Sono in ansia per i musulmani
Mohammed Hanif
L'ironica risposta di una persona dotata di molta saggezza, evidentemente  prodotto da una raffinata cultura lontana da noi nelle storia e nella geografia, a molte brave persone che esortano molto ma capiscono poco. La Repubblica, 21 dicembre 2015

SONO in ansia per i musulmani. L’islam mi insegna ad aver cura di tutti gli esseri umani e anche degli animali, ma la vita è breve e non riesco neppure a trovare il tempo di preoccuparmi di tutti i musulmani. Non mi preoccupano tanto i musulmani vittima di oltraggi razzisti in Europa e in America, quelli che sul posto di lavoro sono guardati con sospetto per timore che covino intenti omicidi, o che ai controlli per l’immigrazione vengono bersagliati di domande assurde sul contenuto del loro bagaglio e sui loro antenati. Mi dico che alla fine di questi umilianti travagli potranno godere di privilegi come l’acqua corrente, l’elettricità e fasulle promesse d’eguaglianza.

Mi preoccupo per i musulmani minacciati di estinzione da parte di altri musulmani nella loro patria, dove in genere costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione. La mia amica Sabeen Mahmud è stata assassinata quest’anno probabilmente perché non corrispondeva al canone della buona musulmana ed è successo in Pakistan, un paese talmente musulmano che vi si può trascorrere una vita intera senza mai stringere la mano a un non musulmano.

Ma soprattutto sono in ansia per i musulmani come me, quelli chiamati a spiegare al mondo intero qual è il vero islam. A noi musulmani cosiddetti moderati viene chiesto di prendere le redini della narrazione, strappandole ai radicali — come se fossimo allievi di un master di scrittura alle prese con un saggio, invece che un miliardo e seicento milioni di persone diversissime tra loro.

Mi preoccupo per gli esperti che finiscono in tv a distanza di poche ore da un’atrocità e devono condannare, o difendere e spiegare, a nome nostro. Mi preoccupo per quella brava gente che ha il compito di ricordare al mondo che l’islam è una religione di pace.

È vero, la parola islam significa pace. Lo dice il dizionario. Ma ci vuole un bel coraggio ad agitare un dizionario davanti a chi ha perso una figlia, un figlio o il partner: “Guarda un po’ qui, vedi, c’è scritto che islam significa pace”.

Dire che l’islam è una religione di pace è come ridurre l’induismo al rispetto per le mucche e il buddismo alla posizione del Loto. L’ebraismo è fondamentalmente una disputa sulla proprietà? E i cristiani sono sempre alla ricerca dell’altra guancia?

Ogni volta che sento dire che l’islam è una religione di pace mi vien voglia di gridare “Attento, guardati alle spalle”.

È un’impresa impossibile spiegare l’islam, sia per i musulmani osservanti (niente alcol, niente bacon, niente jihad) che per i musulmani per caso (un po’ di tutto e certamente niente jihad) o per quelli che stanno in mezzo. Ma se non riusciamo a spiegare, ci dicono, almeno possiamo un tantino condannare. A quanto pare i musulmani non condannano a dovere.

Se da buon musulmano iniziassi a condannare tutte le malefatte dei musulmani non avrei più tempo da dedicare alle mie cinque preghiere giornaliere, né tanto meno a preparare i maccheroni al formaggio ai miei bambini o a portarli al parco. E diventerei un musulmano peggiore.

Continuano a ripeterci che è solo un numero esiguo di musulmani a rovinarci la reputazione. A mio avviso tra quei pochi andrebbero inclusi anche i nostri rappresentanti nei media, quelli che immaginano di poter salvare la reputazione dell’islam in tv e scrivono articoli per rassicurare il mondo sulle nostre intenzioni pacifiche.

Dicono che, sì, l’autore della strage citava il Corano, ma ne travisava il senso. Molti rilanciano la palla: e i vostri killer laici allora? Chiedono che gli assassini di massa musulmani siano trattati come gli assassini di massa non musulmani, i killer che sparano all’impazzata nei campus delle università americane o gli invasori dell’Iraq. Dovremmo ringraziarli per questo loro impegno a favore della par condicio tra assassini? Ma non si parlava di pace?

Dicono che l’islam insegna il rispetto di tutte le religioni. Riprendono in mano il Corano: vedete, c’è Gesù, è anche profeta nostro. Ma non spiegano che senso ha scegliere una religione se il suo dio e il suo profeta non sono i più grandi, i migliori, o i più veloci.

Ci invitano a guardare al sufismo come modello di islam moderato. Ma i sufi, brandendo i versi di Rumi e roteando come distici in una brutta poesia, neppure fanno finta di fornire una qualche soluzione. Se gli chiedi dell’islam ti invitano ad ascoltare un po’ di musica. Loro almeno sono più onesti dei nostri portavoce.

E vi siamo grati, cari portavoce, perché ricordate al mondo che i musulmani non sono una razza. Certi parlano cinese, altri swahili. Tra noi ci sono gay, pittori, avvocati, prostitute, magnaccia, batteristi e, ovviamente, assassini di massa. I musulmani non sono quasi mai d’accordo tra loro, neppure su questa vita e sull’altra. In famiglia noi siamo in sei e non riusciamo ad andare d’accordo su niente, anche se uno è un neonato e due sono cani.

Chi è il buon musulmano? Quello che prega e lascia fare Allah? Quello che non prega e lascia fare a Allah? Quello che pensa che Allah sia troppo occupato e allora fa da sé e prende una scorciatoia per l’aldilà? Beh, no, forse quello no, perché, come dicevamo, l’islam è una religione di pace.

L’affermazione più poetica che si sente per bocca degli esperti è che secondo l’islam, uccidendo un essere umano si uccide l’intera razza umana. Come mai allora Sabeen Mahmud non c’è più e tutta la maledetta razza umana, inclusi i suoi assassini, sono ancora vivi?

( Traduzione di Emilia Benghi)
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