Tsipras. L’alternativa era tra la morte e la morte
Carlo Di Foggia
Intervista di Carlo Di Foggia a Barbara Spinelli. Un'analisi sofferta e preoccupata delle conseguenze della necessità di Alexis Tsipras  di scegliere tra la due soluzioni entrambe inaccettabili. Il Fatto Quotidiano, 21 agosto 2015

La riflessione più amara, Barbara Spinelli la riserva al mantra più forte degli europeisti: «Pensare che la soluzione al disastro antidemocratico che è stata la vicenda greca, sia una integrazione più forte dell’Unione così com’è, con i presenti Trattati, non significa rendere l’Europa più forte. Significa il contrario».

Tsipras ha annunciato le dimissioni e chiesto le elezioni anticipate per il prossimo 20 settembre.
«Era prevedibile che Syriza si sfaldasse dopo l’umiliazione che il governo ha dovuto subire. Resta il profondo atto democratico: dimettersi e dare voce agli elettori».

Non è solo una mossa furba per evitare che l’ala sinistra di Syriza abbia il tempo di organizzarsi?
«La sinistra ha un forte peso nell’elettorato e il referendum del 5 luglio lo ha dimostrato. Quel voto rafforzerà i dissidenti ma non darà loro una maggioranza. L’elezione è rischiosa: può costringere il premier ad allearsi con socialisti e liberali. Ma anche questi ultimi sono stati indeboliti dal referendum, avendo lottato per il Sì. Più che furba, la mossa nasce da uno scacco e propone l’uscita democratica da un golpe post moderno. Ad Alexis Tsipras è stata lasciata la scelta tra la morte e la morte, tra Grexit e sottomissione».

Chi sono i responsabili dello “scacco”?«I dirigenti dell’Unione. Ormai tutti lo sanno: senza un’Unione politica solidale, l’euro divide l’Europa, la riporta a rapporti di forza tra nazioni potenti e non. Il contrario di quello che si pensò nel dopoguerra».

La soluzione, illustrata da molti commentatori, è l’omeopatica “ci vuole più Europa ”…
«Lo spirito europeista non sta né con i sovranisti che propongono il Grexit – e non tutti gli elettori del No la vogliono – né con i dirigenti che vogliono rafforzare l’Europa presente, dominata dalla Germania, fondata su un’austerità rigettata da gran parte dei cittadini europei. Rafforzare tutto questo significa avere un equilibrio tra potenze nazionali, non un’Europa più federale».

La parabola di Tsipras ha mostrato che il sistema non si cambia dall’interno?
«Le prime battute sono state disastrose. Ma la battaglia è appena cominciata. Tsipras vuol tuttora portare la Ue verso forme più solidali e regole diverse. Proprio in questi giorni ha chiesto che il Parlamento europeo partecipi al “quartetto dei creditori”. Persa la battaglia, la guerra continua, anche se il prezzo è già stato altissimo».

Quale?
«Il premier ha perso gran parte delle truppe. È però convinto che un Paese come la Grecia, nella globalizzazione, non ce la faccia da solo. Rifiuta per ora la soluzione sovranista e scommette sul fatto che anche Berlino riconosca che da sola non ce la farebbe.

Oltre alle truppe non ha perso anche l’anima politica originaria del progetto Syriza?

«Non sono sicura che tutta la sinistra di Syriza sia sovranista. Molto dipenderà anche da quello che succederà in Spagna e Irlanda. Podemos ha fatto alleanze municipali con i socialisti. Pur chiedendo un cambiamento radicale dell’Ue, governerà con i socialisti, senza uscire dall’euro. Ma spero che dissidenti come Varoufakis siano ascoltati».

Che succede se vince la destra?
«Le forze alternative europee si indebolirebbero, ma non credo che vincerà».

Se vincesse la Piattaforma di sinistra, la definirebbe una sconfitta?
«Se vincesse avrebbe due scelte: o il Grexit, ed è talmente costoso che ci dovrà pensare otto volte. O negoziare come Varoufakis, e si troverà davanti alla scelta di Tsipras: o la morte o la morte. I tedeschi non cambiano idea.

Concordare un’uscita ordinata, con aiuti europei, anche per ristrutturare il debito, come aveva proposto Schäuble, è la morte?
«Non so quali aiuti verrebbero dall’Ue: nelle condizioni economiche attuali il Grexit sarebbe un quarto memorandum. Un disastro, nel breve periodo».

Nel medio?
«Nel medio termine saremo tutti morti, diceva Keynes».
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