Il capolarato come incentivo
Michele Prospero
«Sono aiuti di Stato diretti o indi­retti quelli che tol­le­rano il capo­ra­lato, l’economia cri­mi­nale o in nero, i danni ambien­tali, l’evasione fiscale e con­tri­bu­tiva. Accon­ten­tate su tutto, anche sulla licenza di licen­ziare le imprese vivono in una con­di­zione para­di­siaca». Il manifesto, 25 agosto 2015

Alle parole del pre­si­dente del Con­si­glio, per una volta, comin­ciano a seguire i fatti. In molte occa­sioni, egli aveva lamen­tato un ecces­sivo carico di con­trolli fiscali, di vin­coli ammi­ni­stra­tivi che si abbat­te­vano su sei milioni di imprese, impe­dendo loro di pro­durre ric­chezza. Come Tre­monti, anche Renzi, nei suoi discorsi pub­blici, ha evo­cato lo spet­tro di uno Stato di poli­zia che opprime le aziende e per que­sto ha pro­cla­mato una grande guerra con­tro la buro­cra­zia inva­siva. E almeno que­ste solenni sfide con­tro i vigili, le fiamme gialle che indi­screti bus­sano alle porte delle offi­cine non sono rima­sti let­tera morta. I dati for­niti dai con­su­lenti del lavoro sono molto signi­fi­ca­tivi. Nel 2014, i con­trolli sono stati 221 mila 476 (e nel 35,9% delle aziende rag­giunte, sono emerse irre­go­la­rità). Nel 2015, le visite degli ispet­tori sono scese a 106 mila 849 (con il 29,3% delle imprese pescate in situa­zioni irregolari).

I con­trolli in un anno sono dimez­zati, seb­bene l’entità dell’economia som­mersa (due milioni di lavo­ra­tori in nero) e l’ampiezza delle per­dite fiscali per lo Stato (ben 25 miliardi l’anno sfu­mano per l’evasione di con­tri­buti pre­vi­den­ziali e di impo­ste), siano ingenti. Il governo fa di tutto per man­te­nere alta la sod­di­sfa­zione delle imprese, entu­sia­ste per il suo ope­rato che sfor­bi­cia diritti e taglia beni pub­blici per dirot­tare risorse alle casse azien­dali. Oltre ai miliardi di decon­tri­bu­zioni, di sgravi fiscali, di tagli Irap, le imprese cor­sare pos­sono con­tare anche sulla bene­vola chiu­sura di un occhio da parte dello Stato sulle loro pra­ti­che ille­cite.

Sono aiuti di Stato diretti o indi­retti quelli che tol­le­rano il capo­ra­lato, l’economia cri­mi­nale o in nero, i danni ambien­tali, l’evasione fiscale e con­tri­bu­tiva. Accon­ten­tate su tutto, anche sulla licenza di licen­ziare, pre­vio modico inden­nizzo mone­ta­rio, le imprese vivono in una con­di­zione para­di­siaca, con il pre­mier che per giunta si dichiara «gasa­tis­simo» da Mar­chionne. Si spa­lanca un con­ti­nuum politica-impresa che fa impal­li­dire la meta­fora del «mec­ca­ni­smo unico» agi­tata dai mar­xi­sti in anni ormai lontani.

Eppure, nono­stante il legame di ferro tra il governo e l’impresa, e l’indebolimento per­se­guito con acca­ni­mento del lavoro e del sin­da­cato, la ripresa non c’è e i cupi segnali di declino non spa­ri­scono dall’orizzonte. Gli inve­sti­tori scel­gono altri mer­cati rispetto a quello ita­liano, dove anche i pro­dotti finan­ziari e assi­cu­ra­tivi navi­gano fuori con­trollo e certi gio­chi d’azzardo si man­ten­gono lon­tani da ogni effi­cace atti­vità san­zio­na­to­ria.

Il grande impe­di­mento, al supe­ra­mento della crisi, risiede in ciò che la poli­tica è diven­tata in que­sti anni di deca­denza e in quello che il capi­ta­li­smo è sem­pre stato in Ita­lia. Una poli­tica senza auto­no­mia, e un’impresa senza capa­cità com­pe­ti­tive, stroz­zano la vita eco­no­mica. Un governo che si fa largo con il pro­gramma della Con­fin­du­stria (al punto che Squinzi cer­ti­fica: «Que­sto governo è una for­mula uno»), non fa bene all’economia. Per­ché non è ingros­sando il som­merso, gon­fiando il nero e abro­gando i diritti sim­bo­lici del lavoro che si guida la ripresa.

Con le nuove misure taglia tasse, annun­ciate per set­tem­bre, il governo ordi­nerà un ulte­riore dima­gri­mento del pub­blico, cioè un ridi­men­sio­na­mento della spesa per la sanità, i ser­vizi, i tra­sporti, la scuola, la ricerca senza in alcun modo creare nuova occu­pa­zione, senza sti­mo­lare inve­sti­menti pro­dut­tivi. Il lau­ri­smo 2.0 lascerà solo mace­rie.



Que­sto è, a tutti gli effetti, un governo della sta­gna­zione che, per vin­cere le ele­zioni, disperde le risorse scarse dispo­ni­bili. Per accon­ten­tare le imprese che incas­sano soldi in con­tanti, l’esecutivo rinun­cia a dise­gnare poli­ti­che pub­bli­che per lo svi­luppo soste­ni­bile, accan­tona ogni pro­getto per poli­ti­che indu­striali basate sull’innovazione. Men­tre con il Jobs Act invoca con­trolli a distanza sulla vita pri­vata dei lavo­ra­tori, il governo allon­tana la vigi­lanza sulle pra­ti­che tri­bu­ta­rie e con­tri­bu­tive delle imprese, che indi­stur­bate pro­se­guono nelle loro opa­che pra­ti­che cri­mi­no­gene. Un governo di classe.
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