Gli euroscettici nel Mediterraneo
Ilvo Diamanti
«Il voto catalano non costituisce un evento isolato. E de-limitato. Ma si somma a quanto avviene, da tempo, in altri Paesi. In particolar modo, in quelli affacciati sulla sponda mediterranea. Dove si allarga il contagio dell’Ues: l’Unione Euro- Scettica». La Repubblica, 29 settembre 2015 (m.p.r.)


Il risultato delle elezioni in Catalogna conferma l’ampiezza del sentimento separatista che anima la Comunidad autónoma. Il fronte a favore dell’indipendenza (Junts pel Sì + Cup) ha ottenuto il 47,8% dei voti. Ha, così, conquistato la maggioranza assoluta dei seggi, ma non dei voti. Si fosse trattato di un referendum, questo esito non sarebbe sufficiente a sancire la secessione da Madrid. Ma oggi appare adeguato ad amplificare lo spirito indipendentista che spira, forte, in altre aree della Spagna.  Anzitutto nei Paesi Baschi. Questo voto, inoltre, rischia di produrre «una rivoluzione geopolitica su scala europea», come ha osservato Lucio Caracciolo, ieri, su Repubblica. Una Catalogna indipendente, infatti, non troverebbe posto nella Ue.
Tuttavia, il voto catalano non costituisce un evento isolato. E de-limitato. Ma si somma a quanto avviene, da tempo, in altri Paesi. In particolar modo, in quelli affacciati sulla sponda mediterranea. Dove si allarga il contagio dell’Ues: l’Unione Euro- Scettica. Trasmesso da una catena di attori politici, impolitici e anti-politici. Uniti da un comune bersaglio. L’Europa dell’euro. Dunque, l’Europa, tout court. Visto che l’Unione è stata prevalentemente costruita, appunto, sul terreno economico e monetario. Mentre i soggetti politici di maggiore successo, negli ultimi anni, sono quelli che hanno esercitato una critica aperta all’Euro-zona. E, spesso, alla stessa Unione Europea, in quanto tale.

In Italia: la Lega di Salvini. Esplicitamente contraria all’Euro, ma anche alla Ue. Appunto. Inoltre: il M5s. Anch’esso esplicitamente ostile all’Euro-zona. Tanto che, nei mesi scorsi, Alessandro Di Battista, deputato del M5s, fra i più autorevoli, ha proposto un «cartello tra i Paesi del Sud Europa» per «uscire dall’euro» e «sconfiggere la Troika che ha distrutto l’Ue». Un aperto invito, dunque, a costruire la Ues. Rivolto, anzitutto, alla Grecia, governata da Alexis Tsipras e dal suo partito, Syriza. Che, come ha confermato Yanis Varoufakis, ex ministro delle Finanze, aveva pianificato un programma per trasformare l’euro in dracma. E per liberarsi del controllo della Troika. Prima, ovviamente, della recente crisi. Che ha condotto la Grecia a scontrarsi con la Germania della Merkel. E con il “governo” della Ue. Anche se ora, ovviamente, questo progetto è divenuto impraticabile. Dopo il prestito-ponte erogato dalla Ue, per fare fronte all’enorme debito che opprime la Grecia. Mentre Tsipras ha estromesso dal governo Varoufakis e gli altri esponenti del partito, reticenti e indisponibili ad accogliere le pesanti condizioni poste dalla Ue. Nonostante tutto, pochi giorni fa, Tsipras ha ri-vinto le elezioni. Si è confermato alla guida del governo e del Paese. E la Grecia è rimasta nella Ue e nell’euro. Non certo per passione, ma per necessità. E per costrizione.
Ma l’Ues ha messo radici anche in Francia. A sua volta, Paese mediterraneo. Soggetto protagonista della scena europea, insieme alla Germania. Ebbene, com’è noto, in Francia, negli ultimi anni, si è assistito all’ascesa di Marine Le Pen, che ha spinto il Front National ben oltre il 25%. Al di là delle zone di forza tradizionali, nelle regioni “mediterranee”. Per affermarsi, Marine Le Pen ha moderato i toni - più che i contenuti - del messaggio politico tradizionale. E ha preso le distanze dal padre, Jean-Marie. Fondatore e “padrone” del Fn. Fino alla rottura. Sancita dall’espulsione del padre, avvenuta a fine agosto, per decisione del comitato esecutivo del partito.

Il Fn di Marine e Bleu Marine, la coalizione costruita intorno al partito, hanno, tuttavia, mantenuto i due orientamenti tradizionali forse più importanti. La xeno-fobia. Letteralmente: paura dello straniero. E l’opposizione all’Europa dell’euro. Così, i confini mediterranei della Ue oggi sono occupati dalla Ues. Che tende ad allargarsi rapidamente altrove. Nei Paesi della Nuova Europa. A Est: in Polonia, Ungheria. E a Nord. In Belgio, Olanda, Danimarca, Scandinavia. Per non parlare della Gran Bretagna. Dove l’euroscetticismo è radicato da tempo. La Germania, il centro dell’Europa dell’euro, intanto, si è indebolita. Messa a dura prova, da ultimo, dallo scandalo che ha coinvolto e travolto la Volkswagen. Un grande gruppo automobilistico. Ma, soprattutto, un marchio dell’identità (non solo) economica tedesca nel mondo. Intanto, la xeno-fobia si è propagata ovunque. Alimentata dall’esodo dei profughi degli ultimi mesi. Dall’Africa e dal Medio Oriente, attraverso l’Italia, la Grecia, i Balcani.

Così, 26 anni dopo la caduta del muro di Berlino, in Europa sorgono nuovi muri. Non solo simbolici. Marcano il difficile cammino di una costruzione che si è sviluppata senza un disegno. Politico. Culturale. Perché l’Europa “immaginata”, fra gli altri, da Adenauer, De Gasperi, Churchill, Schuman, l’Europa di Jean Monnet e Altiero Spinelli: è rimasta, appunto, “un’immagine”. Un orizzonte. Lontano.

D’altra parte, (come dimostra l’Osservatorio europeo curato da Demos-Oss. di Pavia- Fond. Unipolis, gennaio 2015), l’Europa dell’euro non suscita passione. Tanto meno entusiasmo. La maggioranza dei cittadini - in Italia e negli altri Paesi europei - la accetta, per prudenza. Teme che, al di fuori, potrebbe andare peggio. Così, il progetto europeo non cammina. Perché ha gambe molli e non ha un destino. Mentre il sentimento scettico si fa strada. In Spagna. In Italia. In Francia. In Europa. A Destra (e al Centro), ma anche a Sinistra. E alla Ue si sovrappone la Ues. L’Unione Euro-Scettica. Più che un soggetto e un progetto organizzato: una sindrome. Densa e grigia. Diffusa nell’area mediterranea. Oggi si sta propagando rapidamente altrove. Conviene prenderla sul serio, prima che sia troppo tardi. Prima che contagi anche noi.
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