarsi» per un periodo più o meno lungo, magari senza farlo mai; i separati o divorziati; i vedovi, e in generale chiunque per amore o per forza si ritrova a vivere una condizione distinta dal mainstream familiare e sociale. Il fatto che non si tratti di devianza, è ribadito sia dalla persistenza storica di figure del genere, sia da uno sguardo non distratto all'evoluzione dell'offerta di strutture, prodotti, servizi, che con notevole rigidità si orientano però in quella direzione.

Rigidità è per esempio e paradigma quella della forma della casa citata in apertura, sia nel progetto «familiare», sia nell'organizzazione dei quartieri quando esiste qualcosa del genere, sia nella gestione e amministrazione del servizio casa quando questo entra a far parte dei programmi di welfare. Qui nemmeno l'approccio razionalista ed efficientista industriale riesce a andare oltre certi studi meccanici del filone existenzminimum, se è vero che di fatto poi la produzione di abitazioni, e soprattutto la gestione del grande comparto pubblico, resta ancorata al modello granitico della famiglia nucleare. Al punto che in tantissimi paesi, segnatamente la Gran Bretagna dove di fatto si è quasi «inventato il modello», dopo diverse generazioni si scontano ancora diseconomie e polemiche politiche di grande rilievo, quando l'assegnazione e godimento di alloggi pubblici vede una incredibile discrasia tra domanda e offerta, soprattutto a fronte della crescita esponenziale di famiglie di una sola persona a occupare per vari motivi spazi enormi. Un relativo lusso, certo, ma a spese di altri.

C'è poi l'approccio neoliberale mercatista, che prima con la retorica della creative class, del suo contributo allo sviluppo locale, ha provato a sperimentare soluzioni edilizie e urbanistiche diverse, poi riproducendole in modo piuttosto meccanico pro domo sua ha creato e continua a creare ghetti gentrificati per i cosiddetti Millennials, giovani che ancora non si sono formati una famiglia, e che secondo il mercato semplicemente «aspettano di trasferirsi in una villetta unifamiliare». La risposta del privato è quella di realizzare delle sorte di pensionati studenteschi allargati, in cui i microappartamenti (comunque esclusivi e costosissimi per unità di superficie) si mescolano a localini e negozi di tendenza, spazi di coworking e altre amenità a mezza strada fra il campus universitario e una specie di azienda individuale diffusa sul territorio. Ma ancora qui non si coglie affatto che quella condizione individuale forse non è affatto provvisoria, che richiederebbe un ripensamento abbastanza radicale dell'approccio, dei servizi, della città che ci sta attorno insomma.

Perché le nude statistiche, oltre a cose magari apparentemente più effimere ma assai significative come associazioni, pubblicazioni, prodotti mirati, ci dicono che «stare da soli» (cosa diversa dalla solitudine patologica così come viene proposta di solito) è tendenza in grande crescita. Case, quartieri, welfare, trasporti, servizi, paiono inchiodati a quel modello familiare nucleare fissato nel XIX secolo e a quanto pare per ora inamovibile, mentre la realtà va da un'altra parte, a volte solo soggettivamente e psicologicamente, in altri casi anche proiettandosi in modo vistoso sulla realtà. Qualcuno naturalmente ha già provato, in una logica di marketing politico, a calcolare quanto peso relativo possano esprimere le istanze di questo neo-individualismo postindustriale, e se si tratti tendenzialmente di istanze declinabili in senso progressista o liberista-conservatore. Ovvero se orientate più al modello del single solo al comando, oppure a quello democratico dell'eremita meditante. E anche così, guardando agli attriti fra la città com'è e come ce la immaginiamo, con le tensioni nelle periferie tra anziani soli barricati dentro spazi inadeguati e nuove formazioni che rivendicano diritto alla casa, si capisce quanto complicato sia, farsi un'idea ragionevole del senso di destra o sinistra, oggi.
Un piccolo, particolare esempio di attrito (si noti la non sottolineata ambientazione da sprawl automobilistico di villette unifamiliari) del genere descritto, è quello raccontato magistralmente dal sociologo Eric Klinemberg in questo estratto dal suo Going Solo, su La Città Conquistatrice (f.b.)
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