C’erano una volta gli intellettuali
Angelo d'Orsi
Un breve resoconto di un interessante convegno della Fondazione istituto Gramsci, nel quadro di una ricerca sul ruolo degli intellettuali nell'Italia degli anni Settanta. Il Fatto quotidiano, 10 ottobre 2015


Gli Anni Settanta sono stati periodizzanti nellanostra storia. E il mondo intellettuale ne fu interprete, talvolta protagonista.Un seminario della Fondazione Gramsci a Roma (“Gli intellettuali nella crisidella Repubblica fra radicalizzazione e disincanto”) ha provato a fare il punto,con una stimolante indagine a più voci affidata a giovani, partendo dall’aureoinsegnamento gramsciano che ammonisce a non trasformare i problemi politici inproblemi culturali se li si vuole risolvere. Ci si è rivolti verso singolefigure, ma anche verso giornali (Corriere della Sera, La Stampa, la Repubblica,l’Unità), riviste (Quindici o Rinascita, per esempio), e con ampi riferimentialle forze politiche, particolarmente a sinistra – quella ufficiale e quella “extraparlamentare”a cominciare da Lotta continua.

In quel decennio si verificò la fine delleillusioni del cambiamento rivoluzionario, ma anche la messa in mora delleattese riformatrici (la parola “riforma” aveva un significato autenticamenteprogressivo, all’opposto di oggi quando significa il suo opposto): e toccò agliintellettuali interrogarsi sul senso del cambiamento in atto, cercando di darsispiegazioni; alcuni ambirono a diventare consiglieri del principe, ovverodettare l’agenda politica. In ambito cattolico, per esempio, la figura diPietro Scoppola, studioso di grande valore, una sorta di interlocutore e inparte suggeritore discreto di Aldo Moro, ha come contraltare il cattolicoiperconservatore di Augusto Del Noce, che parla di “catastrofe” in atto; mentrein ambito liberale, una figura quale Rosario Romeo, che a sinistra talunovedeva come un democratico, e talaltro come un reazionario di tre cotte, speciecon il suo avvicinarsi al Giornale Nuovo di Indro Montanelli, di cui fu firmaprestigiosa.

In fondo, come Scoppola accetta la necessità della finedell’unità politica dei cattolici, Romeo accetta la fine dell’unità liberale,anche per la delusione che il Pli gli diede, tanto da spingerlo, negli AnniCinquanta, a essere nel gruppo fondatore del Partito Radicale. Quel Romeo,fervido anticomunista, apprezzò nondimeno gli sforzi del Pci berlingueriano, ela linea della fermezza nei drammatici giorni del rapimento Moro.

Mentre in quel partito ferveva il dibattito sulruolo dell’intellettuale, con particolare attenzione alle avanguardieartistiche, e al loro rapporto con la “contestazione” giovanile. Ci siinterrogava su come dovessero comportarsi letterati, artisti, scienziati versoil partito, e viceversa. Ma si cominciava a riflettere anche sulla naturadell’intellettuale, tenendo conto dei nuovi settori che stavano emergendo conla dilatazione delle figure intellettuali. A sinistra, e nel mondo giovanile, la Nato, ilcompromesso storico, la stessa accettazione dell’“austerità”, furono lette comealtrettanti segnali di una “restaurazione” culturale e politica del “partito diGramsci”.

Una restaurazione modernizzatrice fu in realtàanche l’operazione Repubblica di Eugenio Scalfari; il Pci stava ormai abbandonandola propria cultura e Scalfari gline offriva un’altra, di ben diversatradizione: il terzaforzismo, rivisitato con capacità di cogliere i segnali delcambiamento (per esempio il modificarsi delle gerarchie produttive, conl’emergere della piccola impresa), e di intercettare gusti e indirizzareopinioni: di creare “senso comune”, in definitiva.

Con quel quotidiano, che nel 1986, a dieci anni dalla nascita,effettuò il “sorpasso” del Corriere, venne meno la separatezzadell’intellettuale, e il quotidiano di Scalfari si pose come un think tank cheambiva a indicare la linea alla sinistra (con l’eccezione del breveinnamoramento per Ciriaco De Mita, “intellettuale della Magna Grecia”), e inparticolare a “detogliattizzare” il Pci favorendone l’ingresso nell’area digoverno, avviando una feroce polemica contro la “partitocrazia” che ebbe esitiben diversi da quelli attesi da Scalfari. Ma non ebbe torto a pensare chedavanti alla crisi dei partiti, denunciata in una memorabile intervista che glirese Berlinguer, la cultura politica andava rinnovata al di fuori di essi.

Fu un eretico di tutte le chiese, Pier Paolo Pasolini,però, più di ogni altro, in una estrema rappresentazione del “poeta-vate”, acogliere le trasformazioni della società italiana, in una sorta di sintoniaimplicita con Berlinguer. L’uno e l’altro destinati ad essere espulsi dalpresente di un Paese che non sapeva che farne di personaggi che apparivano atroppi connazionali soltanto fastidiosi grilli parlanti


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