La convivenza con la «cosa sporca»
Alberto Burgio
«Con la morte della discus­sione poli­tica è morta per asfis­sia anche la mente col­let­tiva, come sog­getto cri­tico».  L'accettazione dello slogan della politica come cosa sporca e l'indifferenza nei coinfronti del genocidio dei profughi dalla misera e dalla guerra sono due facce della stessa medaglia. Il manifesto, 14 giugno 2015
Qual­che giorno fa sul Cor­riere della sera è apparso un arti­colo che si inter­ro­gava sulle radici della cor­ru­zione dila­gante in Ita­lia. Gio­vanni Belar­delli invi­tava a con­si­de­rare le fina­lità per­se­guite da uomini poli­tici «spinti in via esclu­siva da mise­ra­bili aspi­ra­zioni di arric­chi­mento per­so­nale» e pun­tava il dito sulla sca­dente qua­lità di una classe diri­gente «priva di ogni aspi­ra­zione od obiet­tivo di natura poli­tica, come non era invece nella Prima Repub­blica». L’ascesa di una razza padrona del tutto indif­fe­rente alle sorti della cosa pub­blica era indi­cata tra le cause prin­ci­pali del ver­mi­naio sco­per­chiato ogni giorno dalle cro­na­che politico-giudiziarie.

In que­sto argo­mento c’è indub­bia­mente del vero, ma è pro­ba­bile che esso vada svi­lup­pato sino a coin­vol­gere gli stessi corpi sociali. Forse il tra­monto della poli­tica aiuta a com­pren­dere un feno­meno tra i più allar­manti: che il paese con­vive paci­fi­ca­mente con quella cloaca a cielo aperto che in molti ter­ri­tori (a comin­ciare dalla capi­tale) e in tanti gan­gli dello Stato cen­trale ha di fatto sosti­tuito le isti­tu­zioni della poli­tica e dell’amministrazione pub­blica. Certo non tutti appa­iono cini­ca­mente indif­fe­renti. Ma anche la rea­zione anti­po­li­tica con­verge nella pas­si­vità, tra­dendo un radi­cale disin­canto. La poli­tica appare ai più una «cosa sporca» con la quale il paese è costretto a con­vi­vere. Se pen­siamo al trauma che fu, venti e rotti anni fa, la sco­perta di Tan­gen­to­poli, non c’è para­gone. Non solo la piaga della cor­ru­zione è oggi ben più vasta e infetta. Non c’è nep­pure l’ombra dell’indignazione che allora scosse l’opinione pubblica.

Il fatto è che se non c’è più la poli­tica – il con­fronto tra cul­ture, modelli di società, pro­getti, con­ce­zioni diverse dei valori e dei fini della con­vi­venza civile – suben­tra il natu­ra­li­smo. Ci si iden­ti­fica imme­dia­ta­mente con l’esistente senza nem­meno imma­gi­nare la pos­si­bi­lità di un’alternativa. Magari si mugu­gna e si pro­te­sta, cia­scuno nel suo pic­colo. Ma intanto, forse incon­sa­pe­vol­mente, ci si ras­se­gna, per­ché così va il mondo. Il tra­monto della poli­tica è la morte della cri­tica, o nel silen­zio del risen­ti­mento o nelle grida della depre­ca­zione fine a se stessa.

Tutto ciò aiuta a spie­gare anche un’altra vicenda scon­vol­gente all’ordine del giorno: la rispo­sta ver­go­gnosa, inau­dita delle lea­der­ship euro­pee (a comin­ciare dai prin­ci­pali paesi dell’Unione) alla dram­ma­tica emer­genza uma­ni­ta­ria costi­tuita dall’arrivo in massa dei pro­fu­ghi dall’Africa. Che i Came­ron, i Mer­kel, gli Hol­lande e i Rajoy, per non par­lare dei com­mis­sari euro­pei e degli altri capi di Stato e di governo, non siano dei giganti, non c’è dub­bio. Ma biso­gna rico­no­scere che essi non mil­lan­tano affer­mando che, ove deci­des­sero di coin­vol­gere i pro­pri paesi in que­sta tra­ge­dia, rischie­reb­bero di per­dere buona parte del con­senso di cui ancora godono, e fareb­bero per di più il gioco degli impren­di­tori poli­tici del raz­zi­smo, del nazio­na­li­smo e della xenofobia.

Piac­cia o meno, si tratta di un timore fon­dato e ciò dà la misura della gra­vità del pro­blema con il quale si tratta di fare i conti. La fuga in massa dalla guerra, dal ter­rore, dalla mise­ria e dalla fame non si arre­sterà. L’Europa rimarrà a lungo per decine di milioni di per­sone una meta irri­nun­cia­bile. Il diritto di chi chiede asilo non è nego­zia­bile, ma l’ipotesi di un’immigrazione illi­mi­tata non è rea­li­stica e il rischio di una rea­zione di stampo raz­zi­sta e fasci­stoide in gran parte dei paesi euro­pei appare con­creto. Si può discu­tere fin che si vuole sulle respon­sa­bi­lità di que­sto stato di cose. Chia­mare in causa chi nell’ultimo quarto di secolo ha con­tri­buito a sca­te­nare una guerra dopo l’altra tra Corno d’Africa e Asia cen­trale, pas­sando per l’Iraq, i Bal­cani, la Libia e la Siria. Denun­ciare l’insipienza delle élite poli­ti­che euro­pee che hanno sem­pre sot­to­va­lu­tato il pro­blema, illu­den­dosi di gover­narlo con misure di tam­po­na­mento. Resta che oggi nes­suno sa come risol­verlo senza vio­lare i diritti dei migranti e al tempo stesso evi­tando in Europa ter­re­moti sociali e poli­tici che potreb­bero resu­sci­tare gli spet­tri più inquie­tanti del nostro passato.

L’Europa si è illusa di essersi libe­rata dal far­dello della pro­pria sto­ria dopo la Seconda guerra mon­diale. In realtà le ceneri dalle quali è rinata non con­te­ne­vano sol­tanto la coscienza demo­cra­tica e l’universalismo, l’illuminismo e la cul­tura dei diritti indi­vi­duali e sociali, ma anche il colo­nia­li­smo, il raz­zi­smo e la xeno­fo­bia, il nazio­na­li­smo e il comu­ni­ta­ri­smo. Nella ten­sione tra que­ste com­po­nenti dell’identità euro­pea la rivo­lu­zione neo­li­be­rale ha influito in modo deci­sivo. Non gover­nati, gli spi­riti ani­mali hanno impo­sto un fine indi­scu­ti­bile nell’impiego delle enormi risorse mate­riali e umane dispo­ni­bili nel Vec­chio con­ti­nente. Hanno decre­tato il ridursi della poli­tica ad ammi­ni­stra­zione, asser­ven­dola alla sovra­nità del capi­tale pri­vato. Come mostra da ultimo la guerra della troika con­tro la Gre­cia, hanno cri­mi­na­liz­zato e messo al bando il con­fronto cri­tico sui valori, i cri­teri di giu­di­zio e i modelli sociali. Ma l’avvento della post­de­mo­cra­zia tec­no­cra­tica ha com­por­tato un prezzo ele­va­tis­simo in ter­mini di con­sa­pe­vo­lezza e di respon­sa­bi­lità – di qua­lità etica – delle popolazioni.

Con la morte della discus­sione poli­tica è morta per asfis­sia anche la mente col­let­tiva, come sog­getto cri­tico. Le società euro­pee rista­gnano ormai da decenni in una morta gora e nei corpi sociali, ter­ro­riz­zati dalla crisi e con­se­gnati alla ripe­ti­zione di un eterno pre­sente, dila­gano le ansie e il ran­core, e ferve una ricerca mal orien­tata di sicu­rezza. Ci si rin­chiude cia­scuno nel pro­prio micro­mondo pri­vato. Il fuori inquieta, l’importante è non esserne sfio­rati. A chi comanda – non importa se inca­pace o cor­rotto – non si chiede che di essere lasciati in pace. Ma così non solo la cor­ru­zione stra­ripa, non solo l’umana pietà dile­gua. Rischia di tor­nare anche la rimossa fasci­na­zione di un’Europa fatta di caste e gerar­chie e di comu­nità chiuse agli stra­nieri e ai diversi.
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