Più colte e indipendenti il sorpasso delle donne (nonostante la politica)
Chiara Saraceno
«In un libro l’evoluzione dello status delle italiane in dieci anni. In crescita le iscritte a facoltà mediche e scientifiche. E si riduce il divario tecnologico. Tante luci, a partire dall’istruzione, ma anche le ombre del gap salariale». La Repubblica, 23 dicembre 2015


LE DONNE italiane sono state protagoniste di importanti cambiamenti negli ultimi dieci anni. Il fenomeno riguarda soprattutto le più giovani, ma coinvolge anche le anziane, le italiane come le straniere. Le donne, infatti, sono sempre più istruite e nelle generazioni più giovani sorpassano i loro coetanei sia per livello di istruzione, sia per regolarità dei percorsi formativi (meno bocciature, meno fuori corso), sia per i voti che ottengono. Stanno anche in parte cambiando le scelte formative. Più ragazze iscritte a ingegneria, medicina, chimica, agraria, meno iscritte al gruppo letterario e politico- sociale. Anche le straniere, tra le quali sono in aumento coloro che arrivano non per ricongiungimento famigliare, ma come lavoratrici, sono spesso più istruite dei loro conterranei maschi (fanno eccezione le marocchine e le cinesi). 
Si sono anche ridotte le differenze di genere nei percorsi formativi, che sono in parte responsabili delle maggiori difficoltà che le donne trovano nel mercato del lavoro. Tra le più giovani (italiane o straniere), si è anche chiuso il divario con i coetanei nell’uso delle nuove tecnologie, che rimane ancora ampio tra le più vecchie; anche se tra queste ultime si sta facendo avanti una generazione di anziane con buona istruzione e con una vita professionale alle spalle pienamente protagoniste dell’“invecchiamento attivo”. 
Una maggiore istruzione si è accompagnata a un rimando della maternità, che non dipende solo dalle difficoltà che giovani donne e uomini incontrano nel mercato dal lavoro, ma anche dal desiderio delle giovani donne di investire su di sé, sul piano professionale, della vita di relazione, delle attività culturali e di tempo libero, prima di impegnarsi a formare una famiglia propria. E quando lo fanno, sempre più non passano innanzitutto dal matrimonio, preferendo una convivenza e ritenendo del tutto normale e accettabile avere un figlio anche senza essere sposate. 
Tra le più giovani e istruite sono in aumento rapporti di coppia più simmetrici, sul piano del contributo sia al reddito famigliare sia (in minor misura) al lavoro famigliare. Non ci sono solo più donne in Parlamento e al governo e nei consigli di amministrazione. Ci sono più donne che partecipano attivamente al mercato del lavoro, alla cultura, alla vita associata, anche quando hanno responsabilità famigliari.

È quanto emerge dalla fotografia scattata dal rapporto Istat Come cambia la vita delle donne, uscito ieri a cura di Sara Demofonti, Romina Frabboni e Linda Laura Sabbadini, confrontandola con quella di anni fa. Sono mutamenti importanti. Al punto che potremmo dire che gran parte dell’innovazione sociale è dovuta a cambiamenti nei comportamenti femminili. 
Rimangono, tuttavia, forti ostacoli a che il cambiamento si generalizzi a tutti i livelli. Proprio questi ostacoli, oltre a pesare in modo sproporzionato sulle donne che spesso devono portare tutta la fatica del cambiamento, rafforzano diseguaglianze sociali e ne creano di nuove. Permangono forti disuguaglianze nel mercato del lavoro, nonostante la maggiore istruzione delle donne nelle coorti più giovani. Non solo, a fronte di un aumento lentissimo dell’occupazione femminile, per altro interrotto dalla crisi, è persino aumentata la percentuale di donne che escono dal mercato del lavoro a causa della maternità, costrette a scelte radicali da una combinazione perversa di rigidità del mercato del lavoro (anche quando chiede flessibilità ai lavoratori/lavoratrici) e carenza di servizi, soprattutto, ma non solo, nel Mezzogiorno.

Una questione per altro ignorata nella legge di stabilità. Ciò crea disuguaglianze tra uomini e donne, ma anche tra donne, tra chi può rivolgersi al mercato (o alle nonne/i) per surrogare servizi mancanti e chi no. L’aumento dell’istruzione, inoltre, non ha riguardato tutte. Mediamente più istruite degli uomini, le giovani donne tuttavia costituiscono la maggioranza dei Neet e quella più difficile da coinvolgere in una operazione di riorientamento (questione del tutto assente dalla riflessione sulla Garanzia Giovani). Rimangono anche forti stereotipi di genere, relativamente a ciò che possono fare le donne e gli uomini, a ciò che spetta agli uni e alle altre. Il che rende difficile modificare sia i comportamenti sia le politiche.

postilla

Si potrebbe concludere che  nel panorama statistico rappresentato  dall'ISTAT le luci siono dovute alle donne e le ombre alla società.  Le
luci nascono dal fatto che sono diminuiti gli  ostacoli che  impediscano l'emersione sociale delle qualità del genere femminile (certamente in sè non inferiori a quelle del maschile). Tra le ombre  la più evidente quella rappresentata dal gap retributivo B isognerebbe segnalare però  come segnale negativo anche il fatto che le presenze femminili sono molte nei settori che sono "al servizio"del sistema economico sociale esistente  (materie "scientifiche", "nuove tecnologie"), e meno in quelle più utili alla ricerca di nuove strade per il futuro, quali  quelle del "gruppo letterario e politico- sociale". Il rapporto sottolinea accenna alvincoli che bloccano ancora la pienezza del contributo che le donne potrebbero dare alla società: il gap restributivo e quello costituito dai servizi sociali (per l'assistenza, l'infanzia, la salute, l'educazione) : Il fatto è che  come movimenti femministi hanno compreso in Italia da almeno mezzo secolo) è la città nel suo insieme che dvrebb essere  trasformata nella sua struttura: a partire dalla quantità e nelle risorse dedicate alla "città pubblica". Non va dimenticato che una delle conquiste del movimento femminile degli anni Sessanta, gli "standard urbanistici", sono continuamente erosi nell'ultimo ventennio e tendono alla sparizione. 
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perUnaltracittà online, 4 giugno 2018. Un nuovo contributo all’analisi di nessi decisivi per il nostro presente e il futuro dell’umanità nel quadro della riflessione sull’ecologia politica e della tensione tra operaismo e decrescita
Piero Bevilacqua
Per una didattica della carezza, Progedit Bari, 2017, pp. 214. «Una requisitoria contro quel “tipo di educazione, in cui la qualità dell'istruzione è misurata sulla quantità di competenze e conoscenze che l'insegnante riesce a depositare nella testa dello studente”».
Piero Bevilacqua
Osservatorio del sud, 10 aprile 2018. Il primo capitolo della Rivista Molisana di storia e scienze sociali 9-10, Beni comuni, gennaio 2015. (m.p.r.)
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