Alejandro Aravena: «La mia Biennale di frontiera e senza archistar»
Francesco Erbani
Una Biennale di architettura molto promettente, anche perché molto lontane dal mainstream. Non tanto per ciò che si propone di escludere, ma per ciò che vuole includere: l'architettura che serve a chi abita la città, non a chi ha più soldi degli altri. La Repubblica, 1 settembre 2015


Quarantotto anni, camicia beige e pantaloni color castagna, mani in tasca e capelli sapientemente disordinati, il cileno Alejandro Aravena ha anticipato ieri qualcosa della sua Biennale Architettura, la quindicesima della serie. L’ha intitolata Reporting From the Front . Inizierà nel maggio e si chiuderà nel novembre del 2016. Sarà assai diversa dalle Biennali che l’hanno preceduta e sarà per molti aspetti una proiezione non solo delle proprie scelte culturali e di curatore, ma anche della propria attività di progettista. Non ancora un nome di primissimo piano, Aravena è però un capofila dei tanti professionisti sudamericani che si cimentano con un’architettura dal marcato accento sociale, attiva nelle sterminate periferie urbane e sperimentatrice di dispositivi che possono attenuare, anche di poco o poco per volta, terribili disuguaglianze.

Un’architettura di frontiera, dunque, per una rassegna di frontiera. Che corrisponde anche ai precetti indicati da Paolo Baratta, presidente della Biennale: basta con l’architettura magniloquente, che innalza spettacoli tecnologici a uso di una committenza, pubblica o privata, che vuol esibire successo e potere. Basta anche con l’accettazione un po’ passiva di quel che capita nel mondo. «Andiamo oltre lo status quo», rimarca a più riprese Aravena, «vogliamo capire le domande che interessano i cittadini e che superano il “ma a me che me ne frega?” E, insieme, vogliamo capire le condizioni politiche, economiche, persino estetiche che si vorrebbe far credere insormontabili, un dato di realtà, e cercare vie diverse».

La Biennale di Aravena, si può intuire, vorrebbe mostrare una carrellata di buone pratiche che hanno migliorato l’abitare, il muoversi, il vivere in comunità. «Proporre, fare qualcosa e non solo diagnosticare», aggiunge. E il riferimento corre alle esperienze da lui maturate in quindici anni di housing sociale (quello vero, non quello dietro cui si camuffa certa speculazione). 

Nel 2000 Aravena ha fondato Elemental, una società no profit che, con il sostegno dell’Università Cattolica del Cile e di un potente gruppo petrolifero, interviene in baraccopoli e periferie degradate realizzando abitazioni a basso costo, infrastrutture e spazi pubblici. Alla prima iniziativa (2001-2004) ha fatto riferimento ieri: ad Iquique ha progettato un complesso edilizio per un centinaio di famiglie, ma essendo la dotazione pubblica molto scarsa – 10mila dollari per famiglia – ha costruito solo metà di un alloggio, 40 metri quadrati (la struttura portante, la copertura, gli impianti) lasciando che i singoli proprietari completassero l’appartamento, esercitando il loro gusto, la loro creatività. «Abbiamo sfatato un’altra delle condizioni che si ritenevano immodificabili», insiste, «quella per cui una casa sociale non è soggetta a valorizzazione. Ora il valore di quelle case è cresciuto». Quel quartiere è stato intitolato a Violeta Parra, la cantante simbolo della sinistra cilena. 

Aravena non è solo questo. Da tempo le sue quotazioni sono in crescita. Progetta negli Stati Uniti (ha insegnato ad Harvard), a Mosca, a Teheran, in Cina. Colleziona premi e ha partecipato già due volte alla Biennale. Dice delle archistar: «In alcuni casi la soluzione iconica di certa architettura può anche andar bene. In altre no». Ma, aggiunge, «vorremmo imparare da quelle architetture che, nonostante la scarsità di mezzi, esaltano ciò che è disponibile, invece di protestare per ciò che manca; vorremmo capire quali strumenti di progettazione servono per sovvertire le forze che privilegiano l’interesse individuale sul bene collettivo».







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