Eddytoriale 168
Eddyburg
È ferma in Parlamento la proposta di legge sul consumo disuolo. Non ne siamo affatto dispiaciuti. Prima si mette una pietra su queldocumento meglio è. Abbiamo apprezzato a suo tempo l’impegno dell’alloraministro per l’Agricoltura Mario Catania ad affrontare il tema con la volontàdi risolverlo, sebbene ne avessimo criticato fin da allora l’impostazione.Abbiamo seguito e criticato via via le modifiche apportate e i cospicuipeggioramenti del testo iniziale, e abbiamo assistito infine al suo completostravolgimento: così evidente che il suo originario promotore ne ha presorecentemente le distanze. (segue)

Quindici anni dopo

Come è noto ai frequentatori di eddyburg siamo stati i primia sollevare, nell’ormai lontano 2005, il problema del carattere, delle dimensioni,della dinamica del consumo di suolo nel nostro paese e a indicare l’urgenza diaffrontare energicamente il fenomeno per arrestarlo.

Nella società, e in alcune, pochissime, amministrazionilocali qualcosa si è mosso. “Stop al consumo di suolo” è diventato uno slogandiffuso e ha prodotto la nascita di interessanti e positive iniziative dimassa, quali l’associazione e il forum promossi dal sindaco di Cassinetta diLugagnano, Domenico Finiguerra, di cui siamo stati partecipi. La maggior partedei comitati e dei gruppi di cittadinanza attiva impegnati nella difesa delterritorio, l’ambiente, il paesaggio hanno assunto il contrasto al consumo disuolo tra i propri obiettivi.

Ma sul terreno della politiquepolticienne e delle istituzioni nulla si è mosso. Nessun provvedimentoserio è stato preso a livello nazionale. A livello regionale una sola regione,la Toscana, ha prodotto una legge esemplare, dovuta alla sapientedeterminazione dell’assessore Anna Marson e all’appoggio che per un lungoperiodo le ha dato il presidente Enrico Rossi. L’espressione “consumo di suolo”ha continuato a girare nelle rotonde parole della politica e della cultura (sebbenesi sia passati dallo sbrigativo “stop al consumo di suolo” al più morbido eragionevole “contenimento del consumo di suolo”). Ma si è subito accompagnato aun’altra espressione, “rigenerazione urbana”. Espressione di per sé non disdicevolema, come tutte le parole, suscettibile di interpretazioni diverse, e anziopposte. Oggi, nel contesto dell’attuale discorso sul “contenimento del consumodi suolo”, è diventata la parola il cui significato concreto è “la nuova formadella speculazione immobiliare”. Vogliamo annotare subito il poderosocontributo che a questo rovesciamento di senso hanno dato l’accademia e lacultura urbanistica “ufficiale” rappresentata dall’INU, da tempo diventato ilfacilitatore delle fortune dei poteri immobiliari.

A che punto stanno le cose oggi?

Esiste(ancora) la proposta ferma al Parlamento nazionale. Abbiamo già detto che lasua definitiva sepoltura è del tutto auspicabile, poiché è una legge che, ovefosse approvata, non darebbe nessun risultato positivo per quanto riguarda lariduzione del consumo di suolo per le ragioni che sono state puntualmenteindicate su queste pagine negli articoli di Vezio De Lucia, di CristinaGibelli, di Ilaria Agostini. In una parola, essa prevede lo svolgersi di unatale successione di atti e di una tale concatenazione di interventi delle diversefigure istituzionali da richiedere tempi misurabili in anni se non in decennie, soprattutto, da consentire innumerevoli interruzioni del percorso stabilito.Essa inoltre aprirebbe la strada a quella “rigenerazione urbana” speculativa cuiabbiamo accennato, e su cui torneremo. Ci confortano nella nostra posizione leparole che ha recentemente espresso l’on. Mario Catania: «poi è entrata la partedella rigenerazione urbana» ha detto l’ex ministro, «e se fosse approvato sarebbeinefficace» (la Stampa, 5 dicembre2015).

Labuona legge

Esiste, come abbiamo ricordato, una legge della regioneToscana, pienamente vigente. Essa ha superato un passaggio al vaglio dellaCorte costituzionale, che l’ha ripulita di due discutibili norme inseritenell’iter su richiesta dell’Anci, e per nulla incidenti sulla struttura dellalegge. È una legge di cui abbiamo ampiamente illustrato la positività, che brevementeriassumiamo. Sulla base di una precisa definizione dei termini impiegati (inparticolare la distinzione tra territori urbanizzati e territori rurali) lalegge prescrive che i piani comunali delineino nettamente il confine che separail territorio oggi urbanizzato da quello rurale. Ogni nuovo intervento di nuovaedificazione o di trasformazione urbanistica deve essere collocato all’internodel territorio urbanizzato. Nel territorio rurale non sono mai consentite nuoveedificazioni residenziali; sono invece possibili limitate trasformazioni dinuovo impianto per altre destinazioni, solo se autorizzate dalla conferenza dipianificazione di area vasta (alla quale partecipa la Regione, con diritto diveto) cui spetta di verificare che non sussistano (anche nei comuni limitrofi)alternative di riuso o riorganizzazione di insediamenti e infrastruttureesistenti.

Naturalmente la legge definisce con precisione ciò che icomuni possono autorizzare o non autorizzare fino all’approvazione di nuovi pianiconformi alle nuove prescrizioni regionali, nonché le regole da seguire nelletrasformazioni delle aree già urbanizzate per evitarne il degrado ambientale osociale, per rispettare il rapporto tra aree edificate e aree libere, travolumi e spazi aperti, tra abitanti e spazi pubblici e usi pubblici e così via. Una legge, insomma, che costituisce un piccolomanuale della buona urbanistica; essa dovrebbe costituire un testo da studiarein tutte le sedi universitarie che si occupino di trasformazioni del territorio, e siano davvero orientate alla formazione di tecniciimpegnati nella progettazione e realizzazione di un corretto uso del suolo,rurale ed urbanizzato, e non nella corruzione del mestiere di urbanista inquello di facilitatore delle attività immobiliari.

“Rigenerazione urbana” alla veneta

Esiste poi un progetto di legge della regione Veneto, cheillustra splendidamente che cosa si intenda in quella regione (e in tutto ilmondo politico e culturale che a quell’esempio si ispira) per “rigenerazioneurbana” e su cui vogliamo per questo soffermarci. E il progetto di legge n. 390«Disposizioni per il contenimento del consumo di suolo, la rigenerazione urbanae il miglioramento della qualità insediativa», ed è firmata dal presidentedella Regione Zaia e da un plotone di suoi seguaci.

Cominciamocol dire che il contenimento del consumo non c’è (come del resto non c’è il miglioramento della qualità urbana.Si dichiara, è vero, di assumere l’obiettivo di «evitare il consumo di suolonon urbanizzato» e quello di «invertire il processo di urbanizzazione delterritorio», ma si esenta da questo “vincolo” una serie di tipologie di aree,pubbliche o private, «finalizzate all’attuazione di opere pubbliche od’interesse pubblico». 

Ne elenchiamo alcune: «edilizia residenziale pubblica osociale», «aree pubbliche trasferite o da trasferirsi in attuazione del pianodi alienazioni del patrimonio immobiliare», «aree individuate da accordipubblico-privati» già in essere, «aree destinate a interventi di rilievosovracomunale, previa autorizzazione della giunta regionale».

Nonsolo, ma nell’attesa di un successivo provvedimento regionale che stabilisca «ilimiti del consumo di suolo per finalità urbanistico-edilizio» si consente comunqueai comuni di «individuare nei “piani degli interventi” vigenti fino al 50%delle superfici corrispondenti al carico insediativo aggiuntivo previsto dai“piani di assetto territoriale”», conservandone la capacità edificatoria. Sitenga conto che secondo stime autorevoli, i “piani di assetto territoriale”hanno generalmente convalidato le previsioni contenute nei PRG vigenti, i qualiconsentirebbero un aumento pari al 40% dell’attualeurbanizzato (vedi: Legambiente Veneto, Osservazioni al progetto di legge della Giuntaregionale del Veneto n. 390. Un parere molto critico lo ha formulato anche il Dipartimento di Progettazione e Pianificazione in Ambienti Complessi.

Nulla,quindi, per il contenimento del consumo di suolo, ma tranquilla prosecuzionedel trend che ha fatto del Veneto, come gli stessi presentatori ammettononell’accattivante relazione, una delle regioni peggiori d’Italia. Mavediamo in che consiste quello che è il vero obiettivo della legge: lacosiddetta ”rigenerazione urbana” .

Percominciare si dichiara che «sono da considerarsi d’interesse pubblico anche aifini dell’eventuale rilascio di permessi da costruire in deroga» una serie diinterventi di demolizione (manufatti privi di vincoli di protezione, oricadenti in aree soggette a rischio idraulico o geologico, manufattidegradati, o che comunque dequalificano il tessuto urbano circostante). Siprosegue dichiarando che «è consentita la riutilizzazione propria dei manufattidemoliti con destinazioni d’uso anche diverse da quelle attuali, in loco o inaltra area compresa nel tessuto urbano già consolidato».

Checosa questo c’entri con una “rigenerazione edilizia” correttamente intesa nonsi comprende proprio. Basta però andare al comma successivo il quale chiarisceche: «per promuovere la rigenerazione edilizia i comuni possono prevedere«anche in deroga agli strumenti urbanistici vigenti, un incremento premialedella volumetria o della superficie utile fino al 15%», incrementabile fino al30% se la Giunta regionale è d’accordo.

L’esame,e l’implicita denuncia, potrebbero continuare. Ma limitiamoci a tirar fuori ilsucco dalle disposizioni. Rigenerazione edilizia “alla veneta” significherebbeaumento indiscriminato dei volumi edificati in ogni parte del territorio giàtotalmente o parzialmente edificato (comprese le aeree di completamento, cioèd’espansione, previste dai piani vigenti). Significherebbe riduzione delrapporto tra aree edificate e aree libere, tra aree e volumi di proprietà e usoprivato e aree e volumi di uso pubblico (e naturalmente nessuna probabilità cheall’aumentato numero di abitanti corrisponda un aumento delle dotazionipubbliche. Nessuna garanzia di mantenimento in loco degli abitanti giàinsediati e anzi promozione di un’espulsione delle famiglie e delle attivitàpiù povere. Nessuna possibilità di attuare una pianificazione finalizzata adavere un minimo di razionalità dell’equilibrio tra le diverse funzioni sulterritorio) abitazioni, commercio, attività lavorative, servizi pubblici, equindi mobilità. Il caos primigenio, qualcosa di simile agli slums e allefavelas ma con volumi eccezionalmente maggiori e assoluta irreversibilità dellatrasformazione

Una proposta di eddyburg

Esiste infine una proposta di legge nazionale di un gruppo di amici di eddyburg, basata sulla possibilità costituzionalmentelegittima di un intervento diretto dello Stato che costituisca un vincolo insuperabileper le regioni che volessero resistere.

Già nel 2006 un gruppo di amici di eddyburg aveva presentatouna proposta di legge che fu fatta propria dai gruppi parlamentari dellasinistra. La XV legislatura si concluse con un nulla di fatto. Poi le varievicende che hanno condotto alla proposta Catania e al suo progressivoindebolimento. Ci eravamo via via convinti che era illusorio basarsi suprocedure che assegnassero un ruolo determinante alle regioni. Se una sola diloro aveva positivamente reagito e il suo esempio non era stato seguito danessuna delle altre (e platealmente ignorato o contrastato dalla culturaurbanistica ufficiale) occorreva aggiustare il tiro.

Fino ad allora ci si era riferiti alla materia “governo del territorio” di cui all’art. 117, comma 3,della Costituzione, (una disposizione che affida la potestà legislativa alla Regioni,riservando allo Stato la sola determinazione dei principi fondamentali: unpercorso - si afferma - inadatto a raggiungere risultati soddisfacenti in tempi ragionevoli).

Nella nuova propostadi legge di eddyburg si suggerisce invece di  riferirsi al comma 2, lettera s) dello stessaarticolo, che elenca le materie in cui la potestà legislativa è di competenzaesclusiva dello Stato. In effetti, come si afferma nella proposta, lasalvaguardia del territorio non urbanizzato, in considerazione della suavalenza ambientale e della sua diretta connessione con la qualità di vita deisingoli e delle collettività, costituisce parte integrante della tuteladell’ambiente e del paesaggio.
Questo cambio diprospettiva, che si traduce in una significativa compressione delle competenzelegislative delle regioni, è giustificato dal valore collettivo che taliporzioni di territorio hanno assunto non solo per i singoli e le collettivitàdi oggi ma, in una logica di solidarietà intergenerazionale

Per concludere: due modesti obiettivi

Non nutriamo nessuna speranza che l’attuale Parlamento,dominato e di fatto sostituito dall’attuale governo, possa esprimere la volontàdi affrontare l’argomento nell’unico modo che ci sembra suscettibile di unrisultato positivo. E ci rendiamo anche conto che non basta contenere ilconsumo di suolo per risolvere tutti i problemi che una effettiva riutilizzazionedelle aree giù urbanizzate pone per essere diversa da quella oggi dominante. Cosa, quest'ultima, molto facie se si torna ai principi e alle pratiche della buona urbanistica

Ci proponiamo unicamente di raggiungere due obiettivi.

Il primo è denunciare il ruolo della cultura urbanisticaufficiale. Abbiamo sentito pochissime voci opporsi all’ignobile progetto Zaia(soltanto, in sede locale, quelle di Legambiente Veneto e dell’Università IUAV diVenezia). Ne registreremo volentieri altre se ci perverranno. 

Ma soprattuttoriconosciamo in quel progetto di legge molti dei gravi cedimenti della correttaurbanistica (un’urbanistica al servizio di tutti gli abitanti, a cominciare daipiù deboli, e non al servizio degli interessi immobiliari): i premi dicubatura, le deroghe, la perversa invenzione dei “diritti eduficatori”, lapossibilità di modificare ad libitum le destinazioni d’uso, i crediti edilizicollocabili al di fuori di qualunque contesto pianificatorio, la scomparsadegli standard urbanistici pubblici, la tranquilla liquidazione dei patrimoniimmobiliari pubblici. Ma potremmo continuare il nostro elenco.

Il secondo obiettivo è quello di richiamare l’attenzionedelle forze sociali e politiche che intendono “cambiare verso” alla distruzionedel territorio a alla crescita del disagio urbano, e sollecitarle ad affrontare il tema conmaggiore attenzione e maggior rigore di quello finora dimostrato. Abbiamo l’impressioneche - vogliamo dirlo schiettamente - la cultura urbanistica, nel senso di unavigile comprensione del modo in cui il sistema normativo si traduce in concretedecisioni incidenti sulla qualità della vita dei cittadini attuali e futuri siadel tutto assente dalla cassetta degli attrezzi dei decisori. 

Comprendiamo chei tempi sono cambiati da quelli in cui campeggiavano nell’arengo politico eamministrativo personaggi come Fiorentino Sullo o Camillo Ripamonti o AldoNatoli o Giacomo Mancini o Piero Bucalossi, ma qualcosa di più di quello che ilpanorama attuale presenta si potrebbe pretenderlo. Non ci riferiamo tanto alla“destra” (per i cui esponenti il “verso” attuale è più che soddisfacente e leassicurazioni tecniche della cultura urbanistica ufficiale sono largamente sufficientiper affinità ideologica) ma soprattutto a “sinistra” o dove comunque ci si pongal’obiettivo di rendere città e territorio più idonei a soddisfare le esigenzeattuali e future dei loro abitanti.




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