Perché la vittoria di Corbyn c’entra poco con la crisi del Labour
Paul Krugman
«La vittoria di Corbyn non è legata a un’improvvisa svolta a sinistra da parte della base laburista, ma ha a che fare soprattutto con lo strano e triste crollo morale e intellettuale dei moderati del Labour». Il suo merito è stato di dimostrare che la soluzione di destra, sulla quale il Labour si era sdraiato, aveva portato dentro la crisi, non fuori. La Repubblica, 16 settembre 2015


JEREMY Corbyn, da tempo dissidente della sinistra britannica, ha riportato una sbalorditiva vittoria nelle votazioni per la leadership del partito laburista. Per gli opinionisti politici questa scelta avrà esito nefasto sulle prospettive elettorali del Labour; potrebbero aver ragione, anche se non sono l’unico a domandarsi come possano questi commentatori che non hanno saputo prevedere il fenomeno Corbyn mostrare tanta sicurezza nell’analisi di ciò che implica.

Ma parliamo dell’implosione dei moderati del Labour. Sulla politica economica, in particolare, colpisce il fatto che tutti i candidati in lizza, eccetto Corbyn, fossero essenzialmente a favore della politica di austerità del governo conservatore.

Ancor peggio, tutti implicitamente accettavano la motivazione fasulla di tale politica, assumendosi in pratica la responsabilità di malefatte politiche in realtà non commesse dal Labour. È come se negli Usa i principali candidati alla nomination democratica del 2004 fossero andati in giro a dire che l’11 settembre era colpa del loro approccio debole alla sicurezza nazionale. Ci saremmo forse sorpresi se i voti delle primarie democratiche fossero andati a un candidato che rifiutava quella bufala, qualunque fosse la sua visione?

Le false accuse contro il Labour riguardano la politica fiscale, in particolare si sostiene che i governi laburisti al potere in Gran Bretagna dal 1997 al 2010 abbiano speso ben oltre i propri mezzi, causando un deficit e una crisi del debito che hanno portato alla più ampia crisi economica. La crisi fiscale, a sua volta, non avrebbe lasciato alternative ai drastici tagli alla spesa, soprattutto quella a sostegno dei poveri.

Queste tesi dei conservatori, va detto, sono state riprese e diffuse da quasi tutti i media giornalistici britannici. Non solo non le hanno sottoposte a un severo scrutinio, ma le hanno riportate come realtà. È stato straordinario assistere a quell’operazione — perché tutti gli elementi della narrazione usuale sono completamente fasulli.

Il governo laburista è stato irresponsabile sotto il profilo fiscale? La Gran Bretagna registrava un modesto deficit di bilancio alla vigilia della crisi economica del 2008, ma in percentuale sul Pil non era molto elevato — risulta circa pari al deficit di bilancio Usa dello stesso periodo. Il debito pubblico britannico era inferiore, in percentuale sul Pil, a quello registrato quando il Labour andò al governo dieci anni prima e inferiore rispetto a tutte le altre grandi economie avanzate, fatta eccezione per il Canada.

Oggi c’è chi afferma che la reale situazione fiscale fosse assai peggiore di quanto indicassero le cifre del deficit, perché l’economia britannica era gonfiata da una bolla insostenibile che incrementava le entrate. Ma nessuno all’epoca lo diceva. Al contrario, le valutazioni indipendenti, ad esempio ad opera del Fmi, indicavano l’opportunità di correggere lievemente il deficit, ma non evidenziavano segni di una gestione allegra delle finanze pubbliche.

È vero che il deficit britannico lievitò dopo il 2008, ma fu la conseguenza, non la causa della crisi. Anche il debito è cresciuto ma resta ben al di sotto dei livelli prevalenti in gran parte della storia moderna britannica. E non c’è mai stato alcun indizio che gli investitori, a differenza dei politici, fossero preoccupati della solvibilità britannica: i tassi di interesse sul debito sono rimasti molto bassi. Ciò significa che la presunta crisi fiscale non ha mai creato alcun reale problema economico e che non c’è mai stata la necessità di una sterzata in direzione dell’austerità.

In breve, l’intera narrazione circa la responsabilità del Labour relativamente alla crisi economica e circa l’ assoluta necessità dell’austerity è un’assurdità. Ma questa assurdità i media britannici l’hanno regolarmente presentata come realtà. E tutti i rivali di Corbyn nella corsa alla leadership laburista l’hanno presa per buona, accettando la tesi dei conservatori secondo cui il loro partito aveva gestito malissimo l’economia, cosa semplicemente non vera. Così il trionfo di Corbyn non sorprende poi tanto, vista la disponibilità dei politici laburisti moderati ad accettare false accuse al passato malgoverno.

Resta da capire come mai i moderati laburisti siano stati così sfortunati. Negli Usa fu diverso, le critiche sul deficit dominarono il dibattito a Washington nel 2010-11, senza però riuscire a dettare i termini del confronto politico, e la maggioranza dei democratici non assumeva toni da simpatizzanti repubblicani. La risposta sta in parte nel fatto che i media giornalistici statunitensi non sono stati altrettanto dediti a fantasie fiscali, anche se questo non risolve la questione. L’ establishment politico del Labour sembra però privo di convinzione, per motivi che non comprendo appieno. Significa che la vittoria di Corbyn non è legata a un’improvvisa svolta a sinistra da parte della base laburista, ma ha a che fare soprattutto con lo strano e triste crollo morale e intellettuale dei moderati del Labour.
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