Come ammazzare il pianeta a spese del contribuente
Fabrizio Bottini
Ettari di asfalto desolatamente vuoti attorno a Expo, frutto di calcoli sbagliati e stupidi, su comportamenti collettivi previsti che non si sono verificati. Riconoscere l'errore e correggerlo? 
Negli anni ’70 girava molto lo slogan «il personale è politico», di cui una delle più concrete interpretazioni, al netto di qualunque legittima divagazione filosofica, suona più o meno: quel che faccio e sento io, è già almeno in nuce qualcosa di grande, collettivo, di interesse comune. Cosa del resto ben nota a chi sviluppa strategie di mercato, perché gira e rigira se al cliente il prodotto proprio non va giù, hai voglia parlare di grandi rivoluzioni, principi generali, mutamenti epocali. Qualcosa del genere succede da sempre col prodotto-processo-immaginario per eccellenza del ‘900, l’automobile privata, privata certamente nell’essere una specie di prolungamento di nostri desideri, appendice funzionale assai simile al guscio di una lumaca o di una tartaruga, ma in grado di proiettarsi nella sfera «politica» al punto da condizionare tutto lo spazio, le leggi, le aspirazioni, anche di chi non ci ha proprio a che fare col trabiccolo in sé.

Certo che, se la cosa vale secondo un certo percorso, deve automaticamente valere anche per la direzione opposta: si incrina lievemente qualcosa nella soggettività, nella sensibilità personale, e cominciano ad apparire grosse crepe anche in alcuni solidi «grandi principi condivisi» che sin qui hanno dominato senza discussioni. Con l’automobile, lo sappiamo, si è plasmato non solo il territorio, ma si sono costruiti sedimentati interessi, e aspettative di enormi dimensioni. Quando si incrina il legame fra personale e politico, per così dire, quegli interessi barcollano, sbattono la coda, si agitano convulsi senza ben capire cosa accade. Succede spudoratamente, davanti agli occhi di tutto il mondo, a Expo 2015, dove la filosofia automobilistica trasformata in fede integralista, aveva indotto un certo calcolo di standard: tot visitatori previsti, tot piazzole a parcheggio negli spazi di corrispondenza del sito. Tutto perfetto, salvo che quella perfezione dipendeva da un immaginario appunto incrinato, pur pietrificato in leggi, norme, convenzioni. Il cosiddetto anello debole della catena, il singolo utente, ha deciso che no, lui quel prodotto non lo compra, non lo gradisce: a vedere Expo lui ci va con la metropolitana, comodissima, e pure assai più ecologica.

Panico tra i leghisti e interessi correlati, perché quello standard era stato calcolato diversamente, e se ne aspettavano gli automatici frutti economici come quando si vende un appartamento in centro: tot metri quadri, tot soldi. Ma se l’appartamento in centro è stato studiato, poniamo, per una famiglia di quindici persone alte in media un metro e mezzo, si intuisce la divaricazione col mercato. Allo stesso modo gli ettari di piazzali asfaltati dei parcheggi erano stati concepiti e realizzati sui comportamenti medi, poniamo, di un villettaro padano elettore leghista, quello che non esce di casa se non in auto, anche per portare il cane a pisciare lontano dal giardino domestico.

Il visitatore medio, globale o locale che sia, di un evento comunque di un certo valore ambientale, magari ragiona in modo diverso, magari non è proprio di quel tipo, e infatti da mesi i piazzali a parcheggio sono deserti, mentre traboccano i mezzi pubblici. E cosa fa, il nostro operatore pubblico-privato che aveva investito in un comparto momentaneamente morto e sepolto? Facile, da un certo punto di vista: vuole convincere ad ogni costo quei signori a smetterla, di prendere la metropolitana, e comportarsi ammodo salendo educatamente in auto, e parcheggiando nell’apposita comoda piazzola, magari a Arese, ex tempio della produzione automobilistica che si vuole riciclare in museo dell’automobile, tanto per cambiare. E questo passaggio «virtuoso» dal mezzo pubblico al mezzo privato viene lubrificato con soldi pubblici, regalando un biglietto gratis di Expo a chi ci va in automobile.
Non è un errore di battitura, ma la pura verità: si usano soldi pubblici, rinunciando a incassare le tariffe dei biglietti Expo, per sostenere artificiosamente comportamenti dannosi per l’ambiente, e legittimare trasformazioni altrettanto dannose come i parcheggi. Potendo, forse, i nostri eroi degli «interessi consolidati» arriverebbero a sabotare la metropolitana, un po’ come fanno di solito con la viabilità ordinaria, lasciata andare in malora per promuovere le loro autostrade, bretelle, raccordi sparsi nel nulla, che non vanno da nessuna parte, ma che aiutano lo «sviluppo del territorio». Solo che stavolta, con quella manovra del piangere miseria per le proprie avventate stupidaggini, l’hanno fatta davvero spudorata. Ma ci riproveranno, se li si lascia fare.
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