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Veronica Ulivieri
Riciclo, dalla politica degli inceneritori ai materiali misti: i “buchi neri” che ci fanno perdere (parecchi) soldi
23 Aprile 2016
Rifiuti di sviluppo
«La metà della spazzatura finisce in discarica o all'inceneritore, investimenti per bruciare oggetti realizzati con plastiche non "rinnovabili", mancati incentivi. Così accade che alcuni riciclatori siano costretti a importare imballaggi in Pet da Francia e Spagna».

«La metà della spazzatura finisce in discarica o all'inceneritore, investimenti per bruciare oggetti realizzati con plastiche non "rinnovabili", mancati incentivi. Così accade che alcuni riciclatori siano costretti a importare imballaggi in Pet da Francia e Spagna». Il Fatto Quotidiano, 22 aprile 2016 (p.d.)

Nel 2014, secondo l’Ispra, il 42 per cento dei rifiuti urbani è stato riciclato o, nel caso dell’organico, avviato ad impianti di compostaggio. Dall’altra parte, il 31 per cento è andato in discarica e il 17 all’inceneritore, per un totale del 48 per cento: quasi la metà di quello che buttiamo, insomma, continua a non essere riutilizzato, rappresentando un’occasione mancata per l’industria del riciclo, fiore all’occhiello dell’economia italiana. L’esempio delle bottiglie di acqua minerale che abbiamo tutti i giorni sulle nostre tavole può dare l’idea. Secondo Assorimap, l’associazione di riciclatori e rigeneratori delle materie plastiche, nel 2015 “le tonnellate immesse a consumo, cioè tutte le bottiglie ed i flaconi di plastica, sono state circa 400mila, di cui il 50 per cento è stato raccolto ed avviato a riciclo. Manca all’appello l’altro 50 per cento, circa 200mila tonnellate che hanno destini diversi: dalla discarica al termovalorizzatore o dispersi nell’ambiente”. Tutto questo mentre, spiega Alberto Frache, esperto di polimeri del Politecnico di Torino, “alcuni riciclatori piemontesi sono costretti ad acquistare imballaggi in Pet da Francia e Spagna, perché in Italia, dove oggi le percentuali di raccolta in molte aree sono basse, non c’è abbastanza materiale da avviare a una seconda vita”.

Investimenti per bruciare

Se il Pet, polimero riciclabile per eccellenza, è l’esempio più eclatante, “nel 2014 in Italia circa 1,4 milioni di tonnellate, il 12 per cento degli imballaggi immessi al consumo ed il 15 per cento degli imballaggi recuperati, sono stati avviati a recupero energetico”, si legge nell’ultimo rapporto di sostenibilità di Conai, il Consorzio nazionale degli imballaggi. “Si tratta di un valore in forte crescita, +27,5 per cento tra 2012 e 2014”, con “la plastica che rappresenta il 66 per cento del totale degli imballaggi avviati a recupero energetico”.

Numeri che, di fronte alla costruzione degli 8 inceneritori previsti dallo Sblocca Italia (inizialmente erano addirittura 12), potrebbero aumentare ancora. Secondo Francesco Bertolini, esperto di politiche ambientali dell’università Bocconi, infatti, “nel momento in cui si decide di investire in un inceneritore che costa milioni di euro e ha bisogno di grosse quantità di rifiuti per funzionare e ripagare così l’investimento, c’è un allentamento più o meno consapevole nelle politiche a favore del riciclo. Se è vero che nella regola europea delle 4R – riduzione, riuso, riciclo e recupero – la termovalorizzazione è appunto all’ultimo posto, è ovvio che se si investono qui molte risorse, poi ce ne saranno meno per misure a favore del riciclo”.

Materiali difficili da riciclare

Non solo: delle circa 927mila tonnellate di imballaggi in plastica inceneriti nel 2014 su un totale di quasi 2,1 milioni di tonnellate immesse al consumo, una parte è rappresentata da bottiglie, vaschette e flaconi buttate dai cittadini tra i rifiuti indifferenziati, mentre dall’altra ci sono contenitori ancora difficili o impossibili da riciclare. “Gli alimenti confezionati in plastica con scadenza lunga spesso hanno imballaggi formati da più polimeri. Cibi e bevande di questo tipo devono essere isolati da luce e aria: ci sono quindi strati barriera di diversi materiali che hanno queste funzioni”, dice Frache.
Pensiamo ai bicchierini del tè freddo, ad alcuni tipi di vaschette per cibi confezionati, o ancora a packaging formati da un film di plastica e uno di alluminio, come il pacchetto del caffè o le bustine di cibo per animali. “In questi casi non è possibile oggi recuperare i vari film uno per uno. Gli imballaggi poliaccoppiati vengono sminuzzati e inviati principalmente alla termovalorizzazione, che al momento appare come l’unica soluzione possibile”. Se basta fare un giro al supermercato per rendersi conto di quanti sono gli imballaggi di questo tipo, per Frache sarebbe già importante concentrarsi sul raccogliere il più possibile i materiali riciclabili. Per Bertolini, invece, “è incredibile che si continuino a non considerare le alternative tecniche già esistenti per sostituire i polimeri di derivazione petrolifera con le bioplastiche, con un’incidenza molto limitata sul prezzo del prodotto finale. A quel punto, questi imballaggi potrebbero essere conferiti nella raccolta dell’umido”.

Differenziare il Cac

Da qualsiasi punto di vista la si guardi, tuttavia, il prezzo del petrolio ai minimi degli ultimi mesi non incentiva le aziende a cercare alternative ai loro imballaggi in plastica, né il sistema così com’è organizzato oggi incoraggia il passaggio ai biopolimeri. L’input a realizzare imballaggi a più basso impatto ambientale potrebbe arrivare finalmente da una differenziazione del Contributo ambientale Conai (il Cac), che tutti i produttori e utilizzatori pagano al Consorzio per “i maggiori oneri della raccolta differenziata, per il riciclaggio e per il recupero dei rifiuti di imballaggi”. Il sistema è già in vigore in diversi Paesi europei, mentre fino ad oggi in Italia l’importo cambiava solo in base al materiale, ma non all’impatto ecologico della confezione. A fine febbraio, Conai ha annunciato che il nuovo meccanismo entrerà in vigore “presumibilmente entro 12 mesi” e per il momento solo per le confezioni in plastica, “modulato sulla base di tre parametri fondamentali: la facilità di selezione degli imballaggi dopo il conferimento per il riciclo, l’effettiva riciclabilità – valutate sulla base delle tecnologie disponibili industrialmente note – e il circuito di destinazione (domestico o commercio/industria)”.

Se ci guadagnano tutti

L’altro anello debole della filiera, si diceva prima, sono i cittadini, non sempre attenti a conferire i rifiuti nel modo giusto. Su questo fronte, negli ultimi anni sono nati diversi sistemi incentivanti, che puntano a promuovere la raccolta differenziata anche con remunerazioni, spesso in collaborazione con la grande distribuzione. L’azienda veneta Eurven, per esempio, fabbrica macchine intelligenti capaci di restituire, in cambio degli imballaggi, uno sconto o dei punti fedeltà. Ha tra i suoi clienti grandi nomi come Conad, Leroy Merlin e Ikea, che attraverso queste promozioni puntano a fidelizzare i consumatori.

E c’è chi come Coripet, un consorzio volontario che raccoglie aziende di acque minerali e riciclatori, grazie anche agli incentivi ai consumatori è riuscito a creare un ciclo chiuso, con vantaggi per tutti. Spiega il presidente Giancarlo Longhi: “I supermercati fidelizzano, i clienti hanno uno sconto sulla spesa, i riciclatori possono contare su materiale che rispetta i requisiti Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare, ndr) per produrre scaglie idonee al contatto diretto con gli alimenti e le aziende di acque minerali chiudono il cerchio impiegando le scaglie per produrre le loro bottiglie”.

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