La guerra all’Europa della trinità neoliberista
Paolo Ercolani
Il dilemma dell'Europa:  igno­rare la sto­ria e sot­to­met­tersi ai dik­tat del "fondamentalismo del mercato" che ovun­que appli­cati hanno con­dotto al disa­stro e alla povertà dif­fusa, oppure opporsi fer­ma­mente e costruire una solu­zione alternativa. Il manifesto, 18 giugno 2015

Altro che la sto­ria «luce della verità» o «vita della memo­ria» di cui par­lava Cice­rone nel De ora­tore. Rara­mente si rivela «mae­stra di vita», per­ché il mondo umano non ha alcuna inten­zione di farsi suo disce­polo o anche solo di pre­stare atten­zione alle forti testi­mo­nianze che pur essa ci dispensa.

È que­sto il caso della teo­lo­gia eco­no­mica, ossia dell’idea (o meglio: ideo­lo­gia), secondo cui si cerca di imporre i dogmi della finanza a guisa di leggi natu­rali e indi­scu­ti­bili, per­fet­ta­mente in grado di garan­tire la sal­vezza e financo il pro­gresso di quei paesi che si sot­to­met­tono al «fon­da­men­ta­li­smo del mer­cato».

E dire che non ci si sarebbe dovuti spin­gere tanto lon­tano con la memo­ria (Marx, Key­nes), per­ché un per­fetto e lapa­lis­siano esem­pio della fal­la­cia dei dik­tat impo­sti dal fon­da­men­ta­li­smo del mer­cato lo avremmo potuto riscon­trare anche ai giorni nostri.

Per la pre­ci­sione pochi anni prima che la grande crisi eco­no­mica col­pisse anche il mondo occi­den­tale, par­tendo dagli Stati Uniti per defla­grare poi in Europa tra il 2008 e il 2009.

I dogmi del mercato

Né era stato un testi­mone qua­lun­que a docu­men­tare con indi­scu­ti­bile luci­dità i fal­li­menti pro­dotti dai dogmi mer­ca­ti­sti, bensì quel Joseph Sti­glitz che par­lava con cogni­zione di causa (oltre che valente eco­no­mi­sta era stato vice­pre­si­dente della Banca mon­diale ai tempi della pre­si­denza di Clin­ton) e che per que­sto fu insi­gnito del pre­mio Nobel per l’economia nel 2001.

In un libro fon­da­men­tale per com­pren­dere il nostro tempo (Glo­ba­li­za­tion and Its Discon­tents, tra­dotto per Einaudi col titolo La glo­ba­liz­za­zione e i suoi oppo­si­tori), infatti, Sti­glitz spie­gava con pre­ci­sione cer­to­sina e ana­lisi incon­tro­ver­ti­bile il fal­li­mento a cui erano andati incon­tro i paesi (per esem­pio l’Argentina) che negli anni Novanta del secolo scorso si erano sot­to­messi ai dik­tat della troika mon­diale (Fmi, Banca mon­diale, Wto). Men­tre per esem­pio la Cina, fra quelli che respin­sero con sde­gno le sud­dette impo­si­zioni (anche per­ché poteva per­met­ter­selo in virtù della sua potenza mili­tare), costruì pro­prio in que­gli anni le pre­messe per la sua esplo­sione come potenza eco­no­mica mondiale.

Circa un decen­nio più avanti, dopo che gli impre­ve­di­bili svi­luppi del capi­ta­li­smo finan­zia­rio hanno visto cre­scere pro­prio quei paesi che a suo tempo si oppo­sero ai dogmi del neo­li­be­ri­smo (la stessa Cina, ma anche India, Bra­sile), tocca sta­volta all’Europa non sol­tanto fare i conti con una gra­vis­sima e pro­lun­gata fase di sta­gna­zione e crisi, ma anche con que­gli stessi iden­tici dik­tat con i quali la teo­lo­gia eco­no­mica vor­rebbe indi­car­gli la via della salvezza.

Per il tra­mite di una nuova e spe­ci­fica troika (Com­mis­sione euro­pea, Bce, Fmi), quell’entità fumosa e incom­piuta che risponde al nome di Europa si trova di fronte al deja vu più dram­ma­tico della sua sto­ria recente: igno­rare la sto­ria e sot­to­met­tersi a dei dik­tat che ovun­que appli­cati hanno con­dotto al disa­stro e alla povertà dif­fusa, oppure opporsi fer­ma­mente e costruire una solu­zione alternativa.

In un libro uscito recen­te­mente (Against the Troika. Cri­sis and Auste­rity in the Euro­zone, proe­mio di Oskar Lafon­taine, pre­fa­zione di P. Mason, post­fa­zione di A. Gar­zón Espi­nosa, Verso), Hei­ner Flas­sbeck e Costas Lapa­vi­tsas affer­mano aper­ta­mente la «forte e rimar­che­vole cor­re­la­zione fra gli aggiu­sta­menti richie­sti dalla troika e il declino eco­no­mico dei paesi peri­fe­rici dell’Euro» (Gre­cia su tutti), non man­cando di men­zio­nare i casi della Fran­cia e dell’Italia, che peri­fe­rici non sono ma stanno subendo un for­tis­simo ridi­men­sio­na­mento delle rispet­tive eco­no­mie e, soprat­tutto, della qua­lità della vita dei cit­ta­dini che vi abitano.

Disu­gua­glianze crescono

I due stu­diosi met­tono in evi­denza senza mezzi ter­mini il bivio di fronte al quale si tro­vano le demo­cra­zie euro­pee, che secondo loro sem­bra desti­nato ad assu­mere più che altro le fat­tezze di un falso bivio e, piut­to­sto, di un cir­colo vizioso: da una parte, infatti, cedere ai dik­tat della troika signi­fica aumen­tare ulte­rior­mente le disu­gua­glianze e impo­ve­rire la classe media, ponendo le basi per un aumento smi­su­rato di quel mal­con­tento e con­flitto sociale che i popu­li­smi, i nazio­na­li­smi e le destre estreme sono pronti a caval­care con esiti ancora più nefasti.

Dall’altra, a fronte di governi sedi­centi di sini­stra, ma più in gene­rale di forze anta­go­ni­ste al capi­ta­li­smo che però si rive­lano inca­paci di ela­bo­rare e met­tere in atto stra­te­gie alter­na­tive, si lascia ine­vi­ta­bil­mente campo aperto ed esclu­sivo a solu­zioni desti­nate a distrug­gere defi­ni­ti­va­mente quel poco che resta dell’ (incom­piuta) unità euro­pea. Creando di fatto le con­di­zioni per­ché a com­bat­tersi (ma poi per dav­vero?) riman­gano sol­tanto le destre popu­li­ste (il cui pro­gramma è sem­plice: uscire dall’euro) e il fon­da­men­ta­li­smo del mercato.

Con esiti dele­teri in entrambi i casi: «Le diver­genze accu­mu­late in que­sti primi anni di Unione euro­pea e la natura ter­ri­bile dei pro­grammi di aggiu­sta­mento (in senso neo­li­be­ri­sta, n.d.r.) pon­gono la que­stione quanto mai cen­trale della soprav­vi­venza stessa dell’Unione. La pro­spet­tiva di un’eventuale disin­te­gra­zione e col­lasso dell’Unione euro­pea non può essere igno­rata più a lungo», si legge nel libro. Da que­sto punto di vista emerge con chia­rezza, stando ai due autori di Against the Troika, che spetta alla varie­gata e spesso fram­men­ta­ria galas­sia delle sini­stre anti­li­be­ri­ste rico­struire un con­senso popo­lare.

Con­senso popo­lare su cui impo­stare una dichia­ra­zione di default rispetto al debito, sospen­dendo il paga­mento degli inte­ressi matu­rati e rine­go­ziando le forme di appar­te­nenza all’Unione europea.

Solo una sini­stra rin­no­vata e corag­giosa, insomma, pos­si­bil­mente for­nita di un pro­gramma fon­dato e cre­di­bile, può gio­carsi seria­mente la par­tita con la teo­lo­gia libe­ri­sta, riu­scendo a tenere in pieni il grande pro­getto dell’Europa (sal­va­guar­dando la sua spe­ci­fi­cità a livello mon­diale: lo stato sociale) ma nella con­sa­pe­vo­lezza che la pro­spet­tiva dell’uscita non è qual­cosa né di proi­bito né di inimmaginabile.
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