I volonterosi nemici del pianeta
Giorgio Nebbia
Una certa (non grandissima) attenzione in queste due settimane è dedicata dai mezzi di comunicazione alla conferenza di Parigi... (continua a leggere)


Una certa (non grandissima) attenzione in queste due settimane è dedicata dai mezzi di comunicazione alla conferenza di Parigi sui mutamenti climatici, responsabili di alluvioni, frane, allagamento delle città, avanzate dei deserti e fusione dei ghiacci. Finita la sfilata iniziale dei potenti della Terra, resta il lavoro di funzionari dei vari governi che cercano di inventare un qualche sistema per attenuare i danni del riscaldamento del pianeta diminuendo le emissioni nell’atmosfera dei “gas serra” che si formano nella combustione dei combustibili fossili: carbone, petrolio, metano. E’ questione di soldi: i paesi ricchi vorrebbero limitare i danni dei mutamenti climatici senza rinunciare alla crescita economica che è possibile soltanto con la produzione di sempre nuovi oggetti e macchine e abitazioni, cioè con crescenti consumi di energia e emissioni di “gas serra”; altri paesi, quelli poveri, chiedono che non vengano imposti limiti ai consumi di energia necessari per uscire dallo stato di miseria e sottosviluppo o che almeno siano previsti compensi per i loro sacrifici. In questo scontro di interessi, quelli della difesa dell’ambiente e quelli dei soldi, circola un movimento di “scienziati” e opinionisti che negano che il riscaldamento globale e i conseguenti mutamenti climatici siano dovuti alla produzione e al consumo, alle attività umane e merceologiche.

Alcuni negazionisti, che suppongo in buona fede, cercano degli errori scientifici nella descrizione delle cause dei mutamenti climatici elaborata dalla maggior parte dei loro colleghi; altri sono scrittori pagati dalle grandi forze economiche per ridicolizzare o negare proposte che potrebbero danneggiare i loro affari.

Tanto per cominciare i negazionisti sostengono che non c’è nessun cambiamento climatico significativo: estati calde e inverni freddi ci sono sempre stati anche in tempi recenti, nel secolo scorso o nell’Ottocento; per non andare poi a più lontani periodi in cui i ghiacciai avanzavano o diminuivano anche in Europa. Comunque, se effettivamente ci sono dei mutamenti, se è vero che c’è un lento, piccolo, continuo aumento della temperatura del pianeta e in particolare delle acque oceaniche, e che tale aumento provoca una parziale fusione dei ghiacci e fa aumentare il livello delle acque oceaniche e la frequenza delle tempeste tropicali e l’estensione delle zone aride e desertiche, tutto questo, secondo i negazionisti, non dipende dai gas emessi dalle automobili o dai camini delle centrali elettriche e delle industrie e solo la crescita economica e dei consumi può mettervi rimedio. Alcuni negazionisti, che pur ammettono l’esistenza di un riscaldamento planetario, lo attribuiscono ad innocui cambiamenti dell’attività solare; altri pensano che se aumenta la concentrazione nell’atmosfera dell’anidride carbonica, il principale dei “gas serra”, ne verrà un beneficio per l’agricoltura perché aumenteranno le rese dei raccolti.

Per diminuire le emissioni di “gas serra” i combustibili fossili possono essere sostituiti con altre fonti di energia, quelle rinnovabili e non inquinanti fornite dal Sole: elettricità ottenuta con pannelli fotovoltaici o con motori eolici, calore dalla combustione delle biomasse, cioè dei prodotti e sottoprodotti agricoli e forestali che ritornano sempre disponibili ogni anno con la fotosintesi. Alcuni zelanti negazionisti spiegano che non si può avere una società moderna con pannelli solari o con le forze del vento che forniscono elettricità soltanto in maniera intermittente e variabile a seconda delle stagioni, quindi ben diversa e più costosa di quella prodotta col carbone, col petrolio o col metano. Secondo i negazionisti, poi, chi propone di usare carburanti derivati dai prodotti agricoli vuole togliere il mais e il cibo dalla bocca degli abitanti dei paesi poveri, pur di fare un dispetto ai petrolieri.

L’amore per i poveri è un tema caro ai negazionisti; secondo loro, se si desse retta a chi, per rallentare un ipotetico riscaldamento globale, vuole diminuire il consumo di energia da combustibili fossili, si andrebbe incontro ad un mondo con meno macchine e servizi e calore e elettricità, ad un rallentamento della crescita economica che colpirebbe maggiormente le classi povere dei paesi industriali e gli abitanti dei paesi più poveri. Anzi alcuni negazionisti del riscaldamento globale fanno credere che nelle trattative per limitare le emissioni di gas dell’atmosfera ci sia un progetto delle classi abbienti per tenere arretrati e soggetti i poveri della Terra. In alternativa altri negazionisti sostengono che la proposta di rallentare i consumi e gli sprechi per limitare il riscaldamento globale è un progetto per realizzare una società mondiale comunista, di persone tutte uguali e parsimoniose. Ah, dimenticavo, ci sono poi quelli che si sono infilati nel dibattito sostenendo che il riscaldamento globale si può evitare conservando un alto livello di consumi se si usa l’energia nucleare che produce elettricità senza emettere gas serra, poco conta se, in compenso, produce scorie che restano radioattive e tossiche per secoli e millenni, da lasciare come condanna alle generazioni future.

Come modesto studioso dei processi di produzione e di consumo vorrei tranquillizzare i lettori che è possibile rallentare il peggioramento del clima conservando civiltà e benessere, con innovazioni tecniche e nuovo lavoro: una bella sfida per le giovani generazioni. A condizione però, questo sì, di una maggiore equità nella distribuzione dei beni materiali in modo da diminuire gli sprechi e migliorare le condizioni di chi oggi ha così poco. Una società meno ineguale è la premessa anche per sradicare la violenza.

L'articolo é stato inviato contemporaneamente a
La Gazzetta del Mezzogiorno-
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