Grasso nel motore Regolamento a pezzi La riforma Renzi adesso può correre
Massimo Villone
«Pietro Grasso ha abban­do­nato ogni resi­stenza, senza curarsi più nep­pure di sal­vare le appa­renze, e ha lasciato mani total­mente libere alla mag­gio­ranza e al governo». Articoli di Andrea Fabozzi, Andrea Colombo e Massimo Villone. Il manifesto, 2 aprile 2015

IL REGOLAMENTO DEL PIÙ FORTE
di Andrea Fabozzi

Costituzione. Emendamenti abbattuti a pacchi, voti segreti pericolosi per il governo scansati senza scrupolo. Il presidente Grasso garante della riforma di Renzi. In poche ore la guida del senato è passato da bestia nera del governo a strumento per la marcia trionfale dell’esecutivo

La tra­ci­ma­zione dei sena­tori dal gruppo di Forza Ita­lia a quello ormai sta­bil­mente in mag­gio­ranza di Ver­dini, il nego­ziato con la mino­ranza Pd che ha ridotto il dis­senso interno da una tren­tina di sena­tori a due o tre sono cose che cer­ta­mente aiu­tano. Ma pro­ba­bil­mente non sareb­bero bastate al governo per far appro­vare la legge di revi­sione costi­tu­zio­nale entro il 13 otto­bre, data sulla quale Renzi non tran­sige. Ci voleva una grossa mano da parte del pre­si­dente del senato, quel Pie­tro Grasso con il quale nell’ultimo mese il pre­si­dente del Con­si­glio ha più volte cer­cato lo scon­tro isti­tu­zio­nale, lan­ciando avver­ti­menti e ulti­ma­tum. Evi­den­te­mente andati a segno, per­ché quella mano è arri­vata. Anche più gene­rosa del pas­sato. Grasso ha con­sen­tito qual­siasi strappo al rego­la­mento e ha seguito passo dopo passo il per­corso trac­ciato dai tec­nici di palazzo Chigi e di palazzo Madama per aggi­rare gli osta­coli alzati dalle oppo­si­zioni con­tro un governo che non accetta modi­fi­che alla «sua» riforma costi­tu­zio­nale. Ieri sera, prima dell’ultima inter­pre­ta­zione del rego­la­mento utile ad allon­ta­nare peri­co­lose vota­zioni segrete dal cam­mino dell’articolo 2, il pre­si­dente del senato non si è fatto scru­polo di riu­nirsi a palazzo Madama con la mini­stra Boschi per stu­diare assieme le stra­te­gie d’aula.

E così la riscrit­tura di oltre un terzo della Costi­tu­zione pro­cede spe­dita. Ieri è stato appro­vato l’articolo 1 che sta­bi­li­sce la fun­zioni del senato, gra­zie alla risco­perta della tec­nica dell’emendamento «kil­ler». Grasso lo aveva già con­sen­tito all’inizio dell’anno sulla legge elet­to­rale, allora reg­geva ancora il «patto del Naza­reno» e l’emendamento Espo­sito servì a pie­gare la mino­ranza Pd. Ieri l’emendamento Cocian­cich ha scan­sato il rischio di vota­zioni segrete. Il pro­dotto finale è un lungo testo di 30 righe in gran parte mai discusso né in aula né in com­mis­sione, e mai nean­che difeso dalla mag­gio­ranza cui inte­res­sava solo votarlo prima di tutti gli altri emen­da­menti. Sarà il nuovo arti­colo 55 della Costi­tu­zione ita­liana che oggi è quello scritto da Costan­tino Mor­tati in due commi e cin­que righe in tutto.

Così sono stati abbat­tuti emen­da­menti a pac­chi e la ten­sione in aula ha con­ti­nuato a salire per tutta la gior­nata, tra le pole­mi­che per il soste­gno dei «tran­sfu­ghi» e gli attac­chi dei 5 Stelle al pre­si­dente. Che, impas­si­bile, ha con­ti­nuato a rispon­dere di no a ogni richie­sta delle oppo­si­zione. La riforma della Costi­tu­zione ha preso così le forme già viste di un asse­dio della mino­ranza al for­tino (sem­pre più largo) della mag­gio­ranza, tanto rumo­roso quanto vano. Impos­si­bile ogni discus­sione nel merito di modi­fi­che impor­tan­tis­sime, ma la respon­sa­bi­lità va divisa tra l’esecutivo che ha escluso ogni aper­tura reale e la guida dell’assemblea che ha dimo­strato di saper tute­lare solo gli inte­ressi del governo. Intro­du­cendo, come se non bastasse, pre­ce­denti assai peri­co­losi. Sia il voto sull’emendamento Cocian­cich che quello sul com­plesso dell’articolo 1 hanno testi­mo­niato il buon lavoro fatto da Ver­dini e dal sot­to­se­gre­ta­rio Lotti: il governo è rima­sto sem­pre sopra la soglia della mag­gio­ranza asso­luta. E non è esatto dire che i voti degli ultimi arri­vati sono solo «aggiun­tivi», come si con­sola la mino­ranza Pd ricon­dotta all’ordine, visto che nel suc­ces­sivo pas­sag­gio ser­virà pro­prio la mag­gio­ranza asso­luta per lan­ciare la riforma verso il refe­ren­dum con­fer­ma­tivo. Non ha torto Sel quando, anti­ci­pando uno slo­gan refe­ren­da­rio, attacca «la Costi­tu­zione di Renzi e Verdini».

Anche per­ché non è affatto finita, nella pros­sima set­ti­mana dovranno arri­vare altre for­za­ture. Già ieri sera Grasso ha tro­vato il modo di affos­sare cin­que voti segreti che aveva pre­ce­den­te­mente dichia­rato di voler acco­gliere. Sull’articolo 2 è ormai noto che la pre­si­denza ha ammesso solo emen­da­menti al comma 5, ma tanto la sena­trice De Petris di Sel quanto il leghi­sta Can­diani ave­vano tro­vato il modo di infi­lare in quel punto il ritorno all’elezione diretta dei sena­tori e anche il voto segreto. Gli emen­da­menti diven­ta­vano così assai peri­co­losi per la tenuta del governo. Ma Grasso si è messo di tra­verso con un’interpretazione ancora una volta spe­ri­co­lata del rego­la­mento. Oggi si vota sull’articolo 2.

Il pre­si­dente del Con­si­glio può dun­que far tra­pe­lare la sua grande tran­quil­lità. Ma nel Pd manca ancora l’accordo su due punti: l’elezione del pre­si­dente della Repub­blica e la norma tran­si­to­ria (arti­colo 39) che affida ancora ai con­si­glieri regio­nali la scelta esclu­siva dei sena­tori (con buona pace del recu­pero della «volontà dei cit­ta­dini»). Sul primo punto si è par­lato di un pos­si­bile nuovo emen­da­mento kil­ler, sem­pre di Cocian­cich, ma la pro­po­sta in realtà è assai più impe­gna­tiva e intro­dur­rebbe un sistema di can­di­da­ture uffi­ciali per il Qui­ri­nale. Il governo è stato costretto a dissociarsi.

I VOTI CI SONO, VERDINI PURE.
TRA FISCHI E BANCONOTE AL VENTO
di Andrea Colombo
 I sì alla riforma I sì sempre tra i 171 e 172, come previsto dall’ex berlusconiano D’Anna. E al momento dell’approvazione finale saranno molti di più, secondo qualcuno arriveranno addirittura a sfiorare i 190

«Que­sta è la riforma della Costi­tu­zione Renzi-Verdini»: Peppe De Cri­sto­faro, Sel, rigira il col­tello nell’unica ferita che deturpa la vit­to­ria piena del pre­mier. Non è finita. Ci saranno altri momenti incan­de­scenti, nuovi pas­saggi a rischio. Il più peri­co­loso sarà sull’articolo 21: mate­ria del con­ten­dere le moda­lità di ele­zione del capo dello Stato. Ma si può scom­met­tere che si ripe­terà la sce­neg­giata degli ultimi due giorni. Roberto Cocian­cich, il pre­si­dente degli scout cat­to­lici che come hobby fal­ci­dia voti segreti, ha già pre­sen­tato l’apposito «can­guro». Renzi la spun­terà ancora su tutti i fronti.

I voti a favore sono stati sem­pre tra i 171 e 172, esat­ta­mente come pre­vi­sto dall’ex ber­lu­sco­niano con­qui­stato da Ver­dini Vin­cenzo D’Anna. Non sono pochi: sor­pas­sano di una decina e passa la mag­gio­ranza asso­luta e offrono la prova pro­vata che la riforma sarebbe pas­sata anche senza la resa della mino­ranza Pd. Però gli esperti scom­met­tono che al momento del voto finale i sì saranno molti di più, secondo qual­cuno arri­ve­ranno addi­rit­tura a sfio­rare i 190. Un po’ perché non ci saranno le assenze degli ultimi giorni, un po’ per­ché l’arrembaggio al carro del vin­ci­tore, anzi al taxi gui­dato da Ver­dini che verso quel carro tra­ghetta i pro­fu­ghi della destra, è in pieno svolgimento.

I dis­sensi nel Pd non sono andati oltre quei tre voti ampia­mente pre­ven­ti­vati: Felice Cas­son, Cor­ra­dino Mineo e Wal­ter Tocci. Nell’Ncd, nono­stante gli sfra­celli minac­ciati, nem­meno quelli. Nes­sun voto con­tra­rio, tutt’al più qual­che assenza stra­te­gica desti­nata pro­ba­bil­mente a rien­trare nel voto finale.

Cilie­gina pre­li­bata sulla torta di don Mat­teo, la resa incon­di­zio­nata e totale del pre­si­dente del Senato. Arri­vato alla stretta deci­siva, con le debite pres­sioni eser­ci­tate sino all’ultimo secondo dalla mini­stra Boschi, Piero Grasso ha abban­do­nato ogni resi­stenza, senza curarsi più nep­pure di sal­vare le appa­renze, e ha lasciato mani total­mente libere alla mag­gio­ranza e al governo. Cocian­cich, l’uomo-canguro, giura di essersi scritto da solo gli emen­da­menti kil­ler, ma in aula sia Lore­dana De Petris, Sel, che Mau­ri­zio Gasparri, Forza Ita­lia, hanno detto aper­ta­mente quello che tutti i sena­tori si ripe­te­vano nei cor­ri­doi, cioè che die­tro non que­gli emen­da­menti ma die­tro l’intera stra­te­gia della mag­gio­ranza in aula ci sono diret­ta­mente i fun­zio­nari del Senato. E se la vox populi, come spesso capita, ci piglia, il fatto non sarebbe certo pos­si­bile senza l’assenso del pre­si­dente di palazzo Madama.

Resta appunto solo una ferita aperta: il ruolo deter­mi­nante di Denis Ver­dini e della sua truppa mer­ce­na­ria. Certo, il voto sulla riforma non com­porta l’appartenenza a una mag­gio­ranza, però quando ieri il capo­gruppo Barani ha annun­ciato il voto a favore con­fer­mando tut­ta­via che «noi restiamo all’opposizione», gli ex com­pa­gni azzurri si sono sca­te­nati in una gara di fischi, i leghi­sti hanno sven­to­lato ban­co­note, i pen­ta­stel­lati hanno rumo­ro­sa­mente segna­lato al Pd, mino­ranza inclusa, quali sono i nuovi com­pa­gni di strada. Ma gli stessi sena­tori di Renzi, pur sfor­zan­dosi di restare seri, sape­vano per­fet­ta­mente che si trat­tava di una barzelletta.

Certo, il voto di Ver­dini non è stato sinora e non sarà in futuro deter­mi­nante. Però senza quei voti, senza la garan­zia che la riforma sarebbe stata comun­que appro­vata gra­zie agli ascari del fio­ren­tino, la rotta della mino­ranza Pd non ci sarebbe stata, o almeno sarebbe stata meno totale e sgan­ghe­rata. La cam­biale arri­verà ine­so­ra­bil­mente a sca­denza, e si som­merà alla neces­sità di offrire una zat­tera ai nau­fra­ghi dell’Ncd. In Par­la­mento quei rin­forzi sono pre­ziosi, fuori dal palazzo potreb­bero rive­larsi esi­ziali. Secondo un già cele­bre son­dag­gio della Ghi­sleri, che ieri a palazzo Madama era sulla bocca di tutti, l’alleanza con Ver­dini e Alfano coste­rebbe al Pd addi­rit­tura il 7% dei con­sensi, facen­dolo pre­ci­pi­tare al 25%. Certo, quel son­dag­gio è in qual­che misura dro­gato. Parla di «par­tito della nazione», mette Renzi e Ver­dini quasi sullo stesso piano. I risul­tati, di con­se­guenza sono pro­ba­bil­mente esa­ge­rati. Ma, anche se in dimen­sioni meno rovi­nose, il patto col dia­volo che il pre­mier ha scelto di fir­mare per garan­tirsi la vit­to­ria rischia comun­que di costare parec­chio in ter­mini di voti.

Qual­che prezzo dovrebbe pagarlo anche per aver modi­fi­cato la Costi­tu­zione con i truc­chi e i carri armati, a colpi di can­gu­ra­menti più o meno super, di vio­la­zioni del rego­la­mento con­sen­tite senza pudore da Piero Grasso, di aggi­ra­menti sfac­ciati di ogni voto anche solo poten­zial­mente minac­cioso. Ma con un sistema media­tico genu­flesso o inti­mi­dito e con l’alibi incau­ta­mente offerto da Cal­de­roli e dai suoi milioni e milioni di emen­da­menti, su quel fronte Renzi è certo di riu­scire a evi­tare ogni ritorno d’immagine dan­noso. Ma nascon­dere Ver­dini, Alfano e tutti gli altri, quello è un altro paio di maniche.
IL PRECEDENTE PERICOLOSO
di Massimo Villone

Ave­vamo la Costi­tu­zione di De Gasperi, Togliatti, Nenni, Mor­tati, Cala­man­drei, Perassi e altri, a molti di noi cari. Una Costi­tu­zione che ha retto bene il paese per decenni, anche in momenti bui. Abbiamo da oggi la Costi­tu­zione di Renzi, Boschi e Cocian­cich. Ogni tempo ha gli eroi che si merita.

Quando fu pre­sen­tato per l’Italicum il noto emen­da­mento Espo­sito, fu chiaro che si poneva un pre­ce­dente peri­co­loso, tale da poter stron­care non solo l’ostruzionismo, ma qual­siasi dibat­tito o con­fronto par­la­men­tare. Rias­su­mere un det­tato nor­ma­tivo in un emen­da­mento da ante­porre e da votare prima degli altri ha infatti la con­se­guenza, secondo una let­tura nota­rile dei rego­la­menti, di far cadere ogni altro emen­da­mento per­ché l’Aula ha ormai deciso. Scrissi allora su que­ste pagine che il pre­si­dente avrebbe dovuto dichia­rare l’emendamento Espo­sito inam­mis­si­bile, per carenza di con­te­nuto nor­ma­tivo. Fece diversamente.

Vicenda simile abbiamo ora con l’emendamento Cocian­chic (1.203). Non importa chi l’abbia scritto. Cal­de­roli ha rife­rito in Aula voci per cui Cocian­cich «avrebbe detto a più per­sone che igno­rava il con­te­nuto ovvero la por­tata del suo emendamento».

Non sap­piamo se sia vero. Comun­que, non ci voleva un genio del diritto par­la­men­tare per infi­larsi nel varco aperto allora dalla deci­sione del pre­si­dente del senato sull’emendamento Espo­sito. La cosa fu già grave con l’Italicum. È ancor più grave adesso, con una riforma della Costi­tu­zione di grande momento. E non si può riba­dire abba­stanza che il senso della Costi­tu­zione, ed in spe­cie dell’art. 138, non è certo quello di favo­rire i truc­chetti per stron­care il dibat­tito, e arri­vare in qua­lun­que modo alla decisione.

Dopo tanto esi­tare, il pre­si­dente Grasso è sceso in campo per il governo. Per la verità, qual­che sospetto l’avevamo. Ne tro­viamo ora con­ferma nelle deci­sioni sull’ordine delle vota­zioni e sui subemendamenti.

Qual era il cor­retto ordine di vota­zione degli emen­da­menti? Secondo prin­ci­pio, gli emen­da­menti si votano a par­tire dal più lon­tano fino al più vicino al testo da emen­dare. In Aula, è stata con­te­stata a Grasso la scelta di met­tere in prima fila l’emendamento 1.203, e il pre­si­dente in realtà non ha rispo­sto. Ancor più signi­fi­ca­tiva la deci­sione di pre­clu­dere ogni sube­men­da­mento al Cocian­cich. Va infatti con­si­de­rato che gli emen­da­menti di mag­gio­ranza (quelli con­cor­dati in casa Pd) sono stati por­tati a cono­scenza dei sena­tori all’ultimo momento. Molti sono andati in Aula senza nem­meno averli visti. Il pre­si­dente ha deciso che i ter­mini per la pre­sen­ta­zione di sube­men­da­menti erano già sca­duti. Forse vero, ma le con­di­zioni reali del dibat­tito avreb­bero certo sug­ge­rito, se non impo­sto, almeno una breve ria­per­tura dei ter­mini. Appro­vato il Cocian­cich, Grasso ha anche respinto il ten­ta­tivo di sube­men­darlo attra­verso l’art. 100, comma 5, reg. sen., norma rara­mente invo­cata, che però avrebbe potuto con­sen­tire una almeno par­ziale ria­per­tura del confronto.

Il trucco c’è, e si vede. Con que­ste deci­sioni, l’approvazione del nuovo art. 55 della Costi­tu­zione si è sostan­zial­mente risolta nel voto sull’emendamento Cocian­cich, che ha pre­cluso tutti gli altri, men­tre veniva con­te­stual­mente impe­dito ai sena­tori di oppo­si­zione qual­siasi inter­vento in via di sube­men­da­mento. È stata così anche supe­rata una raf­fica di voti segreti, rischiosi per il governo. All’accusa di avere con­sen­tito l’uso stru­men­tale dell’emendamento 1.203 con­tro le oppo­si­zioni — avan­zata da molti nella seduta di gio­vedì — Grasso ha rea­gito con stizza, ma senza porre argo­menti. E nem­meno ha rac­colto le ripe­tute e insi­stite richie­ste di riu­nire la Giunta per il rego­la­mento. Non a caso. Come sap­piamo, i numeri della Giunta non sono blin­dati per il governo, e il pas­sag­gio poteva rive­larsi peri­co­loso. Ana­lo­ghe mano­vre si pre­an­nun­ciano per gli arti­coli suc­ces­sivi al primo. A quanto leg­giamo, per i sube­men­da­menti all’art. 2 il tempo con­cesso è mezz’ora.

Grasso pro­ta­go­ni­sta, dun­que. Avremmo pen­sato che il primo dovere di un pre­si­dente di assem­blea fosse nei con­fronti dell’istituzione pre­sie­duta. Dob­biamo ricre­derci. Pos­siamo forse capire l’atteggiamento tenuto verso gli 82 milioni di emen­da­menti Cal­de­roli, per cui poteva valere l’argomento che non si può mai favo­rire la para­lisi dell’istituzione. Ma que­sto era ieri. Oggi, vediamo Grasso schie­rato al fianco del governo. Erano pos­si­bili scelte diverse, e let­ture di rego­la­mento secun­dum con­sti­tu­tio­nem, più attente alla neces­sità che una Costi­tu­zione nasca da un con­fronto reale, e non per il soste­gno acri­tico di mag­gio­ranze occa­sio­nali e rac­co­gli­ticce, popo­late di anime morte e di voltagabbana.

Quanto accade ci con­ferma che la fu mino­ranza Pd ha sba­gliato facen­dosi rias­sor­bire nel grup­pone, e sostan­zial­mente scom­pa­rendo nel gorgo della rot­ta­ma­zione costi­tu­zio­nale. Un pezzo del paese non accetta la Costi­tu­zione di Renzi, senza se e senza ma per­ché quella che abbiamo è di gran lunga migliore. Il sena­tore Cocian­cich ci comu­nica in una inter­vi­sta di pre­fe­rire la pre­ci­sione e non la quan­tità come Cal­de­roli. Rispetto ad entrambi, pre­fe­riamo l’intelligenza.


Sullo stesso tema
Gianni Ferrara
Una visione ottimistica della proposta di "modifica ragionevole" della Costituzione. Se son rose fioriranno, e a noi le rose piacciono.
Stefano Rodotà
«Il premier Renzi governa come se ci fossero già l’Italicum e la nuova Costituzione. Il presidente Mattarella non distoglierà lo sguardo da questa situazione. Il bipolarismo crolla ma non c’entra il populismo. I partiti non sanno più leggere la società» Intervista di Andrea Fabozzi.
Alfonso Gianni
Tra le cose nelle quali Renzi eccelle, e supera di gran lunga i suoi predecessori, è l'arte di sparare balle. I picchi della menzogna sono più alti. Ma più profonde ci sembrano le valli della credulità. Qualcuno che sa vedere dietrio il fumo per fortuna c'è ancora: gli auguriamo lunga vita
Ultimi post
Eddyburg
Sono passati due anni dalla scomparsa di Edoardo Salzano. Un urbanista che non ha mai smesso di analizzare le trasformazioni urbane. Un intellettuale libero e coraggioso che con determinazione guardava avanti e non si arrendeva davanti alle ingiustizie. Un maestro. Lo ricordiamo ripubblicando uno dei suoi scritti, ancora profondamente attuale, sul mestiere dell'urbanista.
Eddyburg
Un iniziativa per ragionare sulla questione della casa a cinquant’anni dall’approvazione della prima legge per l’edilizia residenziale pubblica. Il progressivo abbandono delle politiche di edilizia residenziale ha determinato nuove disuguaglianze, aggravato i problemi pregressi, amplificato i divari territoriali, che il Covid ha accentuato e reso ancora più evidenti. Vogliamo discuterne in questo seminario organizzato in due sessioni, che riprende le vertenze che portarono all’approvazione della legge, racconta la parabola inversa delle politiche pubbliche fino al loro sostanziale azzeramento, per poi ricollegarsi all’attualità toccando attraverso alcuni casi emblematici della questione della casa in Italia.
Eddyburg
Cliccando nella barra in alto potete accedere a tutti gli articoli inseriti in oltre diciotto anni di attività e impegno per una cultura dell'abitare fruire e governare il territorio che sia suscettibile di assicurare condizioni di vita soddisfacenti sotto il profilo dell'equità e della libertà di accesso ai beni comuni, della capacità e possibilità di partecipare al governo della cosa pubblica. E' ancora una versione provvisoria del sito, perciò alcune cose funzionano male o presentano degli errori. Ci stiamo adoperando per sistemare tutto nel più breve tempo possibile.
Eddyburg
Il programma definitivo della prima edizione dei seminari di eddyburg
Redazione di eddyburg
Nell’anniversario della scomparsa di Eddy Salzano il 23 settembre abbiamo organizzato un’iniziativa per ricordare l’importanza e l’attualità del suo pensiero e della sua attività. Qui le videoregistrazioni della I Sessione del convegno “Eddy Salzano: le tappe di un percorso politico e culturale per una città più giusta” con gli interventi di Mauro Baioni, Giulio Tamburini, Vezio De Lucia, Paolo Berdini, Roberto Camagni, Anna Marson, Maria Pia Guermandi, Giancarlo Storto, Giancarlo Consonni, Paolo Baldeschi.
CopyrightMappa del sito
© 2021 Eddyburg