Il destino fragile del mediterraneo
Carlo Petrini
«Quel che sta accadendo a Genova, con la perdita dell’oleodotto è il paradigma di un’incuria che viene da lontano. Causata dal disinteresse e dalla mancata consapevolezza, dall’assenza di politiche di prevenzione e di una cultura del bene comune». La Repubblica, 24 aprile 2016

Le immagini di ciò che sta accadendo a Genova mi portano ad una riflessione: che cosa ci sembra pericoloso, oggi? Ho la sensazione che non sia chiaro cosa davvero mette a rischio la nostra esistenza. Ci spaventano i pericoli diretti, quelli che possono uccidere in poco tempo una persona (e solo se si tratta di qualcuno che conosciamo), mentre ci fanno meno paura i pericoli a lunga scadenza, quelli, per intenderci, che non mettono a rischio immediato la vita di prossimità (la nostra o quella dei nostri cari) ma “solo” la vita di qualcuno che è lontano, in termini di spazio e di tempo (le future generazioni) o in termini biologici (i viventi non umani, dai microrganismi ai grandi mammiferi).

E il mare? Cosa pensiamo del mare? Quanto e come ci ricordiamo ancora che è - in sé - un organismo vivente? Diciamoci la verità, non ce lo ricordiamo quasi mai. Solo in qualche poesia o fiaba ci riferiamo al mare come a qualcosa che respira, si muove, mangia, si arrabbia o si calma. Per il resto del tempo pensiamo che il mare sia né più né meno che un mezzo, o - a seconda dell’esigenza - un contenitore. Un mezzo per spostarsi o un contenitore in cui buttare quel che non sappiamo dove mettere. Se da un’idea astratta e generica di mare passiamo all’idea concreta e precisa di Mediterraneo, forse ci sarà più facile vedere quel che di solito non riusciamo a cogliere.
Il Mediterraneo è un mare piccolo (circa l’8 per cento della superficie acquea planetaria), chiuso, caldo, altamente diversificato, popolatissimo (di uomini e di specie ittiche) e trafficatissimo (circa il 30 per cento del traffico di navi petroliere). Una specie di bacinella tiepida e straordinariamente bella, intorno alla quale si affollano le attività produttive ed economiche di 26 Paesi. Che non dialogano tra loro, che non sono tenuti a rispettare le medesime regole e che, in alcuni casi, non sono tenuti a rispettarne alcuna. Una specie di aiuola pubblica, intorno alla quale tutti passano, sulla quale tutti vantano qualche diritto, ma della quale nessuno si prende cura.

È uno snodo fondamentale per attività di carattere politico, economico e produttivo, ma viene visto e vissuto come fosse un materiale inerte qualsiasi. E periodicamente riceve colpi ferali, dai quali si riprende sempre in modo parziale perché prima che la ripresa sia completa ne arriva qualche altro.
Ecco, quel che sta accadendo a Genova, con la perdita dell’oleodotto che sta mettendo a rischio il mar Ligure e il Mediterraneo, è il paradigma di un’incuria che viene da lontano. Causata dal disinteresse e dalla mancata consapevolezza, dall’assenza di politiche di prevenzione e di una cultura del bene comune.

Dalla piccola pesca che non ha tutele, ai depuratori che non esistono o non funzionano, dallo scandalo degli sprechi in mare alla mancanza di una commissione nazionale per le valutazioni di impatto ambientale, fino all’irrisione continua delle normative europee a protezione della biodiversità. L’elenco potrebbe continuare, è un rosario lunghissimo.

Molto breve invece è l’elenco di quel che viene sempre e sicuramente tutelato: il profitto di qualcuno, e non importa se per raggiungerlo si spalmano i danni su tutti, e quando dico tutti intendo i miliardi di uomini e donne del pianeta più i biliardi di esseri viventi, acquatici e no.

Alla fine, a forza di contemplare inermi il lungo elenco dei guai e la brevissima lista dei vantaggi, verrà il momento in cui bisognerà fermarsi e decidere quale modello di sviluppo si intende seguire: se quello basato sulla rapina, la distruzione e il danno (a lungo termine) di tutti a vantaggio del bene materiale (a breve termine) di pochi; o se vogliamo che la politica torni a fare la politica, che la democrazia torni ad essere un meccanismo a vantaggio dei molti e che dunque si dia la cautela come elemento principe delle sue decisioni.

Non sto dicendo che tutto dipende da chi ci governa. Anzi, probabilmente l’input principale di un urgentissimo cambiamento di stile sta nelle mani dei cittadini prima di tutto. Occorre ricostruire la cultura con la quale dobbiamo guardare alle risorse naturali, beni ai quali abbiamo diritto di accesso perché senza di esse non possiamo vivere, ma che ci conferiscono allo stesso tempo doveri di tutela perché non abbiamo il diritto di privarne gli altri. Ripartiamo da qui, ogni giorno, dagli asili nido alle aule sovranazionali, il dibattito sul bene comune non resti chiuso nelle stanze dei giuristi. Parliamone di più, sempre, e su ogni mezzo disponibile, dalle osterie ai social media. Quell’oleodotto che perde sta sporcando casa nostra.
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