Le tasse e la sinistra
Nadia Urbinati
Analizzare la riduzione della tasse promessa da Renzi nel quadro della rivoluzione neoliberale ne illustra il carattere intrinsecamente reazionario: un devoto omaggio all'ideologia individualista oggi dominante. La Repubblica, 23 luglio 2014


SI DICEVA anni fa, “non lasciamo la patria alla destra”. La competizione tra destra e sinistra riguardava allora la visione di comunità politica. In quel caso, la sinistra democratica sviluppò, grazie anche alla lungimiranza di intellettuali visionari come Jürgen Habarmas, l’idea di “patriottismo costituzionale”. La patria non era una comunità identitaria che escludeva e discriminava, ma una comunità politica di condivisione di diritti eguali e di dignità. Si trattò di una grande competizione, che liberò la sinistra dalle maglie strette della classe e la legittimò a governare la società liberale. Oggi lo stesso discorso sembra doversi fare sulla questione delle tasse. Si dice, “non lasciamo la battaglia per meno tasse alla destra”. Ovviamente la destra della lotta alle tasse non è quella comunitaria che voleva monopolizzare la patria. È invece quella che mette al centro l’individuo in funzione anti-sociale. Competere con una destra iper-liberale non è lo stesso che competere con una destra comunitaria e nazionalista.

Dalla fine degli anni ’70 la rinascita neoliberale o liberista è avvenuta sul terreno della contestazione della spesa sociale e quindi nel nome di “meno stato più mercato” — la premessa per giustificare il taglio delle tasse. La filosofia di Margaret Thatcher fu in questo rivoluzionaria e occupò il Palazzo d’Inverno per mettere in pratica il suo programma organico di smantellamento del welfare state: deregolamentando e privatizzando. La ridefinizione del pubblico fu tutt’uno con la politica di taglio delle tasse. Alla base di quella riscossa vi era una ridefinizione generale degli obblighi che gli individui riconoscono gli uni agli altri; vi era una filosofia dell’individuo che considerava gli altri o come ostacoli o come agenti competitivi e la società come un’astrazione, se identificata con qualcosa di più di un’aggregazione di egoisti competitori votati al massimo profitto con il minimo sforzo. Dicendo che non esiste la società ma esistono solo gli individui, la Iron Lady intendeva dire che nessuno ha obblighi verso gli altri mentre tutti hanno solo diritti e, in relazioni a questi, obblighi legali. Al centro vi era il diritto al perseguimento della felicità individuale e quindi alla conquista dei mezzi materiali per la realizzazione dei propri piani di vita.

Il liberalismo economico aveva una radicale connotazione individualistica, e questo lo rendeva forte nell’affermazione dei diritti civili, nella convinzione che questi avrebbero sgretolato la cultura autoritaria e paternalista ed espanso l’orizzonte di possibilità per il singolo. Non tutto quel che il liberalismo economico proponeva era dunque negativo. Nella mezza verità liberista c’era un granello di verità, quello del valore propulsivo dei diritti individuali. Fu del resto questa sua interna complessità a rendere il discorso liberista egemonico, capace di conquistare consensi anche a sinistra. La quale, nell’era liberista, ha dovuto rivedere parte del suo armamentario ideologico per riuscire a contestare la destra sul terreno della redistribuzione e della giustizia sociale, accogliendo invece il messaggio liberatorio e liberante dei diritti, soprattutto nella sfera della morale soggettiva e dei comportamenti individuali. Si trattava quindi non di rifiutare l’individualismo, ma di interpretarlo in modo da separare la questione morale e giuridica dei diritti da quella sociale delle opportunità o di giustizia redistributiva.

Non lasciare la questione della diminuzione della pressione fiscale alla destra deve essere inscritto in questa prospettiva — senza sposare l’individualismo egoistico ma interpretando l’individualismo in chiave democratica, come ricettivo rispetto agli altri, cooperatore e disposto a condividere costi e benefici in cambio di solidarietà sociale e contenimento del conflitto. A questa visione emancipatrice dell’individualismo corrisponde una visione di eguaglianza che è proporzionale, e quindi progressiva: a questa visione la politica fiscale dovrebbe essere connessa, come del resto propone la nostra Costituzione. Una visione che respinge la logica liberista della flat tax la quale tratta tutti indistintamente come identici, e che è attenta alle condizioni delle singole persone, per cui chi più ha più con-tribuisce, non tanto o soltanto perché questo è quanto l’etica della solidarietà chiede, ma anche perché chi più ha da perdere chiede anche più in termini di protezione dei diritti alla società e allo Stato. Progressività e proporzionalità sono le coordinate di una politica redistributiva che riesce a tagliare le tasse proprio perché vuole fare giustizia della pressione sproporzionata e ingiusta. Non tutte le prime case sono eguali nel valore e negli oneri che impongono alla società — trattarle come identiche è una semplificazione molto ingiusta.
La politica fiscale è quindi una straordinaria opportunità per marcare il territorio ideologico tra destra e sinistra, tra un individualismo radicale che racconta la favola del trickle down (detassiamo chi più ha affinché investa e porti giovamento a chi meno ha) e un individualismo che ha invece un profondo rispetto per la specificità delle persone, di quel che hanno e producono, che sa essere proporzionale nel valutare obblighi e oneri, che insomma pensa alla società come a un coordinamento di diversi, una grande impresa cooperativa nella quale gli individui non sono identici benché eguali nei diritti.
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