Il genio italico e l’invenzione del listino
Massimo Villone
Davvero sublimi le truffe che il cerchio magico di Matteo Renzi riesce a inventare per difendere il regime feudale e accalappiare gli scioccherelli della sinistra tremula. Il manifesto, 8 settembre 2015

Inven­zione. Secondo il dizio­na­rio, idea­zione, crea­zione o intro­du­zione di oggetti, pro­dotti, stru­menti e altre cose pre­ce­den­te­mente non esi­stenti. E ci siamo, con la riforma costi­tu­zio­nale. Si sente di un accordo nel Pd: aprire al senato elet­tivo, ma senza toc­care il testo già appro­vato, che - ahimè - dice il con­tra­rio. Un senato elet­tivo i cui com­po­nenti non sono eletti. Una inso­ste­ni­bile apo­ria, e un’invenzione. Con un senato elet­tivo, ma non troppo, il genio ita­lico col­pi­sce ancora. La chiave sarebbe un listino.

Come quello che un tempo ave­vamo a livello regio­nale, e che a furor di popolo era stato sostan­zial­mente espunto nella ultima sta­gione sta­tu­ta­ria. Doveva ser­vire a por­tare pre­senze qua­li­fi­cate e com­pe­tenze nei con­si­gli regio­nali a soste­gno dei gover­na­tori, ed era poi in pre­va­lenza diven­tato luogo di mer­ci­mo­nio poli­tico o asilo per amici, sodali, parenti e clienti. Che si voglia adesso rispol­ve­rare a livello nazio­nale già segnala quanto sia bassa la mediazione.

Un par­la­men­tare è dav­vero eletto se viene per­so­nal­mente scelto dagli elet­tori, in una diretta com­pe­ti­zione con altri. Qua­lun­que altro sistema, nel degrado gene­rale che ci accom­pa­gna, non pro­mette buoni risul­tati. Un listino pre­su­mi­bil­mente votato in blocco e in col­le­ga­mento con un can­di­dato gover­na­tore o con una lista di par­tito, signi­fica invece un senato di nomi­nati, per di più — se rimane il testo fin qui appro­vato — scelti da chi non merita e tra chi non merita. E che si aggiunge a una camera pari­menti com­po­sta in larga misura di nomi­nati, per l’infernale mec­ca­ni­smo dei capi­li­sta a voto bloc­cato. Tutto, pur di evi­tare che il popolo sovrano scelga chi lo rappresenta.

Pare che una parte della tre­me­bonda dis­si­denza Pd sia dispo­ni­bile. Visti i pre­ce­denti, non mera­vi­glia, anche se non se ne capi­sce la ragione. Senza cam­bia­menti radi­cali del copione sono già oggi dei morti che cam­mi­nano, e ben dovreb­bero saperlo. Fa tene­rezza — o forse rab­bia — la men­zione dei males­seri della «nostra gente», del «nostro popolo», che qual­che lea­der, un tempo auto­re­vole, timi­da­mente mette in campo. Erano richiami fre­quenti nel gruppo diri­gente di quella che fu una grande sini­stra. Ave­vano un peso reale, per­ché segna­vano il comune sen­tire che legava la base al ver­tice del par­tito, e la con­di­vi­sione pro­fonda di valori e di obiet­tivi.

Ma qual­cuno dovrebbe spie­gare che oggi quel popolo non c’è più. E che è stato disperso non da una strega cat­tiva, ma da una ditta che ha cam­biato ragione sociale. Cosa ha a che fare con quel popolo un par­tito che toglie ai lavo­ra­tori gli stru­menti per la pro­pria difesa, che sba­racca la scuola pub­blica, che taglia i ser­vizi essen­ziali, che non com­batte le dise­gua­glianze, che addi­rit­tura toglie ai poveri per dare ai ric­chi come si pro­getta con l’Imu e la Tasi? È un dise­gno regres­sivo, e la radice è nella ricerca di voti ovun­que si pos­sano rac­co­gliere. Dov’è un pro­getto di sini­stra? E se si nega il pro­getto, si nega anche il «popolo» che in esso si può rico­no­scere. Del resto, chi ha avuto modo di fre­quen­tare anche occa­sio­nal­mente i cir­coli ter­ri­to­riali del Pd sa che ormai i mili­tanti di oggi sono molto diversi da quelli di un tempo. Il «popolo» che fu se n’è andato, in massa. E la spe­ranza dell’esangue sini­stra Pd di ricon­qui­stare il par­tito male si col­loca nel «popolo» di oggi.

Pro­prio per que­sto il dise­gno ren­ziano è coe­rente, e non di sini­stra. Gli argo­menti che lo sosten­gono sono ine­si­stenti. Il rispar­mio di spesa si riduce a spic­cioli, e più o meglio si per­se­gui­rebbe tagliando in modo bilan­ciato il numero di depu­tati e sena­tori. Il bica­me­ra­li­smo pari­ta­rio può essere supe­rato man­te­nendo il carat­tere elet­tivo, come l’esperienza di molti paesi ampia­mente dimo­stra. L’obiettivo vero è invece pro­prio l’asservimento delle assem­blee elet­tive all’esecutivo e al lea­der, e la ridu­zione degli spazi di demo­cra­zia e di par­te­ci­pa­zione. A que­sto sono fun­zio­nali il sistema elet­to­rale col suo mega­pre­mio di mag­gio­ranza al sin­golo par­tito e il bal­lot­tag­gio, e la riforma costi­tu­zio­nale. A que­sto fine, un ecto­pla­sma di senato è un ottimo risul­tato. E non dimen­ti­chiamo la mag­giore dif­fi­coltà di ricorso al refe­ren­dum popo­lare. A cosa serve tutto que­sto se non a zit­tire il dis­senso, per por­tare avanti poli­ti­che che un tempo avremmo defi­nito anti­po­po­lari, e che oggi per alcuni recano il segno della modernità?

Quindi, lasciamo in pace il «nostro popolo». Non sarà ricon­qui­stato con appelli sen­ti­men­tali, ma solo difen­dendo gli spazi di demo­cra­zia che ad esso pos­sono dare voce. Si com­batta dun­que fino in fondo per un senato genui­na­mente elet­tivo. Que­sto è oggi il ter­reno di scon­tro, e le inven­zioni di Renzi lascia­mole a lui. Anzi, non vor­remmo che qual­cuno ce lo copiasse. Bre­vet­tia­molo, e met­tia­molo sul mercato.
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