Il nuovo sentiero
Tommaso di Francesco
Ogni azione, gesto, espediente, avventura che i profughi dalla guerra, dall'oppressione e dalla miseria  compiono e compiranno sono atti d'accusa che pesano sulla nostra coscienza e additano i veri colpevoli alla vergogna del mondo. Il manifesto, 4 settembre 2015


Scri­ve­ranno di «lunga mar­cia», di «cam­mino della spe­ranza» e di «fuga per la libertà», ma nes­suna mito­lo­gia può descri­vere quello che accade. A piedi, da soli, sulle pro­prie gambe s’incamminano in migliaia i rifu­giati; gli stessi che già hanno attra­ver­sato i con­fini riscri­vendo la tri­ste geo­gra­fia del Vec­chio Con­ti­nente pas­sando il muro di razza unghe­rese, quello della nostra coscienza sporca.

Men­tre un ver­tice Ue richiama l’altro e nulla accade, a piedi si incam­mi­nano per sfug­gire a inter­na­menti e fili spi­nati, a nuovi uni­versi con­cen­tra­zio­nari. Via dall’Ungheria che li ha umi­liati, bef­fati e depor­tati, men­tre Orbán dichiara lo stato d’emergenza. E men­tre il cuore d’Europa, da Praga, rifiuta ogni acco­glienza. Da un sum­mit all’altro l’Europa, appesa ad una moneta, con­ferma il suo vuoto poli­tico e sociale. Resta solo il para­digma siriano di Angela Mer­kel. Ma che ne sarà degli «altri» disperati?

Ma non doveva, la foto del pic­colo Aylan Kurdi e la sua morte, cam­biare tutto? Quell’atto d’accusa vuole dire: acco­glie­teci o i col­pe­voli siete voi. Chiaro come le parole di un altro ragazzo siriano che ha gri­dato: «Fer­mate la guerra e tor­niamo in Siria». Ine­qui­vo­ca­bili. E invece l’«innocente» Pen­ta­gono avverte che la foto di Aylan dovrebbe per­sua­dere (come per Sara­jevo?) a farne un’altra: dove già si com­batte, come in Libia o in Siria. Lì dove Pen­ta­gono ed Europa hanno istruito quat­tro ani fa la guerra che ha inne­scato la spi­rale stragi, jiha­di­smo, pro­fu­ghi. Il nuovo sen­tiero dei dispe­rati: dice che la misura delle guerre sulla pelle altrui è colma.
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