Obama e Putin all’Onu il risiko sul futuro di Assad per il difficile disgelo
Federico Fubini
«Ora tutto sta cambiando, per quel che accade in Siria. La Francia ha lanciato ieri il suo primo raid aereo contro lo Stato Islamico. Ma Obama prende atto che la sua strategia, fondata sulla “guerra dai cieli” più l’appoggio a ribelli locali, non funziona». La Repubblica, 28 settembre 2015 (m.p.r.)

New York. Un “disgelo” Usa-Russia per cooperare sulla Siria, con sullo sfondo qualche novità per l’Ucraina? È l’ipotesi che agita le aspettative, dietro l’incontro di oggi tra Barack Obama e Vladimir Putin. L’occasione è l’assemblea generale Onu a New York. Putin non si faceva vedere da 10 anni qui al Palazzo di Vetro. E con Obama non ha vertici bilaterali da due anni, cioè dall’inizio della crisi ucraina (i due si sono salutati in occasione di summit internazionali, ma riducendo al minimo l’interazione). Ora tutto sta cambiando, per quel che accade in Siria. La Francia ha lanciato ieri il suo primo raid aereo contro lo Stato Islamico, nell’ambito della coalizione. Ma Obama prende atto che la sua strategia, fondata sulla “guerra dai cieli” più l’appoggio a ribelli locali, non funziona. Putin ne approfitta: ha lanciato un’escalation “logistica”, trasferendo navi militari, aerei da combattimento, reparti di marines e mezzi blindati nella base che i russi hanno in Siria da 44 anni. Da un momento all’altro possono entrare in azione.

Nemico comune per americani e russi è lo Stato Islamico e quindi le due superpotenze potrebbero combatterlo fianco a fianco, anche se gli Stati Uniti si limitano ai raid aerei. Ma i russi sono amici di Assad e non hanno intenzione di mollarlo, mentre Washington continua a chiedere che il dittatore siriano se ne vada (sia pure in un orizzonte temporale non più immediato). Come far quadrare il cerchio? E quali “ricompense” si attende Putin su altri fronti come l’Ucraina? Un allentamento delle sanzioni?

Obama fin dal suo arrivo ieri sera ha trovato una New York segnata dall’evoluzione dei rapporti geostrategici sul pianeta. Per la prima volta dai tempi di Roosevelt il presidente americano è stato “sfrattato” dal Waldorf Astoria. L’hotel storico di tutti i presidenti è diventato impraticabile, secondo il secret service: lo ha comprato un’azienda pubblica cinese. Obama si è dovuto rassegnare al Lotte Palace Hotel, meno blasonato ma più protetto dallo spionaggio elettronico.

Più preoccupante del cambio di albergo è l’accumulo di notizie negative dal fronte siriano. Una commissione d’indagine del Congresso accusa il Pentagono di aver sbagliato tutto: ha speso 500 milioni di dollari per addestrare forze ribelli in grado di combattere sia contro i jihadisti sia contro Assad, e si ritrova con un pugno di mosche in mano. I ribelli addestrati sono pochissimi, le armi fornite dall’America sono in parte finite allo Stato Islamico. E intanto cresce il flusso di combattenti stranieri in arrivo in Siria per rafforzare i jihadisti: aumentano al ritmo di mille al mese. Sono arrivati in 30.000 dal 2011. È un disastro che in parte coinvolge l’Onu. Proprio qui un anno fa Obama riuscì a far passare al Consiglio di sicurezza una risoluzione vincolante per bloccare l’afflusso di combattenti dal resto del mondo verso le zone controllate dallo Stato Islamico. E invece le frontiere di tutti i paesi (dalla Turchia alla Francia, agli stessi Stati Uniti) continuano ad essere dei colabrodo, per i militanti che partono ad arruolarsi sotto le bandiere della jihad. In quanto ai bombardamenti aerei lanciati dalla coalizione a guida Usa: forse hanno fermato l’espansione dello Stato Islamico in nuove aree, di certo non lo hanno messo in ginocchio. A conferma che la strategia americana è in una impasse, c’è la partenza improvvisa del generale John Allen che guidava la coalizione anti-Is.

È qui che interviene Putin. Il presidente russo accusa Obama di avere sbagliato: il problema della Siria non è Assad; qualsiasi azione per rovesciarlo rischia di riprodurre lo scenario della Libia quando un intervento militare occidentale eliminò Gheddafi per poi lasciare un vuoto riempito da guerra civile e fondamentalisti. Ieri Putin ha detto alla tv americana Cbs: «Non c’è un’altra soluzione alla crisi siriana che non il rafforzamento delle strutture di un governo effettivo e dargli aiuto nella lotta contro il terrorismo». Una posizione che trova allineato con la Russia anche l’Iran.

Obama sta valutando i pro e i contro dell’offerta di Putin. Facile elencare gli svantaggi. La Russia vuole rientrare in gioco come uno degli attori che contano in Medio Oriente. Puntellare Assad serve a consolidare l’unica base militare che Mosca possiede nel Mediterraneo. Dare l’avallo a un intervento russo può mettere l’America in posizione di grave imbarazzo, alla prima strage di civili (o di ribelli “laici”) perpetrata dai bombardieri di Putin. Come far digerire Assad, «macellaio del popolo siriano», all’opinione pubblica occidentale? Infine non c’è garanzia di successo: la guerra in Afghanistan persa dall’Urss ricorda che l’Armata rossa è tutt’altro che invincibile. Ma Obama è in una fase di ripensamento della strategia in Medio Oriente: se vuole evitare di essere risucchiato in un conflitto terrestre, e se lo Stato islamico è il pericolo numero uno, l’America deve appoggiarsi su combinazioni di alleanze. “Il nemico del mio nemico, è mio amico”, la vecchia regola della realpolitik sarà una delle opzioni nel faccia a faccia di oggi.
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