La posta in gioco del Referendum sul Senato
Piero Ignazi
«La campagna elettorale di Renzi non sarà facile. Dovrà convincere che una riduzione è meglio di una abrogazione, che risparmiare un po’ è meglio di risparmiare tutto, che qualche navetta parlamentare tra le due Camere è meglio di nessuna doppia lettura, ecc.». La Repubblica. 2 gennaio 2016 (m.p.r.)


Matteo Renzi si gioca tutto sul referendum confermativo della riforma del Senato. È come se il presidente del Consiglio avesse lanciato il guanto della sfida all’elettorato: o me o il caos, come diceva il generale De Gaulle. Questa di Renzi è una sfida rischiosa sia per l’oggetto del contendere - la riforma del Senato - , sia, e soprattutto, perché i referendum in Italia sono sempre stati “contro”.
Da quando è stato introdotto il referendum, il consenso è andato quasi sempre in direzione opposta all’establishment politico o alle idee correnti.
Il primo, quello sul divorzio del 1974, fece epoca perché contraddisse platealmente i timori della classe politica laica. Allora i partiti favorevoli al divorzio e soprattutto il Pci temevano che il “popolo non capisse” e scegliesse la tradizione. Invece votò “contro”: contro il clericalismo e contro l’arretratezza dei suoi rappresentanti. Per una volta la società civile dimostrò di essere molti passi avanti rispetto alla politica.Ma il più clamoroso voto contro si ebbe nel 1978 quando si andò alle urne per abolire il finanziamento pubblico ai partiti. Mentre solo radicali e liberali erano a favore (poco più del 5% dell’elettorato), il 43% dei cittadini sostenne l’abrogazione. Uno schiaffo a tutti i partiti “tradizionali”.

Ultimo esempio significativo: i referendum post-Tangentopoli indetti da un comitato variegato di politici e intellettuali capitanato da Mario Segni e Augusto Barbera, per eliminare, tra l’altro, la legge elettorale proporzionale e (ancora) il finanziamento pubblico: la valanga di consensi che ricevettero quelle proposte seppellì la classe politica della “prima repubblica”.

Affidare la propria sorte politica all’esito di una consultazione referendaria costituisce quindi un azzardo, proprio perché il referendum è stato interpretato come uno strumento correttivo delle scelte politiche operate dalle istituzioni. Essendo una espressione di democrazia diretta tende a porsi come un contropotere, e soprattutto così è stato praticato nella recente storia politica nazionale. Renzi oggi rappresenta il potere, l’establishment, la “classe politica”. Quando gli elettori andranno a votare guarderanno anche a questo aspetto, del tutto estraneo al merito della questione.

Se poi prendiamo in considerazione l’oggetto del referendum, la riforma del Senato, anche qui emerge una difficoltà supplementare per il presidente del Consiglio. Non si deve infatti decidere se confermare o meno l’abolizione del Senato bensì una sua trasformazione affidando i seggi a una rappresentanza di consiglieri regionali. Al di là di ogni giudizio nel merito, se la riduzione numerica e funzionale del Senato doveva placare pulsioni antipolitiche - e molte argomentazioni dello stesso Renzi hanno avuto questo registro (si risparmiano soldi, ci sono meno politici in giro, e così via) - la riforma lascerà scontenta quella grande platea che oggi si sente estranea e persino antitetica rispetto alle istituzioni. 
Questo perché, semplificando, Renzi non può rincorrere Grillo. Non si cavalcano dal governo i sentimenti antipolitici se non si è dei populisti, come lo erano Bossi e Berlusconi. Se invece si è legati, più o meno saldamente e più o meno convintamente, ad una visione riformista, non si è credibili nel solleticare sentimenti che non fanno parte della cultura di governo della sinistra. Per questo la campagna elettorale di Renzi non sarà facile. Dovrà convincere che una riduzione è meglio di una abrogazione, che risparmiare un po’ è meglio di risparmiare tutto, che qualche navetta parlamentare tra le due Camere è meglio di nessuna doppia lettura, ecc. Un esercizio difficile quando si ha di fronte una opinione pubblica che ha perso fiducia nella politica e nei partiti, senza grandi distinzioni.

Rimane la via d’uscita già indicata nella conferenza stampa del premier: portare il referendum su un terreno diverso, più congeniale alle risorse del capo del governo. E cioè arrivare ad uno scontro imperniato sulla sua figura, in una sorta di replica a livello nazionale delle primarie. Di nuovo, o con me o contro di me. Ma, in questo caso, non voteranno solo i simpatizzanti del Pd. La coalizione “contro” può essere numerosa, molto numerosa.
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