Quel buon maestro di nome don Milani
Raffaella De Santis
«Eraldo Affinati ricostruisce la vita del priore di Barbiana, mettendosi sulle sue tracce in un dialogo costante che recupera una pedagogia rivoluzionaria». la Repubblica, 28 febbraio 2016


Come si fa a distinguere il buono dal cattivo maestro? Bisogna guardare gli occhi degli scolari, vedere se brillano o restano spenti. Se brillano vuol dire che quel maestro li ha accesi. Il maestro buono però non è quello che immaginiamo, non risponde a regole precostituite, non rispetta per forza le gerarchie, tutt’altro. Le sovverte, se serve. Eraldo Affinati dedica un libro a don Lorenzo Milani, un maestro che in anni in cui sembrava impossibile eliminò lavagne, cattedre, bocciature, andando a cercare gli allievi più poveri nelle spelonche in cui abitavano per convincerli a studiare. Affinati non ha scritto una semplice biografia, ma ha dialogato appassionatamente col fantasma di don Lorenzo. Il libro non ha la compostezza classica di un saggio, ma la coinvolgente vivacità di un faccia a faccia. Un confronto anche con se stesso, visto che Affinati parla di sé in seconda persona. Sarebbe piaciuto al priore che alle astrazioni teoriche preferiva i confronti diretti ed era un nemico delle liturgie spente e un esempio di cristianesimo fattivo. Il titolo guarda avanti, non poteva essere altrimenti: L’uomo del futuro (Mondadori). L’autore non si è accontentato di accumulare letture su don Lorenzo, ma ne ha seguito le tracce, come un detective.

Oggi ci sono altre Barbiane nel mondo. Affinati non indossa gli scarponi da montagna di don Lorenzo, ma si mette in viaggio. Va in Gambia, tra i palazzoni di Berlino est, in Marocco. I nuovi poveri si chiamano Pedro, un giovane tossicodipendente di Città del Messico, Manfred, che indossa una maglietta con un teschio, Alì, secco e snodato come doveva essere Barack Obama da piccolo. 
Affinati va a vedere i posti in cui il priore è cresciuto e ha insegnato: la casa di famiglia in via Principe Eugenio a Firenze; la dimora di campagna, fuori da Montespertoli, oggi trasformata in agriturismo e, naturalmente, Barbiana, nel cuore del Mugello, dove don Lorenzo era arrivato nel 1954: una sola stanza accanto alla cucina, perché le vere rivoluzioni si fanno con pochi mezzi, serve solo qualche tavolo intorno a cui studiare e mangiare. 
Nonostante i tanti libri scritti su don Lorenzo, gli entusiasmi, le strumentalizzazioni, l’oblio in cui l’autore della Lettera a una professoressa è caduto, Affinati, anche lui insegnante, autore di libri come La città dei ragazzi o Elogio del ripetente, crede fortemente nella portata di quella pedagogia rivoluzionaria che ripensò l’insegnamento a partire dal basso. Non ha origini altolocate come don Lorenzo, ma alle scarpe lucide preferisce le suole sporche di fango. La sua idea di pedagogia è concreta, costruita sulle persone, tanto che ha fondato la Penny Wirton, una scuola gratuita di italiano per immigrati. Il cuore di questo bel libro è a pag. 39: «Educare significa ferirsi. Bruciarsi le mani. Andare diritto dove sai che ti fa male».
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