I sindaci: l’urbanistica è mia
Lodo Meneghetti
Dopo le elezioni, la prima manovra dei sindaci, costruite le giunte personali e verificata la sicura debolezza dei Consigli causata vent’anni ... (continua la lettura)



Dopo le elezioni, la prima manovra dei sindaci, costruite le giunte personali e verificata la sicura debolezza dei Consigli causata vent’anni fa dalla riforma dei poteri (enormi quelli per sindaco e giunta) voluta da sinistra e da destra, consisterà nell’appropriarsi dell’urbanistica. Non una ennesima discussione, magari approdo a un acronimo nuovissimo ma ugualmente insensato come tanti altri nati e presto morti, ma un concreto daffare personale nel campo della rendita fondiaria dominante e del continuo roteare del ciclo (e riciclo…) edilizio. Sarebbe la logica conseguenza delle dichiarazioni programmatiche pre-elettorali. Al primo punto, il cambiamento del Piano di governo del territorio (Pgt), in ogni caso: a) contrasto politico radicale fra nuova e precedente amministrazione, b) continuità integrale o sostanziale, compresa la conferma del primo cittadino, c) continuità politica vaga e cambio del sindaco, d) difficile definizione dello stato dell’arte comunale se, prima, le differenze fra gli aspiranti teoricamente antagonisti paressero ambigue o addirittura mancassero. I casi c) e d) si fondono se riguardiamo l’odierna vicenda milanese[i].

Queste ipotesi valgono per tutti i contesti locali, municipi grandi, medi e piccoli. Nei comuni maggiori, messe da parte le nuove conformazioni territoriali e burocratizzazioni gestionali tipo città metropolitana, è pur sempre la città esistente negli storici confini comunali il luogo dell’accumulazione capitalistica benché non più attraverso la produzione industriale[ii]. Comunque non è da Roma ma è da Milano, ritenuta dal premier nazionale futura punta di diamante degli assetti politici contrassegnati da centrismo tendente a destrismo neoliberista, che proverrà l’indirizzo per il ribaltamento di democrazia versus massima personalizzazione del potere e decisionismo extra-costituzionale.

Vedremo i risultati del referendum sulle modifiche della Costituzione e di altri in fase di raccolta delle firme.

Dunque, Milano. Il candidato sindaco Giuseppe Sala, che ha rimpiazzato il rinunciatario Giuliano Pisapia in una tormentosa guida di un presunto centrosinistra privo di un’ala sinistra, si prenderà l’urbanistica, per quale scopo? In primo luogo un’attenuazione di supposti indirizzi «troppo» riformatori del Piano di governo del territorio, mentre noi osservatori ormai distaccati dalle iniziali speranze riposte nella nuova amministrazione del 2011 sappiamo che niente di progressista esso contiene. Se il nostro guardasse al modesto abbassamento dell’indice medio di edificazione, dovrebbe accorgersi che svolgere il compito di mediatore nel ristretto spazio fra due numerini, Pgt ante e post centrosinistra «arancione» (il colore dell’entusiasmo per la vittoria di Pisapia), sarebbe avvilente.

La pianificazione effettiva della giunta a guida Ada Lucia De Cesaris per l’urbanistica e l’edilizia si è differenziata poco da quella ventennale di un centrodestra che fece meritare alla gestione dell’urbanistica e dell’edificazione privata il marchio di «rito ambrosiano» (Vezio De Lucia), una speciale condizione di smaccato favore agli speculatori e agli impresari edili. Ora come allora, in forma meno volgare e direi violenta, il Comune è stato (è) come uno spettatore dell’attività degli imprenditori d’affari urbani, degli impresari edili, delle grandi aziende (non più industriali, ma finanziarie, bancarie, editoriali, comunicazionali); si mette in coda al movimentismo degli attori investitori e accetta, magari agendo con la finzione di un dialogo vacuo, la proposta del prodotto completo. Vuoti urbani da riempire, demolizioni e ricostruzioni, false ristrutturazioni moltiplicatrici, aree enormi messe a disposizione del disegno privato: la realizzazione di vaste cubature totalmente svincolate da ragionevoli indici di edificazione fondiari e territoriali rappresenta l’urbanistica senza piano, la costruzione della città senza scelta pubblica, il quando, il dove, il come lasciati alle intemperie di un mercato illogico per i riguardi sociali dei cittadini e anche per i loro interessi economici.

Allora, di che Pgt parliamo? Chi, dei candidati a sindaco, ricorda che i piani regolatori, se si vuol controllare la conservazione e il divenire della città, devono impegnare il Comune in piani particolareggiati («di esecuzione», dice la legge urbanistica del 1942[iii]) man mano dimostrati come necessari?

Ugualmente, il concorrente Stefano Parise capintesta del centrodestra (non «presunto», attributo da noi assegnato al centrosinistra giacché i due personaggi, con la loro biografia da manager liberisti, ci sembrano assai somiglianti) da sindaco si muoverebbe contro il Pgt attuale promuovendo il ritorno a quello dell’amministrazione guidata da Letizia Brichetto Moratti. Lui si immagina di rivoluzionare in senso liberista un sistema urbanistico-edilizio che non avrebbe bisogno di aggiunte alla condizione sopra descritta. Dal punto di vista dei vecchi architetti di sinistra attori di urbanistiche sociali degli anni Cinquanta e Sessanta, l’uno vale l’altro, se così si può dire.

Il ritorno all’intellighenzia morattiana e, addirittura, albertiniana (Gabriele Albertini, sindaco predecessore di Letizia Moratti è ora capolista per Parise), il legame con Claudio De Albertis, presidente dell’Associazione nazionale costruttori edili (Ance), presidente della Triennale, immobiliarista di grido attraverso l’azienda di famiglia Borio Mangiarotti significano qualche punto in più di pericolo, limitato a una sgradevole vanteria di essere i migliori. Ne è figura simbolica proprio Albertini, sindaco il cui compito, ripeteva spesso, non sarebbe diverso da quello di un amministratore di condominio. Intanto concertava con le grandi aziende e i potenti costruttori rivolgimenti urbani come il pezzo di città nuova sui terreni della Pirelli o l’intervento sull’area dell’ex Fiera noto per i tre grattacieli (il terzo non ancora eretto) firmati da Libeskind, Hadid e Isozaky: «in un enorme processo di riqualificazione ci siamo avvalsi del lavoro dei migliori architetti del mondo, i Brunelleschi e i Bernini dei nostri giorni», anche per questo sarebbe [giustamente] elevato il costo delle abitazioni[iv].

Conclusione elettorale. Al ballottaggio fra i due maggiorenti non saremo costretti comunque a scegliere. Per ragioni storiche di appartenenza, per ragioni culturali, per non spegnere per sempre la fiammella di una piccola sinistra sincera: che si presenta coraggiosa al primo turno e che rappresenterà nel Consiglio comunale la parte di cittadini attenti al retaggio del valori sociali di un’altra Milano, non ancora arresa al Moloch degli affari e al suo fratello Moloch della bruttezza[v].


[i] Cfr. L. Meneghetti, La contesa degli identici a Milano, madre della compravendita, in eddyburg, 20.04.2016.
[ii] Ibidem.
[iii] L’art. 13 stabilisce che devono essere indicati, oltre a altri dati planimetrici e altimetrici, le masse e le altezze delle costruzioni lungo le strade e le piazze. Non è difficile, senza forzare l’interpretazione, avvicinare questa norma all’opportunità di disegnare precise plani-volumetrie sulle aree in causa. Quando si dette, nel nostro paese, la rara possibilità di progettare in questo senso i quartieri dei Piani di edilizia economica e popolare (Peep) secondo la legge 167/1962, i migliori piani illustrarono soluzioni chiaramente preludenti a specifiche tipologie abitative. Ved. “
Urbanistica”, n. 41, agosto 1964.
[iv] Gabriele Albertini, in «
Corriere della Sera - Milano», 20 aprile 2006 (Redazionale).
[v] Rileggiamo la pagina 67 di: James Hillman, Politica della bellezza, a cura di F. Donfrancesco, Moretti&Vitali, Bergamo 1999.
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