Città, cattive pratiche per la riqualificazione
Raffaele Lungarella
«La legge di stabilità promuove un programma straordinario per la riqualificazione urbana. Migliorare la qualità della vita nelle nostre città è fondamentale ma serve un nuovo programma?» Sbilanciamoci.info, 3 maggio 2016


La legge di stabilità per il 2016 (l. 2008/2015) promuove un programma straordinario per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie delle città metropolitane e delle città capoluogo di provincia. Il bando con le modalità e le procedure per presentare i progetti è stato iscritto all’ordine del giorno della conferenza unificata Stato-Regioni-Enti locali dello scorso 14 aprile.

Migliorare la qualità della vita nelle nostre città, e soprattutto nelle loro periferie, è fondamentale anche per contenere le aree di disagio e marginalità sociale ed esistenziale. Ma serve proprio un nuovo programma?

La riqualificazione una e trina

Nel prospetto riportato qui sotto, sono stati messi a confronto i principali parametri e caratteristiche dei tre più recenti programmi di riqualificazione urbana che perseguono gli stessi obiettivi: uno promosso, nel 2012, dal governo Monti e ancora in corso di attuazione, e due dal governo Renzi, con le leggi di stabilità 2015 e 2016; gli interventi da realizzare con il primo di questi ultimi due programmi sono ancora nella penna dei progettisti, malgrado sia passato ormai quasi un anno e mezzo dalla sua approvazione.

Dalla lettura del prospetto si può osservare quanto segue.

1) Fin dalla loro denominazione sono intuibili le sovrapposizione tra i tre programmi. Al riguardo i possibili dubbi sono fugati dalla descrizione sintetica delle opere che possono essere finanziate: i progetti ammessi devono riguardare l’ampio spettro degli Interventi finalizzati al miglioramento delle aree urbane degradate e marginalizzate e al recupero del degrado sociale, che è fonte anche di insicurezza. Nelle liste dettagliate degli interventi finanziabili le descrizoni di alcune di esse sono pressoché le stesse in tutti e tre ibandi indetti per la realizzazione dei programmi.

2) L’ultimo programma promosso limita la partecipazione alle sole città metropolitane e ai comuni capoluogo di provincia. Questi comuni potevano, però, partecipare anche ai bandi relativi ai due precedenti programmi.

3) Le leggi che hanno promosso i due programmi del governo Renzi hanno stabilito un calendario per l’emanazione dei bandi e per la presentazione dei progetti da parte dei comuni. In entrambi i casi le scadenze previste non son state rispettate né per l’emanazione dei bandi né per la presentazione dei progetti.

4) La gestione del piano nazionale per le città è affidata al ministero delle infrastrutture e dei trasporti, competente in materia delle politiche per la casa e per la riqualificazione urbana. La selezione dei progetti da finanziarie con i due programmi promossi dal governo Renzi è affidata ad apposite strutture temporanee costituite presso la presidenza del consiglio dei ministri.

5) La dotazione finanziaria dei programmi è modesta non solo con riferimento ad ognuno di essi, ma anche per tutti i tre insieme. Lo stanziamento totale si attesta sul miliardo di euro; metà di questa cifra è distribuita tra il 2012 e il 2017.

La rinuncia all’efficacia
È una profezia facile prevedere che l’ammontare del finanziamento chiesto dai comuni, sui due programmi più recenti, sarà molto più elevato delle somme messe a disposizione dal bilancio statale. È già successo con il piano città promosso dal governo Monti. In quel caso, i comuni presentarono 457 progetti; con i poco più di 300 milioni di euro disponibili ne sono stati finanziati 28, la cui realizzazione richiede un investimento complessivo di 4,4 miliardi di euro. Non sono reperibili dati sul stato di attuazione degli interventi finanziati, ma è molto probabile che per alcuni di essi sia ancora molto arretrato, considerato che in molti casi il finanziamento ottenuto è solo una percentuale molto piccola della spesa da sostenere.

È prevedibile che un certo numero di progetti non finanziati con il piano città sia già stato ripresentato per concorrere al bando del programma 2015; le città metropolitane e i comuni capoluogo di provincia, ritenteranno, con gli stessi progetti, la sorte anche con il programma di quest’anno ad essi riservato.

La moltiplicazione di programmi con la stessa finalità dotati di risorse scarse, mentre è già disponibile una lunga lista, di recente formulazione, di progetti già valutati, non può essere classificata tra le pratiche di buon governo e di buona amministrazione. Finanziare con le somme nel frattempo trovate nel bilancio dello stato alcuni dei progetti già valutati positivamente per il piano delle città, ma non finanziati per mancanza di fondi, avrebbe fatto risparmiare costi amministrativi ai comuni e all’amministrazione centrale e ridotto i tempi di avvio delle opere. La celerità nell’esecuzione degli interventi darebbe anche una spinta all’economia. Se fosse stato ritenuto utile, con le stesse norme di promozione dei due nuovi programmi, o con atti amministrativi, le nuove risorse potevano essere riservate a particolari tipologie di opere o di comuni.

Certo questa scelta razionale avrebbe avuto, per il governo, due controindicazioni: a) se si fosse semplicemente scorsa la graduatoria del piano città non sarebbe stato possibile trasferire la gestione dei fondi dal ministero delle infrastrutture alla presidenza del consiglio dei ministri; b) sul versante della comunicazione politica fa più effetto l’annuncio di una nuova iniziativa che la comunicazione del rifinanziamento di una analoga già in essere.

A dire che l’efficacia dell’azione amministrativa e delle esigenze delle città sono state sacrificate ad esigenze politico-mediatiche, si fa, forse, peccato, ma è legittimo ritenere che l’ipotesi sia plausibile.


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