Agire la politica contro l’Isis
Alfonso Gianni
Nel solco delle analisi e degli atteggiamenti più ragionevoli espressi nei giorni scorsi, un passo in più sulla domanda più impegnativa, cui è legato il nostro futuro: che fare? Huffington Post,  novembre 2015

L’orrore per la strage e la commozione per le vittime dell’eccidio parigino sono ancora sono ancora molto caldi – la tensione rimane altissima - perché si possano azzardare  analisi  puntuali sulle cause e le ragioni specifiche dell’accaduto. Eppure, se non si vuole essere prigionieri della retorica e del furore repressivo e liberticida – che impazza non solo a destra – bisognerebbe cominciare  a farlo. Non è certo sufficiente incolpare l’Occidente per le sue politiche e pratiche securitarie – intensificate dall’11 settembre in poi - che certamente ci sono state e sono tutt’ora in corso ( vedi questa sorta di Patriot Act all’europea che, come scrive il manifesto, si vorrebbe instaurare), le sue scelte belliche o le sue volute ambiguità nella lotta al terrorismo. Quelle, per intenderci, che hanno portato gli Usa ad essere finanziatori e armatori più o meno consapevoli dell’Isis, nel maldestro tentativo di foraggiare le forze che volevano opporsi armi in pugno al regime di Assad in Siria. O quelle che spingono i paesi della Nato a sostenere paesi come la Turchia e l’Arabia Saudita. Il primo che ne approfitta per bombardare i curdi – finora gli unici che, armi in pugno, ottengono vittorie contro il Califfato, come dimostra la riconquista della città di Sinjar . Il secondo che da sempre ha figliato e alimentato le peggiori espressioni del fanatismo religioso-nichilista. L’elenco delle responsabilità potrebbe continuare ed affondare le proprie radici negli anni del colonialismo (cioè, dagli ultimi dell’Ottocento alla terza metà del Novecento, per non andare troppo in là nel tempo).

Ma non servirebbe a molto per comprendere le mosse dell’Isis, la pericolosità che esso rappresenta per tutti noi, non per valori ideali che vengono richiamati solo quando fa comodo e negati dalle politiche xenofobe anti migranti, ma per noi cittadini in carne ed ossa, compresi quelli che si battono per avere un’Europa diversa, democratica e inclusiva.


L’Isis ha rivendicato l’abbattimento di un aereo di linea russo. Ha portato lo sterminio a Parigi, scegliendo proprio i luoghi dove scorre il modello di vita “occidentale” nella sua dimensione più serena. Ha minacciato nuovi sanguinosi attentati. “Non è che l’inizio”. Quasi uno sprezzante  contrappasso rispetto a quel Ce n’est qu’un début  che risuonava nel Maggio francese di quasi cinquanta anni fa. In questa più recente road map mortifera non è comparso alcun obiettivo religioso. Il che non lo esclude per il futuro. Ma intanto evidenzia che il fanatismo religioso serve più da copertura a un nichilismo di fondo che disprezza la vita umana fino al punto da scarificare la propria. Ridotta a un valore di scambio per un premio nell’al di là per alcuni, per cementificare il proprio potere per altri.


Le ultime scelte dell’Isis non sono neppure la conseguenza di una cieca vendetta per i bombardamenti subiti nei territori da esso conquistati. Rispondono più probabilmente a una politica precisa e meno emozionale. Comprenderla e individuarla sarebbe un ottimo modo di combatterla. Farlo con droni e bombardamenti affatto intelligenti significa invece, come si è visto, alimentarla.

L’Isis si  sente più minacciato dai tentativi di costruire una politica di pace in Medio Oriente che dai raids aerei. Qualcuno ha notato giustamente che la data del 13 novembre era quasi coincidente con le visite che il Presidente dell’Iran, Hassan Rohani, avrebbe dovuto fare a Roma e a Parigi. Erano 16 anni che un presidente iraniano non si recava da queste parti. Naturalmente la visita è stata annullata a seguito dei tragici fatti parigini, nei confronti dei quali Rohani ha usato le stesse parole di Obama: “un crimine contro l’umanità”. Sta di fatto che questa nuova iniziativa iraniana si è venuta sviluppando dopo l’accordo sul nucleare avvenuto il 14 luglio scorso e sta cambiando il volto della politica estera di quel paese. Naturalmente anche a beneficio degli investimenti stranieri, cui tanto gli europei quanto gli americani sono molto interessati.

Uno degli effetti di questo nuovo ruolo dell’Iran su scala regionale e internazionale è il peso che esso potrebbe esercitare nella vicenda siriana. Una volta tanto in chiave positiva. Tutti sanno, dopo le centinaia di migliaia di morti e una guerra civile che prosegue da anni, che la questione siriana non si risolverà per via militare. A meno di non lasciare mano libera all’Isis. La costruzione di un tavolo di pace, che non ponga come pregiudiziale il preventivo allontanamento di Assad, ma che soprattutto veda tra i protagonisti l’Iran, oltre all’Irak, agli Usa, alla Russia, alla Ue, diventa decisiva. Lo è anche per impedire che l’intero popolo siriano sia costretto nella condizione di profugo - dopo i milioni che hanno con ogni mezzo già abbandonato il paese - inutilmente alla ricerca della necessitata accoglienza.

Spero abbia quindi ragione Dominique Vidal - esperto di questioni mediorientali, a lungo collaboratore di Le Monde Diplomatique – quando in queste ore afferma che proprio l’accordo sul nucleare ha permesso a Teheran di ricevere l’invito ai negoziati di pace sulla Siria.  “Invece di aggiungere guerra alla guerra diventa forse possibile cercare una soluzione pacifica. Contro Daesh (cioè l’Isis) cosa è più efficace, le coalizioni militari oppure delle riforme politiche che permettano di integrare nel governo, a Damasco come a Bagdad, l’insieme delle comunità rappresentative?” Naturalmente assieme al blocco totale della vendita di armi ai sostenitori del califfato e all’acquisto del suo petrolio anche se a più buon mercato. 

Riferimenti 

Nell'icona un'immagine do Hassan Rohani, presidente della repubblica  dell'Iran. 

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