Il caos assordante aspettando il treno
Ernesto Galli della Loggia
Non funzionalità e servizio ai passeggeri,(che non a caso vengono  chiamati clienti) ma ancora una volta, il vero obiettivo è  la mercificazione, il consumo e il massimo ricavo. Corriere della Sera, 3 maggio 2016 (c.m.c.)


E' degno di nota l’impegno con cui «Grandi Stazioni» — non so se spinta da una disperato bisogno di risorse per problemi di bilancio, o forse da pura avidità — si dedica da tempo a deturpare il patrimonio architettonico italiano e a contribuire al degrado ambientale del nostro Paese.

«Grandi Stazioni», per chi non lo sapesse, è una società del gruppo Ferrovie dello Stato, la quale gestisce per l’appunto le 14 maggiori stazioni del sistema ferroviario nazionale. O meglio, più che gestirle direi che le munge. Nel senso che da anni il suo unico scopo sembra quello di risistemarne gli interni allo scopo di riempirli all’inverosimile di spazi commerciali da affittare, obbligando poi i viaggiatori a seguire «percorrenze riorganizzate» (così nell’«italiese» del suo sito), al fine di indurli a comprare quante più cose possibili. Anche la scarsità di posti dove sedere e riposarsi obbedisce allo stesso scopo. Non solo. Pur di far soldi, infatti, «Grandi Stazioni» ha piazzato lungo le banchine dei treni anche una miriade di schermi dove si proiettano interrottamente, per il piacere di chi aspetta di partire, video pubblicitari dal sonoro altissimo.

Per avere un’idea del risultato di tutto ciò basta avventurarsi alla stazione Termini di Roma. Un vero inferno. L’intero disegno architettonico originario, niente affatto spregevole, è stato completamente stravolto da una miriade disordinata di chioschi e di box commerciali disseminati dappertutto, che obbligano i passeggeri a dei veri e propri slalom in un pigia pigia assordante per giungere ai treni. In pratica ci si muove come su un autobus nell’ora di punta. A tutte le ore, poi, centinaia di viaggiatori di tutte le età, non trovando un posto decente dove stare, giacciono buttati per terra. In compenso i negozi sono pieni, e «Grandi Stazioni» rimpingua i suoi bilanci.
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