Raid russi su Raqqa «capitale» Isis
Chiara Cruciati
«Non si pestano i piedi, in attesa di definire la miglior transizione politica per entrambi. A sentirli parlare, Assad è intoccabile per Putin ed è il primo degli ostacoli per Obama. Alla fine si troverà un accordo che non minacci gli interessi delle due super potenze». Il manifesto, 4 ottobre 2015 (m.p.r.)
Quarto giorno di bombardamenti russi in Siria: nel mirino c’è Raqqa, la «capitale» dell’autoproclamato califfato. Secondo il Ministero della Difesa russo, ieri sono state colpite 9 postazioni dello Stato Islamico intorno alla città e sarebbero stati distrutti depositi di carburante e munizioni e equipaggiamento militare. In 72 ore, fa sapere Mosca, oltre 60 bombardamenti hanno significativamente ridotto il potenziale militare degli islamisti e provocato «il panico, costringendo 600 miliziani stranieri a disertare e cercare di fuggire in Europa». 
«Nessuna bomba contro infrastrutture civili e edifici che avrebbero potuto contenere civili», ha commentato il Ministero della Difesa russo in risposta alla pioggia di critiche e polemiche del fronte occidentale. Che ha dato una versione diversa: in un comunicato congiunto Stati uniti, Gran Bretagna, Turchia, Francia, Germania, Arabia saudita e Qatar hanno accusato Mosca di aver avuto come obiettivo non i miliziani di al-Baghdadi ma le opposizioni moderate al presidente Assad. E la popolazione civile: il segretario alla Difesa britannico Fallon ha affermato, dati dell’intelligence di Londra alla mano, che solo il 5% dei raid ha centrato postazioni Isis, il resto avrebbe colpito l’Esercito Libero Siriano e i civili. 
Il fronte anti-Assad cerca di screditare l’operazione militare russa: mai, in un anno di azioni da parte della coalizione guidata dagli Usa, si era voluto calcolare quanti siriani fossero rimasti uccisi nei bombardamenti aerei (quegli stessi civili che quando a piovere sono bombe considerate «legittime» vengono classificati come meri «danni collaterali»). Ora è una priorità, condivisa anche dalle opposizioni siriane a Damasco: secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, almeno 39 civili tra cui 8 donne e 8 bambini sono morti a causa di Mosca negli ultimi 4 giorni, tra Aleppo, Idlib, Hama e Raqqa. 
Interviene anche al-Jazeera, media qatariota che un ruolo centrale ha avuto nel manovrare a livello mediatico le primavere arabe e la guerra civile siriana. Ieri riportava di raid russi al confine con la Turchia, contro un ospedale. Nessuna vittima. A corredo dell’articolo una foto che mostrava del fumo alzarsi da un luogo non ben precisato tra le colline. Un’altra immagine (nella foto), invece, raccontava un’altra storia: un raid russo al confine tra Siria e Turchia ci sarebbe stato ma con un target diverso. La notizia e l’immagine sono state pubblicate da Iraqi News e Press Iraq: un lungo convoglio di autocisterne sarebbe stato colpito mentre viaggiava dalla Siria alla Turchia. Trasportava petrolio di contrabbando venduto dall’Isis fuori dal paese, tra le principali fonti di finanziamento del gruppo. 
Se la notizia venisse confermata, ancora una volta nell’occhio del ciclone finirebbe Ankara, da tempo accusata di sostenere palesemente il califfato, garantendogli libertà di movimento e acquistando sotto banco greggio. In tale contesto di accuse e smentite si gioca il braccio di ferro tra Washington e Mosca: la Casa bianca accusa il Cremlino di operare senza coordinarsi con la coalizione, il Cremlino risponde di averla avvertita. Ma al di là dei battibecchi ripetuti ed evidenti, sul campo la situazione appare diversa: mentre la Russia bombarda le postazioni Isis nei governatorati dove Assad mantiene parzialmente il controllo, gli Stati uniti proseguono nel colpire le aree del tutto occupate dal Califfato. 
Il nemico, di fatto, è lo stesso anche se Obama ieri ha ripetuto che il sostegno alle opposizioni moderate non cesserà. Venerdì il presidente Usa definiva l’intervento russo «la ricetta per il disastro» perché Mosca «non distingue tra Isis e opposizioni sunnite moderate». Come se la ricetta finora adottata da Washington e dagli alleati del Golfo fosse vincente: prima hanno investito su gruppi islamisti radicali per far cadere il presidente Assad, poi hanno tentato di mettere una pezza lanciando un’operazione aerea poco efficace (a cui l’Isis si è presto adattato) e foraggiando ribelli incapaci di combattere. 
Questa è la realtà e Obama, che non è stupido, lo sa. Venerdì ha detto che la Siria non trascinerà gli Stati uniti in uno scontro militare con la Russia. E se a parole l’attacca, poi manda il segretario di Stato Kerry a definire i «dettagli» della cooperazione militare in Siria con il ministro degli Esteri russo Lavrov. Sul campo la cooperazione c’è già: i russi bombardano dove non lo fanno gli statunitensi. Non si pestano i piedi, in attesa di definire la miglior transizione politica per entrambi. A sentirli parlare, Assad è intoccabile per Putin ed è il primo degli ostacoli per Obama. Alla fine si troverà un accordo che non minacci gli interessi delle due super potenze: Mosca vuole un accesso sul Mediterraneo e influenza sulla regione; Washington mantenere il controllo delle alleanze energetiche e militari, senza scontentare Israele e Arabia saudita.
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