Nuovo via alle trivellazioni, l’allarme dei movimenti
Serena Giannico
Truffa alla democrazia, onestà, buonsenso e patrimonio comune. «La legge di stabilità torna ad autorizzare le perforazioni, scavalcando i quesiti referendari con aggiunte e abrogazioni subdole». Il manifesto, 18 dicembre 2015

«Un autentico inganno. Gli emendamenti presentati dal governo alla legge di Stabilità 2016 ricalcano solo apparentemente i quesiti referendari. Essi, tra abrogazioni e aggiunte normative, mimetizzano e mascherano, in modo subdolo, il rilancio delle attività petrolifere in terraferma e in mare e persino entro le 12 miglia dalla costa». Il movimento No triv torna così all’attacco di Renzi, accusato di “barare”. E boccia le modifiche proposte dal suo esecutivo in materia di ricerca ed estrazione del petrolio. «I passaggi normativi del disegno governativo — scrivono in un documento i No triv — sono riassunti nell’abolizione del “Piano delle aree” (strumento di razionalizzazione delle attività oil & gas) e nella previsione di far salvi tutti i procedimenti collegati a “titoli abilitativi già rilasciati” — all’entrata in vigore della legge di Stabilità — “per la durata di vita utile del giacimento”».

Un mix esplosivo, che avrebbe effetti devastanti sul futuro dei mari italiani, dato che «l’obiettivo principale del governo è mantenere in vita e a tempo indeterminato tutti i procedimenti attualmente in corso entro le 12 miglia» dalle spiagge. «La soppressione del “Piano delle aree” — viene aggiunto — costituisce, poi, il vero “cavallo di Troia” del governo»: il coordinamento nazionale No triv lo aveva già evidenziato, formulando per l’occasione alcuni sub-emendamenti volti a correggere le proposte del premier e dei suoi fedelissimi.

Emendamenti che, però, sono stati bocciati alla Camera dei deputati, in commissione Bilancio. «Nulla è negoziabile rispetto all’obiettivo dei quesiti referendari – si fa ancora presente — non lo è il “Piano delle aree”, in quanto mezzo di controllo degli interventi di ricerca ed estrazione degli idrocarburi; non lo è lo sfruttamento a tempo illimitato dei giacimenti; non lo è la possibilità che i procedimenti entro le 12 miglia marine siano solo sospesi e non chiusi definitivamente; non lo è neppure l’istituzione di un doppio regime di titoli (permessi di ricerca e concessioni di coltivazione/titoli concessori unici) che consentono alle società del greggio di scegliere a proprio piacimento, a propria discrezione, in che modo muoversi nel nostro Paese».

«Da rilevare — dichiara il costituzionalista Enzo Di Salvatore, autore dei 6 quesiti del referendum avviato da dieci Regioni — l’assoluta incoerenza del governo. Prima l’ermetica chiusura verso queste problematiche e, dopo il via libera della Cassazione al referendum, il 28 novembre scorso, l’idea di aprire una trattativa sulle norme oggetto della consultazione popolare. Quindi la solita furbata… Ma il referendum non è nella disponibilità di alcuno».

Il coordinamento nazionale No triv evidenzia: «Delle due l’una: o con le modifiche si accolgono tutti i quesiti referendari senza tradirne lo spirito o si va alle urne. Nessuno è autorizzato a mediare rispetto a questa alternativa, cercando un punto di incontro e accontentando, con un compromesso al ribasso, le Regioni e i loro delegati, attraverso la facile promessa di un maggiore loro coinvolgimento nelle scelte che in materia lo Stato effettuerà d’ora in avanti. Una promessa del tutto evanescente, destinata ad essere tradita dopo le elezioni amministrative del prossimo anno e dopo il referendum sulla revisione costituzionale, che come noto, riconduce nelle mani esclusive dello Stato ogni scelta in materia di energia. Gli emendamenti del governo costituiscono, quindi, un autentico atto di sabotaggio e uno schiaffo alla democrazia. Per questo chiediamo agli amministratori pubblici e ai cittadini che hanno a cuore il proprio territorio di percorrere assieme a noi e fino in fondo la strada referendaria». Una sfida rilanciata con determinazione, per impedire che molte aree dello Stivale vengano ulteriormente inquinate e impoverite.



L’Italia, rinomata per la bellezza del proprio paesaggio, vive il paradosso di essere prima al mondo per biodiversità, con 7 mila differenti specie vegetali e 58 mila animali, con 140 diversi tipi di grano e 1.800 vigneti spontanei e di racchiudere, al contempo, attività impattanti che scaricano costi sui bilanci di imprese e famiglie per oltre 48 miliardi di euro l’anno (oltre il 3% del Pil).
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