Crainz: Nascita di una nazione (democratica)
Simonetta Fiori
«“Storia della Repubblica” Guido Crainz ripercorre settant’anni del nostro Paese. A partire dal giorno in cui le donne andarono a votare».  Pochi decenni dopo comincia la lunga discesa: Craxi, Berlusconi, Renzi. La Repubblica, 21 febbraio 2016


Quel giorno le donne si svegliarono allegre. Qualcuna la notte prima non aveva chiuso occhio, perché si trattava di una prima volta, e chi può sapere cosa si prova davanti a una scheda bianca. Alba de Céspedes uscì di casa con il passo leggero, come di chi «si sente i capelli ben ravviati sulla fronte». Maria Bellonci provò anche una sorta di smarrimen-to, in fondo era il suo battesimo da cittadina, ma bastò riconoscerlo per riprendere la rotta. E Anna Banti fu la più spietata con se stessa, in un modo che solo le donne conoscono: e se sbaglio tra il segno della repubblica e quello della monarchia? Così settant’anni fa le italiane andarono al loro primo voto, quello che avrebbe segnato l’inizio della democrazia repubblicana.
E così ha inizio la lunga storia che Guido Crainz ha scritto per Donzelli, bruciando i tempi sull’anniversario della Repubblica che cade il prossimo giugno: una cavalcata di quattrocento pagine che dall’Italia devastata dalla guerra arriva alle “terre incognite” di questi giorni. Ma è possibile storicizzare l’oggi, riducendosi praticamente a zero la distanza tra lo storico e i tumultuosi accadimenti della contemporaneità? L’autore di Storia della Repubblica ci ha provato con un ammirevole sforzo di sintesi che è difficile rintracciare nell’attuale produzione storiografica. E la chiave del felice esperimento va cercata nelle fonti predilette da Crainz, che sono prevalentemente romanzi e film, quotidiani e riviste, il variegato deposito dell’immaginario popolare capace di fotografare negli italiani umori e allergie, speranze e disillusioni più di quanto raccontino le aride statistiche. 
È grazie ad Alberto Moravia che nel 1947 entriamo nella periferia degradata di Roma, «un campo di concentramento senza filo spinato e torri di guardia». Ed è con Anna Maria Ortese che ci si interroga in quegli stessi anni sulla strana convivenza dentro il Pci «tra spiriti profondamente liberali e altri incapaci di laica indipendenza». Senza l’ironia agra di Luciano Bianciardi sarebbe difficile mettere a fuoco il volto crudele della modernizzazione. E nel successivo decennio dei Settanta spetta ad Alberto Arbasino sancire «ascesa e caduta delle illusioni », con il tramonto dei «valori come lo Sviluppo e il Progresso e la Crescita». Gli scrittori assolvono con ostinazione al ruolo di coscienza critica. Nella bufera di Tangentopoli, con mezza classe politica in galera e la gente in piazza ad applaudire, Giovanni Raboni non riesce a scacciare «un pensiero sordo e odioso come certi dolori: e noi, nel frattempo, dove eravamo?».

Ecco, forse la domanda che corre lungo settant’anni è come sia stato possibile passare dalla “necessità dei partiti”, da una politica onnipresente con un tasso altissimo di partecipazione al voto, al trionfo del suo esatto contrario, tra astensionismo e trionfo dell’antipolitica. Domanda che potrebbe essere estesa a molti altri paesi ma che in Italia ha una sua particolare urgenza. E secondo Crainz vi si può rispondere solo risalendo ad alcuni vizi di origine del sistema politico, ossia la continuità con il fascismo che aveva segnato la presenza invasiva del partito-Stato dentro le vite degli italiani. E anche il concetto di democrazia, puntualizza lo storico, non appariva del tutto chiaro e scontato, «né per il partito comunista né per il mondo cattolico». Oggi possono sembrare fogli ingialliti d’un album rimosso, eppure colpiscono le ferite dell’amputazione democratica negli anni della guerra fredda: un centinaio di lavoratori uccisi dalle forze dell’ordine tra il 1947 e il 1950, schedature per centinaia di migliaia di cittadini sospetti di militanza comunista, ripetuti controlli sugli insegnanti con interrogatori ai colleghi e ai genitori degli alunni. Nella “democrazia congelata” di quella stagione i diritti esistono, ma non per tutti.

Un altro filo rosso che attraversa questi decenni è l’incapacità della politica di guidare i grandi cambiamenti del paese. La società appare sempre un passo avanti, dietro una classe politica perennemente in affanno. Accade in questi giorni con le unioni civili ma è un tratto costante, ripetitivo, che si manifesta sin dai tempi dell’«inattesa Belle époque» – come la chiama Italo Calvino – ossia il grande salto del miracolo economico, quando l’Italia conosce «un nuovo modo di produrre e consumare, di pensare e di sognare, di vivere il presente e progettare il futuro». A fronte di colossali rivolgimenti, continua a operare per tutti gli anni Cinquanta un sistema arcaico, «apparati, uomini e culture portati a considerare il mutamento come una minaccia mortale». 
E anche «il più serio tentativo riformatore dell’Italia Repubblicana » – la stagione dei Lombardi e dei Giolitti – avrebbe visto presto all’opera forze contrarie, accompagnate da “un tintinnar di sciabole”. È in questo passaggio, nello sfumare «non tanto di una singola riforma ma del modello riformista in quanto tale», che secondo Crainz comincia la grande mutazione genetica, «la trasformazione di una società operosa in un verminaio dedito alla dilapidazione». E nella severa diagnosi coincidono le analisi di Pietro Scoppola e le riflessioni di Eugenio Scalfari che denuncia un mercato senza regole e rapporti ormai imbarbariti. Così come era stata cieca alla nascita dell’età dell’oro, la classe politica non si sarebbe accorta della sua fine, sancita dalla crisi petrolifera. 
Siamo già nei Settanta, il decennio delle “occasioni mancate” o forse – come ipotizza Giorgio Bocca – delle “occasioni inesistenti”. Anni di piombo che però secondo lo storico non sono riducibili al solo dilagare di violenza e terrorismo ma anticipano culture e comportamenti di massa affiorati in superficie più tardi: il successo come valore assoluto, il disprezzo per le regole e i vincoli collettivi, l’ambizione mai frenata da scrupoli etici. Comportamenti che se prima vengono trattenuti da identità collettivi forti – leggi i partiti di massa – in assenza di anticorpi sono destinati a deflagrare. Una “diseducazione civica” che in Italia avrebbe trovato svariati “eroi”, con l’imperversare della corruzione nella politica e nella società.

Il sistema partitocratico sarebbe arrivato al capolinea negli anni Novanta, travolto dalla “grande slavina” di Tangentopoli. E ancora una volta è uno scrittore come Claudio Magris a dare voce al timore «che il paese si dissolva e tra breve l’Italia – nell’attuale forma politico statuale e dunque anche culturale – possa non esistere più». In questo clima da camposanto avanza con “il sorriso alla Fernandel” (copyright Cesare Garboli) un nuovo protagonista che riuscirà più volte a vincere le elezioni ma non a governare il paese. E suona profetico l’editoriale scritto da Norberto Bobbio nel 1991 per La Stampa, poi ritirato per eccesso di pessimismo: «La gestione della seconda Repubblica se dovesse nascere sarà lunga. Ma poiché se dovesse nascere... nascerebbe con gli stessi uomini che non solo sono falliti ma sono inconsapevoli del loro fallimento, non potrà che nascere male, malissimo, come male, malissimo è finita la prima». La seconda Repubblica non è mai nata, sancisce Crainz. Al suo posto un “lungo regno” berlusconiano su cui la sentenza degli storici appare unanime e inappellabile. E ancora si fanno i conti con la sua pesante eredità.
E oggi? La cavalcata di chiude con il premierato di Renzi in «un’Italia che ha difficoltà a invertire la rotta ». Un paese spaesato che continua a pagare cecità e sciupii di precedenti classi dirigenti. Il racconto dello storico mostra fatalmente un passo più affannato, in una inedita geografia devastata da terrorismo globale e apocalisse migratoria. E sempre più fioche risuonano le voci di quel ceto intellettuale che l’aveva accompagnato fin dal principio della storia (a proposito, dove sono finiti gli scrittori?). Così quelle donne che allegramente si affrettavano alle urne, la mattina del 2 giugno del 1946, nel disincanto di oggi sembrano ombre arrivate dalla luna.
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