Bangui prima di Roma
Giorgio Nebbia
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L’annuncio che il Papa Francesco darà inizio al Giubileo, domenica prossima 29 novembre, alcuni giorni prima che a Roma, aprendo la “Porta Santa” della Cattedrale di Bangui, nella Repubblica Centrafricana, nell’ombelico del Continente Nero, sta portando all’attenzione mondiale questo quasi sconosciuto paese. Al suo arrivo a Bangui il Papa sarà accolto dal “presidente di transizione” che è una donna, Catherine Samba-Panza, laureata in legge nell’Università di Parigi II. La Repubblica Centrafricana ha una superficie doppia di quella dell’Italia e una popolazione di poco meno di 5 milioni di abitanti, in rapida crescita, la cui principale fonte di reddito, oltre all’agricoltura, è l’esportazione di diamanti e di legname pregiato.
La popolazione è molto povera perché è stata soggetta a continue invasioni e sfruttamento e violenze sia dai paesi vicini sia dalla Francia che, alla fine dell’Ottocento, aveva costituito una provincia coloniale Ubangi-Chari. Nel 1910 la zona era stata inglobata nell’Africa Equatoriale Francese in cui si erano precipitate le imprese private che producevano e esportavano cotone e diamanti. Durante la seconda guerra mondiale, quando la Francia venne occupata dai nazisti, nell’Africa Equatoriale Francese si rifugiò la Francia Libera, quella parte dell’esercito francese, guidata dal generale De Gaulle, che combatté al fianco degli Alleati contro la Germania ed ebbe l’onore di entrare per prima nella Parigi liberata nel 1944.

La Repubblica Centrafricana ottenne l’indipendenza nel 1960 e fu afflitta da lunghi periodi di instabilità dovuti a scontri fra etnie locali; nel 1965 prese il potere il colonnello Bokassa, bizzarro e megalomane dittatore che si proclamò “imperatore” nel 1972, sostenuto dalla Francia che aveva interesse a proteggere le imprese impegnate nello sfruttamento delle risorse naturali del paese: nel 1979 Bokassa fu sostituito da vari presidenti in lotta fra loro fino al gennaio 2014 quando assunse la presidenza la signora Samba-Panza, in attesa di nuove elezioni.

La Repubblica Centrafricana è uno dei paesi dell’Africa che non ha accesso al mare e confina a nord col Chad, ad ovest col Cameroon, a sud col Congo e con la Repubblica Democratica del Congo e a est con Sud Sudan e Sudan. La Repubblica Centrafricana è una specie di grande altopiano con foreste e savane, ricche di biodiversità, e si trova nello spartiacque dei bacini idrografici di due grandi fiumi, l’Ubangi che fa da confine fra la Repubblica Centrafricana e la Repubblica Democratica del Congo, e il Chari. Su alcuni degli affluenti sono state costruite delle dighe e delle centrali idroelettriche.

La Repubblica Centrafricana è coinvolta in un importante problema ecologico. Al nord del paese si trova il Lago Chad, che “appartiene” agli stati del Niger, della Nigeria, del Chad e del Cameroon; il lago Chad è stato uno dei più grandi laghi di acqua dolce, portata da numerosi fiumi fra cui il Chari, che compensano la continua evaporazione di acqua dovuta all’intensa radiazione solare; nel 1960 il lago, poco profondo, aveva la superficie di 25.000 chilometri quadrati (cento volte superiore a quella del Lago Maggiore in Italia) e le sue acque irrigavano i campi dei popoli vicini e consentivano attività di pesca. Per aumentare le rese agricole i prelevamenti di acqua per irrigazione si sono fatti sempre più intensi e questo, insieme all’evaporazione aumentata a causa dei mutamenti climatici, ha fatto diminuire la superficie del lago, oggi ridotta a 2.500 chilometri quadrati, il che compromette la sopravvivenza di milioni di persone, oltre ad alterare l’intero ecosistema della zona a sud del Sahara.

I paesi che condividono la superficie del lago e la Repubblica Centrafricana hanno costituito una Commissione per il Lago Chad che da anni studia come è possibile evitarne la scomparsa e restituirgli almeno una parte delle acque perdute. Una delle proposte prevede di trasferire una parte delle abbondanti acque dei fiumi che attraversano la Repubblica Centrafricana e che adesso vanno verso sud, nel fiume Ubangi e poi nel fiume Congo e infine nel mare, dirottandola attraverso una sistema di condotte e canali verso nord, nel bacino del fiume Chari e quindi nel Lago Chad. La soluzione sarebbe facilitata dal fatto che i fiumi del bacino del Congo scorrono ad una altezza di un centinaio di metri superiore a quella del lago e quindi una parte delle acque scorrerebbe verso il lago Chad in discesa, per gravità, in un flusso continuo. Da questo flusso di acque in discesa sarebbe anche possibile recuperare energia idroelettrica da utilizzare in parte per i servizi dei nuovi canali e in parte per dare vita a attività minerarie e industriali.

Il progetto di questa gigantesca opera di ingegneria idraulica per ora è fermo non tanto per i costi o per le difficoltà tecniche, quanto per i possibili rischi ambientali. Gli indubbi vantaggi economici, per l’agricoltura, l’allevamento e la pesca, e quelli ecologici del ritorno delle acque nel lago Chad, potrebbero essere annullati da modificazioni negativi dell’intero ecosistema con danni per l’agricoltura del Centrafrica. Sulla natura non si può intervenire con leggerezza e senza precauzioni.

C’è da sperare che il messaggio di solidarietà, di pace e di misericordia portato dal Giubileo che si aprirà in questo poverissimo paese lo aiuti a liberarsi delle divisioni, dai conflitti e dallo sfruttamento delle sue risorse e possa mettere le sue grandi ricchezze naturali al servizio dello sviluppo umano degli abitanti.
L'articolo è stato inviato contemporaneamente a La Gazzetta del Mezzogiorno
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