«Il turismo low cost è un vero affare. La città si attrezzi»
Paolo Madeddu
Un operatore economico delinea chiari scenari – del resto abbastanza evidenti e prevedibili - di mutamento sociale del turismo, con una figura di city user di massa a cui non corrispondono spazi e servizi. Corriere della Sera Milano, 8 luglio 2015, postilla (f.b.)

Magari un turista non spende quanto un uomo d’affari, se non altro perché non viaggia in nota spese. Ma il fatto che cerchi soluzioni più economiche non significa che egli sia un fantasma: «La verità è che Milano sta cambiando, da città (soprattutto) del business a meta turistica di massa. Era un fenomeno già iniziato, ma Expo ha contribuito a farlo esplodere e non finirà con Expo: gli operatori, dai ristoranti agli alberghi e dai negozi ai servizi, dovranno imparare a tenerne conto. È questa per loro la nuova sfida da raccogliere». Claudio Artusi, coordinatore di ExpoinCittà e dei circa 40 mila eventi che ne riempiono il palinsesto, ripete all’infinito di non voler polemizzare con le associazioni di ristoratori e alberghi secondo cui l’Expo avrebbe portato a Milano in termini di ricavi meno manna di quella annunciata.

«Però anche noi — dice — abbiamo i nostri numeri oltre che i nostri osservatori. E descrivono una città tutt’altro che vuota o spenta. Anzi». Artusi cita diversi segni che a suo avviso fanno prova e l’ultimo è di ieri: l’ingresso di Easyjet, il colosso dei voli low cost che solo negli ultimi anni ha portato a Milano 40 milioni di persone, tra i partner ufficiali di ExpoinCittà. «E il fatto che abbia deciso di entrarci a oltre due mesi dall’apertura di Expo — dice Artusi — significa che quella di Easyjet non è una scommessa al buio ma il frutto di una osservazione meditata». «È la naturale conseguenza — spiega il direttore generale della compagnia, Frances Ouseley — dell’importanza che Milano ha per noi e del fatto che Malpensa è la nostra più grande base dell’Europa continentale».

E aggiunge: «Nel periodo di ExpoinCittà il nostro investimento su Milano
crescerà in misura superiore alla media dell’industria, con l’obiettivo di trasportare oltre 4 milioni di persone». In particolare, tra maggio e la fine dell’esposizione universale, Easyjet ha aumentato il proprio investimento del 5 per cento mettendo sul piatto 4 milioni e mezzo di posti per volare a Milano da oltre 50 aeroporti. «Inoltre — prosegue il manager — promuoveremo gli eventi ExpoinCittà tra gli oltre 25 milioni di passeggeri che voleranno con noi da oggi a ottobre». Quanto alla diminuzione dei ricavi denunciata da alcune categorie, Artusi non si mette a negarla ma la considera un indicatore parziale: «Basta andare alla Darsena o al Mercato Metropolitano dietro Porta Genova non solo per avere la percezione di un successo ma anche per intuire le nuove strutture di accoglienza richieste da un turismo di massa o toccare con mano la sharing economy, un nuovo modo di condividere alcuni servizi a cominciare dalle case in affitto. Come tutti i cambiamenti anche questo può comportare entusiasmo da una parte e timori dall’altra. Ma è una grande opportunità e bisogna coglierla».

postilla

In una città dove tutto ancora (dal dibattito aperto sul nuovo stadio, alle grandi trasformazioni pregresse dei quartieri, alla polarizzazione di Expo) pare svilupparsi sostanzialmente nel segno degli spazi specializzati e delle «eccellenze», pare in effetti essere calato il sipario su ciò che in evidenza non striscia affatto ma avanza impetuoso, ovvero la domanda di mixed-use: quello vero, non quello via via teorizzato da chi mescola quel che gli pare per motivi del tutto propri di valorizzazione. Non ci dovrebbe essere alcuna sorpresa, se ogni tanto i piccoli invisibili soggetti, concentrandosi in un solo luogo in un solo momento (è accaduto e accade nella recuperata Darsena) fanno rischiare il tracollo al metabolismo metropolitano. Accade, solo, che all’azione pervasiva di questa frammentata domanda non corrisponde l’adeguamento della risposta: tanti piccoli soggetti esprimono bisogni di servizi, trasporti, accoglienza minima o integrata, e invece la città, con la parziale eccezione di alcuni aspetti della mobilità, continua a rispondere vuoi con mega-concentrazioni e specializzazioni, vuoi delegando al virtuoso fai-da-te privato. Che, come insegnano ad esempio certe città universitarie nazionali, sui tempi non troppo lunghi porta a rischiare un collasso di sistema. E viene sempre più il sospetto che gli entusiasti promotori dello scoperchiamento dei Navigli, che sognano abbastanza esplicitamente una specie di Venezia in centro a Milano, non abbiano mai letto una riga sullo spopolamento della città lagunare, sui guai del turismo mordi e fuggi, sul degrado urbano e i disagi. Prevenire è meglio che curare, se ci si accorge in tempo di un piccolo malessere invece di inseguire massimi sistemi (f.b.)
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