L’Expo è più verde, ma dall’archistar arriva la bocciatura
Alessia Gallione
Con tutte le particolarità di una visione specifica e professionale, anche il gruppo responsabile dell’idea di Orto Planetario stronca la «filosofia» BIE dell’evento, del supermercato globale La Repubblica Milano, 19 maggio 2015

Ancora insieme, come all’inizio dell’avventura. Quando Jacques Herzog, l’architetto che con il suo studio Herzog & De Meuron ha firmato progetti in tutto mondo, e Carlo Petrini, il maestro del gusto e del legame con la terra e la sapienza contadina, vennero chiamati per “inventarsi” una nuova Expo. Entrambi, nel tempo, hanno preso le distanze dall’evento. Ma le loro strade sono tornate a incrociarsi anche con quelle dell’Esposizione. Lo hanno fatto nel padiglione di Slow Food, che Herzog ha plasmato realizzando in qualche modo il suo piano originario per tutte le strutture dei Paesi. Un sogno che non si è realizzato. Lì, insieme al commissario Giuseppe Sala, oggi inaugureranno lo spazio. Ripartendo dal valore della biodiversità.

Lei è uno degli architetti che ha firmato il primo masterplan di Expo: riconosce ancora le sue idee nel progetto?
«Il nostro masterplan era basato su due elementi. Il primo: l’estrema semplicità del concept urbanistico, un giardino planetario strutturato come la griglia di un’antica città romana, con il cardo e il decumano come riferimenti spaziali per tutti i padiglioni e gli eventi. Il secondo: una visione per riuscire a reinventare il concetto di Esposizione mondiale: invece di avere forme individuali, i padiglioni dei Paesi avrebbero dovuto essere strutture temporanee standardizzate. Avrebbero dovuto differenziarsi attraverso i contenuti, non attraverso queste ridicole capriole architettoniche che si possono trovare in qualsiasi rivista di design. La prima parte è stata realizzata, perché il cardo e il decumano sono la spina dorsale urbanistica, ma la seconda no. Questo significa che la vera visione dietro il nostro masterplan, il ripensamento radicale di Expo, non è stata portata a compimento».

Nel 2011 ha deciso di lasciare Expo. Perché?
«Abbiamo lasciato proprio perché a questa idea radicale non è stata data un’opportunità. Le Esposizioni sono un format datato e piuttosto noioso, la loro innovazione culturale, tecnica e politica è scaduta con la fine della modernità, intorno al 1960. Da quel momento sono diventate puro intrattenimento e uno spreco di soldi e risorse. Ma il tema di questa Expo che ruota attorno a come nutrire il pianeta era davvero una fantastica opportunità per rompere le regole e innovare il concetto stesso di Esposizione mondiale: ogni Paese partecipante avrebbe avuto uno stesso “peso” e sarebbe stato percepito solo attraverso il proprio contributo alla sfida di produrre cibo in modo sostenibile a livello mondiale».

Il suo giudizio sugli organizzatori?
«Non vogliamo accusare gli organizzatori e i progettisti di Expo per questa occasione mancata, semplicemente perché non abbiamo ancora capito perché e chi ha bloccato questa iniziativa. La politica? Gli interessi commerciali? Onestamente, non lo so. Le forze dietro la routine sono state ovviamente più forti dell’energia necessaria a lavorare in una direzione contraria».

Pensa che questa Expo sia differente da quelle del passato?
«Probabilmente no».

Da un punto di vista architettonico, come giudica i padiglioni?
«Alcuni sono gradevoli, altri meno. Il problema è che non è questa la cosa che conta. C’è qualcuno che si ricorda di qualche padiglione di Shanghai? O persino del tema dell’Expo di Shanghai?».

Fin dall’inizio ha detto che l’incontro con Carlo Petrini è stato l’unico momento ispiratore sul versante dei contenuti. È per questo che ha deciso di disegnare il padiglione di Slow Food?
«Sì, Carlo Petrini è un uomo molto interessante, un ispiratore. Inoltre, è in grado di mettere il gusto del cibo come concetto base della sua filosofia, cosa che apprezzo molto. Slow Food è ovviamente in forte conflitto con le grosse compagnie dell’agroalimentare. Io non sono per niente ideologico su questo argomento, ma è uno degli interessanti potenziali di questa Expo: avere la possibilità di discutere differenti concetti controversi della produzione agricola. Carlo Petrini e Slow Food ci hanno chiesto di progettare il loro spazio. Abbiamo accettato perché ci piaceva il contenuto, la loro volontà di riutilizzare la struttura. Abbiamo potuto realizzare quel genere di padiglione prefabbricato e standardizzato che in origine avevamo pianificato per tutti i Paesi e i partecipanti di Expo».

Vedi anche La trappola filosofica di Expo Theme Park 
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