Il rapporto bivalente fra cibo e clima
Giorgio Nebbia
I partecipanti alla conferenza sul clima di Parigi hanno concluso i lavori con un accordo per limitare il riscaldamento globale. Hanno parlato... (continua la lettura)


I partecipanti alla conferenza sul clima di Parigi hanno concluso i lavori con un accordo per limitare il riscaldamento globale. Hanno parlato di quanti gradi potrà aumentare la temperatura media del pianeta entro qualche improbabile data del futuro e soprattutto di tanti soldi, chi li deve spendere e chi li prenderà. Fra i tanti argomenti poco spazio ha ricevuto il rapporto fra cibo e clima, un rapporto bivalente. Il cibo ha come unica fonte l’agricoltura che produce i vegetali per fotosintesi utilizzando l’anidride carbonica dell’atmosfera, il principale fra i “gas serra” responsabili delle modificazioni climatiche; l’agricoltura opera, quindi, come depuratore di parte dei gas emessi dai camini e dalle automobili. La biomassa di prodotti agricoli adatti, direttamente o indirettamente, all’alimentazione umana nel mondo è dell’ordine di dieci miliardi di tonnellate all’anno.

Intanto va chiarito che ci sono due modi di accedere al cibo; gli alimenti che ci sono familiari, la pasta, la carne, i formaggi, i grassi, la verdura che acquistiamo nei negozi, sono stati ottenuti da una agricoltura industrializzata che fornisce prodotti agricoli in grande quantità, di elevata qualità e a basso prezzo con impiego di energia ricavata da combustibili fossili e con conseguente liberazione nell’atmosfera di gas serra in quantità molto maggiore di quella eliminata dalla fotosintesi dei vegetali. L’agricoltura industrializzata impiega macchinari che richiedono energia nella fabbricazione e nell’uso; concimi ottenuti per sintesi con consumo di energia e liberazione di gas serra, e che si trasformano nel terreno liberando altri gas serra come ossidi di azoto; occorrono poi navi e treni e camion (e energia) per il trasporto dei raccolti dai campi alle industrie di trasformazione e la produzione degli alimenti finali richiede processi di conservazione, trasformazione, inscatolamento, distribuzione, tutte operazioni che richiedono energia. La carne e i latticini e le uova, con le loro proteine di elevata qualità nutritiva, sono ottenuti da animali che sono stati nutriti con una parte dei prodotti vegetali e, durante la loro vita, tali animali hanno prodotto altri gas serra, alcuni, come metano, nella loro digestione, altri liberati dalla decomposizione degli escrementi.

Non solo; molti prodotti agricoli pregiati possono essere ottenuti soltanto con monocolture e pascoli che richiedono crescenti spazi che vengono recuperati, soprattutto nei paesi più poveri, distruggendo le foreste spontanee che sono uno dei sistemi naturali per eliminare dall’atmosfera una parte dei gas serra. E ancora: le modificazioni della superficie terrestre alterano anche loro lo scambio di energia fra la Terra e il Sole, con conseguente aumento della temperatura dei continenti. Insomma l’agricoltura industrializzata, capace di assicurare a circa un terzo dei terrestri, abitanti nei paesi economicamente più avanzati, cibo di buona qualità e abbondante, contribuisce anch’essa, insieme ai trasporti e alle industrie e alle centrali, al riscaldamento del pianeta e ai mutamenti climatici; tali cambiamenti provocano, in alcune zone, piogge improvvise che allagano i campi coltivati, in altre zone siccità, in altre ancora alterazioni dei cicli biologici naturali che favoriscono la diffusione di parassiti sempre più difficili da combattere: il tutto con perdita di preziosi raccolti. Insomma se si assicura più cibo per alcuni, si compromette la disponibilità di cibo per loro stessi e per tutti, in una reazione a catena.

Gli altri due terzi degli abitanti della Terra sono i poveri dei paesi avanzati, e i poveri dei paesi emergenti come India, Cile, Brasile, e i poveri e poverissimi dei paesi che chiamiamo “arretrati”, in Asia, Africa, America meridionale; questi poveri ricavano cibo da una agricoltura contadina che soddisfa il fabbisogno locale senza alimenti in scatola o esotici, spesso con raccolti scarsi e con alimenti meno nutritivi. Questi abitanti della Terra non contribuiscono praticamente alle modificazioni climatiche ma sono i primi a subirne i danni nella maniera più grave. Le tempeste tropicali spazzano via i raccolti dei loro miseri campi, la siccità inaridisce i campi e li trasforma in terre sterili. Mentre, quindi, un terzo dei terrestri è danneggiato dai cambiamenti climatici provocati dal progresso e dal benessere della “civiltà”, avendo in cambio almeno un cibo abbondante e adeguato, gli altri due terzi, esclusi dalla “civiltà” industriale e merceologica, hanno soltanto dei danni e diventano ancora più poveri.

Alcuni mesi fa numerosi studiosi si sono riuniti a Brescia, su iniziativa del Museo dell’Industria e del Lavoro MusIL e della Fondazione Micheletti, per discutere sul futuro dell’agricoltura e hanno analizzato i caratteri delle varie agricolture (gli atti sono raccolti nel volume Le tre agricolture, pubblicato da Jacabook). L’agricoltura contadina è quella più esposta ai danni dei cambiamenti climatici; quella industriale assicura maggiori quantità di cibo ed è causa e vittima, nello stesso tempo del riscaldamento planetario. La produzione di cibi “biologici” senza concimi e pesticidi, la diffusione dell’uso di prodotti agricoli locali “a chilometri zero”, sono alcune possibili soluzioni. Ma la salvezza per i nove miliardi di persone che abiteranno la Terra nella metà di questo secolo è possibile soltanto con una “terza agricoltura ecologica” che recuperi un rapporto fra coltivatori e consumatori riconoscendo la centralità della “terra”, in grado di assicurare cibo alla crescente popolazione in armonia con i cicli e le leggi della natura. E, come diceva Bacone, la natura soddisfa i bisogni umani solo se le si ubbidisce.
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