Il ping pong economico
Felice Roberto Pizzuti
«In Cina emergono i limiti di un modello che, pur molto diverso da quello dominante nei paesi capitalistici occidentali nell’ultimo trentennio, ha in comune il contenimento dei salari e la carenza dei consumi interni (pur se a livelli molto più bassi». Il manifesto, 25 agosto 2015)
I crolli di Borsa tra­smessi dalla Cina a tutto il mondo, pur matu­rati nell’ambito della dece­le­ra­zione annun­ciata di quel sistema eco­no­mico, segna­lano anche che la crisi delle eco­no­mie occi­den­tali ini­ziata nel 2007–2008 sta esten­dendo i suoi effetti, rice­ven­done a sua volta inte­ra­zioni nega­tive. Quando nel 2008 si mani­fe­stò quella che fu defi­nita “crisi glo­bale”, veniva pre­ci­sato che si faceva rife­ri­mento ai “soli” paesi svi­lup­pati dell’Occidente capi­ta­li­stico, in par­ti­co­lare agli Usa e all’Europa; il Giap­pone era in sta­gna­zione già da tempo.

Nelle eco­no­mie emer­genti non si avver­ti­rono pro­blemi, anzi, gli indi­ca­tori eco­no­mici con­ti­nua­rono a essere posi­tivi. Però, suc­ces­si­va­mente — men­tre nell’Eurozona l’ottusità della “auste­rità espan­siva” aggra­vava i danni — la cre­scita si è ridotta o annul­lata anche in quasi tutti i paesi Brics. Rima­neva la Cina, che con i suoi ele­vati volumi di cre­scita del Pil e del com­mer­cio con in paesi occi­den­tali atte­nuava i pro­blemi di quest’ultimi.

Ma adesso anche in Cina è sem­pre più evi­dente la fre­nata dello svi­luppo tra­vol­gente degli ultimi anni (dal 14% di cre­scita del Pil nel 2007, le pre­vi­sioni per il 2015 sono anche infe­riori al 5%; le espor­ta­zioni cinesi nel 2014 hanno regi­strato un calo fino al 26% rispetto al 2008 e sono dimi­nuite del 7,3% nei primi sette mesi del 2015).

In Cina emer­gono i limiti di un modello che, pur molto diverso da quello domi­nante nei paesi capi­ta­li­stici occi­den­tali nell’ultimo tren­ten­nio, ha in comune il con­te­ni­mento dei salari e la carenza dei con­sumi interni (pur se a livelli molto più bassi).

C’è stata una accu­mu­la­zione for­zosa volta a recu­pe­rare la sua arre­tra­tezza (capi­ta­li­stica), ali­men­tata con una distri­bu­zione favo­re­vole ai pro­fitti (pub­blici e pri­vati) cana­liz­zati in nuova capa­cità e inno­va­zione pro­dut­tiva, spin­gendo gli stessi red­diti da lavoro a finan­ziare in Borsa le imprese e lo stato (il cui debito è pari al 280% del Pil).

L’elevato aumento della capa­cità pro­dut­tiva e i bassi con­sumi interni hanno deter­mi­nato anche un ele­vato sur­plus nel com­mer­cio estero e il rein­ve­sti­mento dei pro­venti valu­tari in titoli stra­nieri, soprat­tutto Usa. Il modello di svi­luppo cinese ha dun­que con­tri­buito al feno­meno mon­diale della forte cre­scita di debiti e cre­diti che ha con­tri­buito alla crisi glo­bale, ma in modo diverso (e for­te­mente con­trol­lato dallo stato) dalla finan­zia­riz­za­zione delle eco­no­mie occi­den­tali. In que­ste ultime gli squi­li­bri nel set­tore reale erano attu­titi dal cre­scente inter­scam­bio con la Cina. Tut­ta­via, le per­si­stenti cause della crisi dei paesi capi­ta­li­sti­ca­mente svi­lup­pati hanno finito per tra­smet­tere i loro effetti nega­tivi anche al sistema cinese.

La dece­le­ra­zione dell’economia cinese ha cause pro­prie, ma un con­tri­buto è ascri­vi­bile alla per­se­ve­rante crisi delle eco­no­mie occi­den­tali che ha finito per assu­mere una dimen­sione effet­ti­va­mente glo­bale. Que­sta evo­lu­zione nega­tiva è stata accen­tuata dalle poli­ti­che pre­va­lenti nell’Euro zona, da mesi con­cen­trate sui vin­coli da imporre alla Gre­cia (ma con intenti dimo­stra­tivi per gli altri paesi peri­fe­rici e la stessa Fran­cia) per assi­sterla con un inter­vento da 86 miliardi di euro (in buona parte da uti­liz­zare per la resti­tu­zione di debiti alla stessa Troika) che, tut­ta­via, rap­pre­senta circa un decimo di quanto le Borse euro­pee hanno perso nella sola set­ti­mana scorsa e ieri per effetto della “sin­drome cinese”.

Una simi­li­tu­dine signi­fi­ca­tiva sulla quale dovreb­bero riflet­tere sia i fau­tori del modello tede­sco sia chi auspica la rot­tura dell’euro è che nell’Unione euro­pea e in Cina si stanno evi­den­ziando i pur pre­ve­di­bili pro­blemi gene­rati dalla ina­de­gua­tezza — pur se a livelli diversi — dei salari e dei con­sumi, e dalla dif­fi­coltà di com­pen­sarne l’effetto nega­tivo sulla domanda con le espor­ta­zioni. Di fronte alla peri­co­losa ten­denza delle sva­lu­ta­zioni com­pe­ti­tive tra grandi aree — Usa, Cina, Giap­pone, Unione euro­pea – i paesi mem­bri di quest’ultima rischiano di par­te­ci­parvi, per di più, in ordine sparso, se tor­ne­ranno dall’euro alle valute nazionali.

La con­cen­tra­zione degli intenti espan­sivi sulla poli­tica mone­ta­ria sta ali­men­tando una ingente offerta di liqui­dità che, per­ma­nendo gli osta­coli di natura reale alla ripresa e alla sua riqua­li­fi­ca­zione, rifor­ni­sce la spe­cu­la­zione finan­zia­ria e crea nuove “bolle”, anche in Cina, dove ini­ziano ad esplo­dere. Nel dibat­tito teo­rico si è tor­nati a valu­tare l’ipotesi che sia in atto una “sta­gna­zione seco­lare” (come nella grande crisi degli anni ’30 del secolo scorso, con moti­va­zioni arric­chite dalle spe­ci­fi­cità della crisi attuale), ma lo si fa – per lo più — nei con­gressi acca­de­mici e in una “ras­si­cu­rante” ottica di lungo periodo che sem­bra defi­nire un piano paral­lelo di discus­sione scon­nesso dalle vicende e dalla poli­ti­che eco­no­mi­che correnti.

Come da tempo suc­cede i poli­tici cre­dono di avere altro cui pen­sare, ma — avver­tiva Key­nes — «sono di solito schiavi di qual­che eco­no­mi­sta defunto».

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